24/02/2026, 09.16
RUSSIA
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La lunga storia delle sanzioni contro Mosca

di Vladimir Rozanskij

A quattro anni dall'invasione dell'Ucraina il veto di Ungheria e Slovacchia spacca l'Unione europea sul ventesimo pacchetto di misure economiche contro la Russia. Nuovo capitolo nella lunga storia delle sanzioni iniziata in era sovietica e che raggiunse l'apice negli anni Settanta e Ottanta. Il peso centrale dell’oleodotto Družba (“Amicizia”) inaugurato nel 1960.

Mosca (AsiaNews) - Proprio in concomitanza con il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il veto di Ungheria e Slovacchia ha bloccato - almeno per il momento - il 20° pacchetto di sanzioni che l’Unione europea avrebbe voluto imporre contro la Russia. Il provvedimento avrebbe aumentato le limitazioni del trasporto di petrolio, gas e carbone con qualunque nave dai porti russi fino al divieto totale, colpendo anche i porti di Paesi terzi dove avviene il trasferimento di produzioni russe. La misura comporterebbe ulteriori perdite economiche per le compagnie russe, che già lo scorso anno hanno avuto un crollo record per 7,5 mila miliardi di rubli (quasi 80 miliardi di euro), soprattutto nei settori dell’industria, della metallurgia e del commercio.

Il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjártó ha dichiarato che Budapest ha posto il veto soprattutto per non bloccare le consegne di petrolio attraverso l’oleodotto Družba; ma in ogni caso le pressioni europee porteranno a ulteriori difficoltà nel gestire l’economia da parte del governo di Mosca, e gli osservatori internazionali si chiedono quanto tutto questo possa effettivamente costringere la Russia a cambiare il proprio atteggiamento nelle condizioni del conflitto con l’Ucraina, e quanto la società russa arrivi a percepire i danni della politica aggressiva del Cremlino a livello internazionale.

Confrontando la situazione attuale con analoghe misure del passato, si ricorda la modifica “Jackson-Vanik” del 1974 alle regole del commercio degli Stati Uniti con l’Unione Sovietica, che aveva portato alla fine della politica di distensione iniziata negli anni ’60 tra John Kennedy e Nikita Khruščev. Gli Usa decisero queste misure anche a danno della propria stessa economia, per punire le trasgressioni dei diritti umani da parte di Mosca. Nel 1980, il membro del Comitato centrale del Pcus Anatolij Černjaev osservava che “le sanzioni di Carter hanno avuto effetti molto sensibili, tanto che dovemmo impedire la macellazione del bestiame per razionare la carne fino a 2 chili all’anno a persona… peggio che durante la guerra”. Non si riuscì neppure a emettere le tessere di razionamento, non solo per motivi politici, ma perché non c’erano abbastanza generi alimentari da distribuire.

I ricordi di Černjaev erano anche un commento alla situazione che si era creata l’anno precedente, con l’invasione dell’Afghanistan da parte dei sovietici, che condusse al culmine della “guerra delle sanzioni”. Del resto questa forma di pressione ostile non era nuova nella storia anche precedente dei rapporti dell’Urss con i Paesi occidentali, con problemi di resistenza economica da una parte e dall’altra.

Negli anni ’30, in realtà, gli occidentali avevano partecipato molto attivamente all’industrializzazione staliniana dell’impero sovietico, soprattutto gli americani, che consegnavano macchinari e attrezzature industriali in grandi quantità, e insieme agli ingegneri europei si impegnavano nei progetti di realizzazione dei giganti industriali di quel tempo come Gaz e Uralmaš, i progenitori delle attuali Gazprom e Lukoil, e molti altri. Tutto questo s’interruppe il 30 novembre 1939, con l’aggressione dei russi in Finlandia che introdusse per lungo tempo un regime di forti sanzioni, quello che il presidente Franklin D. Roosevelt chiamava “l’embargo morale” che giunse fino all’esclusione dell’Urss dalla Lega delle Nazioni, da cui poi nacque l’Onu.

L’Urss riusciva in quelle condizioni a mantenere alte le percentuali del commercio estero, contando sui Paesi “amichevoli”, ma l’industria aeronautica entrò in grave crisi, venendo a mancare le tecnologie americane. Negli ’50 e ’60 i sovietici divennero poi i principali produttori di prodotti petroliferi, con i nuovi giacimenti nella regione degli Urali, ciò che divenne il principale fattore di crescita economica fino alla Russia putiniana. L’oleodotto Družba (“Amicizia”) fu inaugurato nel 1960 e fu quindi osteggiato dagli americani negli anni successivi, per evitare di creare un blocco sovietico troppo potente in tutta l’Europa orientale nelle condizioni della guerra fredda. Solo con la Ostpolitik si raggiunse un accordo tra la Germania di Willy Brandt e il ministro degli esteri sovietico Andrej Gromyko nel 1969, che permise il flusso della “amicizia petrolifera”. L’Ungheria rimane dipendente da queste relazioni, insieme ad altri Paesi come la Slovacchia, e anche la Germania ha subito i contraccolpi delle sanzioni degli ultimi anni, che ripetono la storia cercando di estenuare la Russia, che da parte sua è convinta che tutto potrà presto riprendere, resistendo alle difficoltà economiche ormai evidenti dopo 4 anni di guerra e 11 di sanzioni.

 
Foto: FORTEPAN / Urbán Tamás 
 

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