18/05/2022, 08.57
RUSSIA
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La fuga dei propagandisti putiniani

di Vladimir Rozanskij

Il caso di Marina Ovsjannikova non è isolato. Molti si sono trasferiti in Georgia o in Asia centrale. Al massimo un 10% dei giornalisti e operatori tv sostiene la guerra in Ucraina. Chi pensa ad andarsene sogna un visto dalla Polonia e dagli Usa.

 

Mosca (AsiaNews) – Il caso di Marina Ovsjannikova, la giornalista russa che ha fatto scalpore a fine marzo per aver mostrato al telegiornale un cartello contro la guerra, sembra che sia tutt’altro che isolato. Un dirigente della televisione russa, sotto anonimato, ha rivelato a Theins.press che “al massimo un 10% dei giornalisti e operatori televisivi sostiene la guerra in Ucraina, e se qualche Paese europeo fosse disposto ad accoglierli, “fuggiremmo come gli intellettuali antisovietici del 1922, le centinaia della cosiddetta nave dei filosofi”.

Le dimissioni dei giornalisti russi sono iniziate in massa proprio dopo l’episodio della Ovsjannikova, e la successiva uscita dal canale Ntv di Lilja Gildeeva, che dal 2006 era uno dei volti più amati dal pubblico televisivo. Molti vorrebbero seguirne l’esempio, ma proprio i primi licenziamenti hanno imposto un blocco dall’alto a tutti gli altri, che in ogni caso fanno di tutto per evitare di andare in onda con proclami propagandistici a favore dell’operazione contro il cosiddetto “ucronazismo”. Alcuni di questi rifiuti stanno comunque facendo rumore, come quello di una delle conduttrici di Rossija 24, Maria Gladkikh, e di Stanislav Kulik di Moskva 24, due canali molto seguiti.

Il dirigente intervistato spiega che la maggior parte degli altri “fa di tutto per non sporcarsi le mani con il sangue e il fango, e cerca possibili vie d’uscita”, magari con la tecnica dello “sciopero bianco” che in Russia si chiama “sciopero all’italiana”, in cui ognuno si limita a fare il minimo indispensabile per evitare guai, ma tenendosi alla larga da qualunque impegno che costringa a esporsi. Gli stessi quadri dirigenti assecondano questa posizione, condividendone il più delle volte le motivazioni, e assegnano incarichi “neutri” o reportage naturalistici, da eseguire in luoghi lontani per evitare di essere coinvolti.

In molti uffici televisivi sono apparsi degli arcigni “curatori”, racconta l’anonimo dirigente, che verificano le scalette delle trasmissioni e la lista degli operatori, ma non possono seguire tutto il palinsesto di tutte le reti nazionali e locali, e solo quelle principali sono totalmente sotto controllo. In molte trasmissioni gli interventi contengono “segnali” di dissenso, non sempre comprensibili al pubblico, ma molto evidenti per i professionisti del settore, come ha denunciato la teorica della censura televisiva, la direttrice di RT Margarita Simonyan, secondo la quale “nessuna grande nazione può esistere senza il controllo delle informazioni”.

Il dirigente spiega che in linea di massima “esistono tra noi tre categorie di operatori: i “tecnici” che si limitano a eseguire gli ordini e ritirare lo stipendio, e sono la grande maggioranza; un 10% di sostenitori fanatici della propaganda; e almeno un 20% che sono decisamente contrari alla guerra”, e si possono riconoscere dal grado di coinvolgimento emotivo nella proposta di contenuti dei vari canali.

Chi ha potuto si è trasferito a Erevan o Taškent, rinunciando alla carriera e a qualunque altra ambizione, come il dirigente intervistato, in procinto di emigrare in Armenia. “Il nostro sogno sarebbe che la Polonia, o qualche altro Paese a noi vicino, facesse un appello a tutti i giornalisti televisivi della Russia, dandoci il visto e un aiuto per mantenerci: altro che nave dei filosofi, scapperemmo a piedi domani”. Una dirigente della tv di Stato di Mosca, d’altra parte, ha fatto tutta la procedura per ottenere il visto per gli Usa, che però glielo hanno negato, per timore di accogliere una propagandista putiniana, mentre in realtà si tratta di una pacifista convinta.

Molti si sentono ostaggi della propaganda, ma proprio per il lavoro che fanno sono considerati dei soldati del regime, “vittime di una doppia cancel culture”, secondo l’intervistato. “Molti di noi stanno andando dagli psicanalisti, che mai come oggi ci prescrivono dosi massicce di farmaci antidepressivi, e altri annegano nell’alcool, secondo tradizione russa, il senso di disperazione in cui siamo precipitati”.

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