19/10/2004, 00.00
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La Cina contro le sanzioni Onu al Sudan per salvare il proprio petrolio

Pechino è il primo acquirente (70%) del petrolio di Khartoum.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Secondo fonti diplomatiche occidentali la Cina sta cercando di bloccare le sanzioni Onu contro il Sudan - in merito alla crisi del Darfur - per proteggere le sue importazioni di petrolio dal paese africano.

Negli ultimi 6 anni Pechino è stato il principale sostenitore del governo sudanese, comprando il 70% delle esportazioni di Khartoum e vendendo armi e forniture militari.

Secondo diplomatici occidentali Pechino è responsabile all'interno del Consiglio di sicurezza dell'affossamento della risoluzione che minacciava il blocco delle esportazioni petrolifere se il governo di Khartoum non metteva fine alle atrocità della regione del Darfur, dove da mesi milizie arabe stanno terrorizzando gli indigeni africani.

Il Sudan è il Paese estero in cui la Cina ha maggiori investimenti; circa 10mila cinesi lavorano nel paese. La Cina ha investito 1,6milioni di miliardi di euro in Sudan, costruendo pozzi petroliferi, 600 km di oleodotti, raffinerie e porti.

Il governo di Pechino è quasi l'unico paese sviluppato ad intrattenere rapporti commerciali con il Sudan: dopo che gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni a Khartoum nel 1997, solo qualche compagnia pakistana, indiana e malaysiana, oltre alla Cina, hanno mantenuto rapporti con il Sudan.

L'interesse del governo cinese è motivato dal fatto che il Sudan possiede le più vaste riserve petrolifere non ancora sfruttate dall'Africa. La Cina ha aiutato il Sudan ad aumentare la sua produzione di greggio da 150mila barili al giorno (dati del 2000) ai 500mila previsti per il 2005. Tale produzione proviene dalle regioni centrali e meridionali del paese, che costituiscono solo il 15% delle riserve sudanesi.

Un fallimento in Sudan potrebbe significare un danno enorme negli sforzi di Pechino di diventare un attore globale nel mercato del petrolio. Il colosso asiatico sta cercando di realizzare 2 altri progetti per far fronte alle sue necessità di petrolio: un oleodotto (400 km di lunghezza e 2milioni di miliardi di dollari di costo)  dal porto di Sittwe, in Myanmar, che dovrebbe seguire la linea ferroviaria – già progettata – nella provincia sudoccidentale diYunnan. L'altro, lo sviluppo del porto di Gwadar, in Pakistan, che la Cina spera di usare grazie a petroliere provenienti dal Golfo persico. Dal Pakistan verrà costruito un oleodotto che attraverso il passo del Karakoroum arriverà nella provincia cinese dello Xinjiang.

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