18/06/2007, 00.00
PALESTINA – ISRAELE
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L’isolamento di Hamas, un’occasione per la pace con Israele

di Arieh Cohen
Mentre il gruppo fondamentalista vittorioso a Gaza rischia di acuire nella regione il pericolo terrorismo, si apre una possibilità di pace per il Medio Oriente dando più peso all’Olp. È urgente aprire le trattative di pace fra Israele, Olp e Paesi arabi.

Tel Aviv (AsiaNews) – Con il giuramento del nuovo governo palestinese di emergenza e la presa di potere di Gaza da parte di Hamas si aprono nuovi scenari nel Medio Oriente, con possibili incrementi di atti terroristi, ma anche nuove possibilità di pace.

Gli spietati massacri ad opera di Hamas hanno portato la scorsa settimana collasso dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e di Fatah nella striscia di Gaza. La subitanea caduta non si può definire una sconfitta militare. Le forze dell’Autorità palestinese (Ap) leali al presidente Mahmoud Abbas (Abou Mazen) e quelle di Fatah erano molto più numerose e meglio equipaggiate delle milizie di Hamas. La loro caduta è più di tipo politico e psico-sociale: essi erano rimasti a combattere senza alcuna ragione, senza speranze o prospettive da offrire al milione e passa di residenti nella Striscia o ad ogni altro palestinese. Di fronte ai 40 anni di pesante occupazione militare del vicino israeliano, essi avevano in mano soltanto l’amaro fallimento della strategia dell’Olp, che ha ricercato un trattato di pace con Israele per liberare la Striscia e i Territori occupati.

L’Olp aveva adottato una strategia di pace già nel 1988. Il 15 novembre di quell’anno, ad Algeri, esso aveva accettato la legittimità dello Stato di Israele, riconoscendo la risoluzione Onu 181 (II) del 29 novembre 1947. Questa richiedeva la creazione di due stati, uno ebraico e uno arabo nel territorio che una volta era la Palestina. Fino ad allora l’Olp aveva sempre rifiutato la risoluzione e richiesto un solo Stato “secolare e democratico” comprendente l’intera Palestina, che doveva rimpiazzare lo stato ebraico di Israele.

La decisione dell’88 concedeva in modo implicito allo Stato d’Israele i confini previsti per esso dall’Onu nel ’47; con la firma della Dichiarazione di principio (i cosiddetti “Accordi di Oslo) del 13 settembre 1993, l’Olp è perfino andato oltre, riconoscendo per Israele i confini – molto più larghi – raggiunti con l’armistizio del 1949, che hanno concluso la prima guerra israelo-araba. La Palestina sarebbe stata limitata al 22% del territorio che allora - come ora - sono territori sotto “l’occupazione belligerante” di Israele (come viene definita nel diritto internazionale), e non parte dello Stato di Israele. Secondo le leggi internazionali e la carta dell’Onu - che proibisce l’acquisizione di spazi con la forza - Israele potrebbe anche ritirarsi da tali territori, una volta raggiunta la pace.

La strategia dell’Olp di scambiare la pace con la libertà non ha portato alcun frutto. Per diversi motivi interconnessi, l’occupazione è andata avanti sempre più e i suoi effetti sono stati anche più pesanti dopo la nascita, a metà degli anni ’90, dell’Autorità Palestinese come agenzia ad interim per l’organizzazione semi-autonoma di parti dei territori occupati fino al raggiungimento di un trattato di pace definitivo.

In queste condizioni – aggravate da terribili fenomeni di corruzione e anarchia di varie organizzazioni palestinesi, compresi i gruppi per la sicurezza, dominati da Fatah – ha preso forza l’estremismo di Hamas, con la sua visione apocalittica legata a un Islam politico fondamentalista. Sebbene la sua visione sia lontana e ripugni alla maggioranza dei palestinesi, l’alternativa del compromesso pacifico con Israele e le autorità ad essa collegata hanno perso sempre più credibilità.

Abou Mazen, presidente dell’Olp e dell’Ap, ha chiesto i negoziati di pace con Israele fin dal suo insediamento, ma non è stato capace di persuadere il suo interlocutore. E così, il suo movimento di Fatah ha perso dapprima le ultime elezioni e ora ha perso anche la voglia di combattere per il controllo di Gaza, facendo vincere Hamas.

In qualità di presidente dell’Ap, ora Abou Mazen ha stabilito un “governo di emergenza” nella West Bank, sotto il controllo suo e dell’Olp, eliminando le ambiguità attorno alla sua previa “coabitazione” con Hamas. Il gesto è stato accolto con grande soddisfazione in Israele e occidente. Ma questo non è tempo di esultare. La “finestra di opportunità” che si è aperta potrebbe presto rinchiudersi: occorre una rapida e decisiva azione per far ripartire i negoziati di pace fra Israele e l’Olp, prevedendo un trattato di pace onorevole, basato su equità e leggi internazionali, per assicurare libertà e dignità ai palestinesi dei territori occupati. Se Abou Mazen e l’Olp non mostrano dei risultati, la loro credibilità riguadagnata – o mantenuta – può evaporare con conseguenze disastrose.

Gli eventi orribili e dolorosi nella striscia di Gaza hanno mostrato ancora una volta che lo status quo nei territori occupati non è mai un’opzione, che ogni speranza di “tenere a bada il conflitto” è destinata a fallire, che la sola opzione per Israele è di varare un trattato di pace. E il tempo migliore è adesso.

Tale trattato svuoterebbe nei fatti la legittimità di Hamas e la priverebbe di sostegno sia a Gaza che nella West Bank. Esso darebbe anche una rinnovata legittimità e vigore all’Olp, conferendo più energia alle sue forze di sicurezza per eliminare le rivolte e il terrorismo. Essi avrebbero di nuovo una ragione e il sostegno popolare per compiere il loro dovere.

La pace israelo-palestinese non è solo il supremo interesse delle due nazioni: essa è anche interesse per le nazioni vicine del Medio Oriente e per l’occidente. E se a livello locale non appaiono passi adeguati e concreti, tocca alla comunità internazionale lanciare l’iniziativa e indire una conferenza di pace. Una simile conferenza sarebbe in ideale continuità con quella di Madrid del 1991 – voluta dall’allora presidente George H. W. Bush – ricercando una vasta pace regionale fra Israele e i suoi nemici alle frontiere, compresi Siria e Libano. Basandosi poi sull’iniziativa della Lega Araba e la sua storica proposta di pace, si potrebbe garantire la normalizzazione dei rapporti fra Israele e l’intero mondo arabo.

A tutt’oggi la vittoria di Hamas a Gaza minaccia di allargare le basi del terrorismo regionale e internazionale. La miglior risposta, anzi l’unica possibile è proprio questa: una conferenza di pace fra Israele e il mondo arabo per varare dei trattati che saranno la difesa più forte contro l’uragano della violenza e del terrorismo che ha già inghiottito altre aree, come l’Iraq o l’Afghanistan.

Pace, libertà, dignità, equità, magnanimità, onore, legalità: sono queste le chiavi che devono guidare un rinnovato, rinvigorito, instancabile sforzo per portare la pace nella Terra Santa, nella regione e oltre.

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