La corsa a ostacoli delle giornaliste cinesi
Anche le organizzazioni femministe sono da tempo nel mirino della stretta di Pechino. Così le opportunità offerte dalle redazioni tradizionali si sono drasticamente ridotte per le donne, mentre gli spazi alternativi online restano esposti a una pressione costante. I casi di Haze Fan, assistente di redazione per Bloomberg a Pecino, e di Zhang Zhan, la blogger che raccontò il Covid a Wuhan di nuovo incarcerata.
Milano (AsiaNews) - Nelle poche redazioni cinesi che continuano a praticare un giornalismo investigativo, le donne restano largamente sottorappresentate rispetto ai colleghi uomini. Per quelle tra loro che cercano di occuparsi di questioni di genere o di svolgere pienamente il proprio lavoro, gli ostacoli vanno ben oltre la censura generalizzata. A pesare sono una cultura redazionale profondamente maschilista e condizioni di lavoro sempre più frammentate e precarie. Questa situazione è il risultato di un processo avviato oltre un decennio fa, durante il quale le autorità cinesi hanno progressivamente smantellato l’infrastruttura dei media più progressisti e delle organizzazioni femministe. Dall’arresto delle Feminist Five nel 2015 al bando di Feminist Voice tre anni dopo, fino all’ultimo post pubblicato dall’account Weibo di Women Awakening Network nel 2021, lo spazio per un attivismo organizzato delle donne si è ristretto fino a ridursi quasi a zero. Oggi, di fatto, gestire un’organizzazione di donne attiva sul terreno dei diritti e formalmente registrata è diventato praticamente impossibile.
La traiettoria professionale di Li Sipan offre uno sguardo dall’interno su questa realtà. Giornalista e attivista, ha attraversato sia la fase di espansione dei media commerciali sia il loro progressivo soffocamento. Quando nel 2007 è entrata a far parte del dipartimento investigativo della prestigiosa testata Southern Metropolis Daily era una delle sole due donne in una redazione di circa trenta persone. All’epoca il Nanfang Media Group, di cui la testata faceva parte, veniva considerato il gruppo mediatico più progressista della Cina, ma nonostante questo al suo interno il divario di genere rimaneva marcato. Le cene di redazione erano dominate da gare di bevute tra uomini e da conversazioni che mettevano a disagio le colleghe, mentre i reportage più prestigiosi, quelli in grado di costruire la reputazione professionale, venivano assegnati quasi esclusivamente ai giornalisti uomini.
La cultura delle redazioni e il divario invisibile
La divisione del lavoro rifletteva stereotipi di genere radicati. I reportage su aspetti sociali e questioni legali richiedevano spesso di trattare con funzionari locali in contesti informali, nell’ambito dei quali le molestie sessuali erano frequenti. I giornalisti uomini bevevano con questi funzionari fino a instaurare rapporti informali di fiducia, che in seguito si traducevano in soffiate. Le donne dovevano invece affrontare incontri che le mettevano profondamente a disagio, segnati da molestie e battute volgari. Li Sipan preferiva accontentarsi di risultati meno perfetti piuttosto che sottoporsi a tali situazioni.
L’incontro con Ai Xiaoming, professoressa e attivista femminista, ha rappresentato una svolta nella traiettoria di Li Sipan, come ha sottolineato quest’ultima in un’intervista al China Media Project. Da un training organizzato da Ai Xiaoming sui temi di media e genere era nata Women Awakening Network, fondata da dodici professionisti dei media di Guangzhou. L’organizzazione ha adottato fin dall’inizio un approccio pragmatico, orientato a mettere in contatto i giornalisti con fonti competenti sulle questioni di genere e con attiviste, più che a impartire lezioni di etica professionale. L’obiettivo era rendere l’attivismo femminile una presenza visibile nello spazio pubblico di Guangzhou attraverso conferenze, mostre, seminari ed eventi.
A differenza delle organizzazioni delle donne attive nel nord della Cina, spesso guidate da figure provenienti dai media ufficiali o da think tank governativi e quindi vincolate alla necessità di mantenere buoni rapporti con le autorità, Women Awakening Network ha seguito una linea più diretta e autonoma. Le donne del nord descrivevano le iniziative di Guangzhou come particolarmente incisive. Il lavoro condotto dall’organizzazione nel corso di un decennio ha contribuito a creare un contesto favorevole in cui, quando nel 2012 sono emerse nuove generazioni di attiviste, i media locali disponevano già di un nucleo di giornaliste interessate al tema e dotate di una comprensione di base del funzionamento delle organizzazioni per i diritti delle donne.
Repressione e frammentazione
Nel 2014, in seguito a un caso di molestie sessuali in ambito universitario, Women Awakening Network ha lanciato una campagna di otto mesi per sostenere le vittime e lavorare con studiosi alla traduzione di politiche contro le molestie sessuali adottate altrove. In quegli anni i media tradizionali soffrivano del crollo del mercato pubblicitario e molti giornalisti veterani abbandonavano la professione. Le piattaforme online offrivano maggiore flessibilità e si dimostravano più disponibili ad accogliere contributi provenienti da organizzazioni non governative.
La situazione è cambiata radicalmente nel 2017, con l’entrata in vigore della legge sulle ong, che ha reso il lavoro delle organizzazioni della società civile sempre più rischioso. Li Sipan è stata costretta dalle autorità a lasciare Women Awakening Network e si è orientata verso l’insegnamento. Nonostante abbia più volte pensato di rinunciare a causa dello stress e dei rischi personali, ciò che continua a mantenerla attiva è il senso di realizzazione derivante dal riuscire a trasmettere qualcosa che considera importante.
Il movimento delle donne è stato oggi soppresso in modo capillare e le autorità investono enormi energie nel controllare la sua diffusione. Rimane possibile discutere di aspetti che vanno dalla violenza domestica a quelli meno impegnati come i costi delle cerimonie matrimoniali, ma tutto ciò che tocca l'ideologia o le istituzioni statali è strettamente sorvegliato. Il caso di molestie sessuali che riguarda Liu Qiangdong, imprenditore privato, può ancora essere discusso, mentre quello che coinvolge Zhu Jun, figura di spicco dei media statali, rimane tabù.
Le donne che cercano di fare giornalismo in Cina continuano ad affrontare rischi molteplici. Il caso di Haze Fan, assistente di redazione cinese per Bloomberg a Pechino, è emblematico: nel 2020 è stata prelevata da agenti del Ministero della sicurezza di stato con l’accusa di aver messo in pericolo la sicurezza nazionale. Rilasciata nel 2022, ha tentato di riprendere il lavoro giornalistico a Hong Kong, ma le è stato negato il visto. La sua vicenda mette in luce la particolare vulnerabilità delle donne collaboratrici di redazione, figure che svolgono di fatto mansioni giornalistiche a pieno titolo senza però disporre dello status professionale né delle tutele garantite a chi è in possesso di credenziali di giornalista.
Al di là delle organizzazioni, la repressione colpisce anche chi opera individualmente.. Giornalista cittadina e cristiana praticante, Zhang Zhan aveva documentato la risposta iniziale al COVID-19 a Wuhan, un’attività che le era già costata una condanna a quattro anni di carcere. Nel settembre 2025 è stata nuovamente processata a Shanghai e condannata ad altri quattro anni, in un procedimento dal quale sono stati esclusi diplomatici e osservatori internazionali, con l’accusa di aver diffuso sui social media stranieri «false informazioni che danneggiano gravemente l’immagine nazionale».
Il caso di Zhang Zhan mostra come la repressione non riguardi soltanto il femminismo organizzato, ma colpisca più in generale giornaliste e attiviste indipendenti che operano al di fuori di strutture riconosciute. Dopo anni di lavoro informale e di sensibilizzazione, molte istanze legate ai diritti delle donne sono ormai entrate nel dibattito pubblico in forma diffusa, veicolate da iniziative individuali e reti non strutturate. Al tempo stesso, le condizioni che avevano reso possibile l’attivismo organizzato del passato sono scomparse, e difficilmente i media mainstream torneranno a mobilitarsi a sostegno di movimenti coordinati, siano essi femministi o più ampiamente civici. La frammentazione e l’isolamento non appaiono più come transitori, ma come il quadro stabile entro cui oggi si muove l’impegno indipendente, sempre più esposto alle repressioni.
Per le giovani donne che oggi aspirano a fare giornalismo in Cina, il contesto è radicalmente diverso da quello incontrato da Li Sipan agli inizi della sua carriera. Le opportunità offerte dalle redazioni tradizionali si sono drasticamente ridotte, mentre gli spazi alternativi online restano esposti a una pressione costante. Ma la sopravvivenza di voci femminili indipendenti, per quanto frammentate e precarie, indica che la spinta a raccontare storie e a dare visibilità a prospettive marginalizzate non si è esaurita. Anche in un ambiente così restrittivo, ha osservato Li Sipan nella sua intervista al China Media Project, l’idealismo e il senso di giustizia continuano a trovare forme, seppur limitate, di espressione e di intervento.
08/08/2018 13:21




