19/03/2026, 18.24
LANTERNE ROSSE
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La crisi dei carburanti e la partita sul Mar Cinese Meridionale

Le Filippine dipendono quasi totalmente dal Golfo per il loro fabbisogno energetico. La profonda crisi di oggi costringe Manila a cercare un accordo con Pechino per una boccata d'ossigeno sui carburanti e i fertilizzanti. Ma sono gli stessi due Paesi divisi dal contenzioso sulla sovranità di un'area del Mar Cinese Meridionale ricca di giacimenti di petrolio e gas naturale non sfruttati per le reciproche rivendicazioni. 

Milano (AsiaNews) – “La Cina è pronta a rafforzare il coordinamento e la collaborazione con i Paesi del Sud-est asiatico e ad affrontare congiuntamente le questioni relative alla sicurezza energetica”. Tra gli effetti della crisi innescata dalla guerra in Medio Oriente, oggi è arrivata anche questa dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian. Che nella consueta conferenza stampa quotidiana rispondeva a una precisa domanda dell’agenzia Reuters circa contatti in corso tra Manila e Pechino sul tema dell’approvvigionamento delle risorse energetiche e dei fertilizzanti, bloccati a causa del conflitto nello stretto di Hormuz.

Il problema sta diventando giorno dopo giorno una questione sempre più seria per le Filippine che importano dal Golfo il 98% del loro fabbisogno energetico. La carenza di carburante ormai si fa sentire, con il prezzo della benzina e del gasolio schizzato alle stelle. Si teme una spirale destinata a far salire tutti i prezzi, anche i guidatori dei jeepney stanno protestando. Per correre ai ripari il presidente Ferdinand Marcos Jr ha ordinato il dimezzamento delle tariffe dei biglietti della metropolitana di Manila, per spingere i pendolari a non usare i propri veicoli e risparmiare sul carburante. Intanto però oggi il peso filippino ha chiuso a 60,10 contro 1 dollaro, il minimo storico nelle sue quotazioni. 

In questo contesto anche la decisione di Pechino di bloccare le esportazioni per tutelare le riserve nazionali finora non ha aiutato ad affrontare la situazione. Vale la pena di ricordare, però, che proprio lo sfruttamento delle risorse energetiche sottomarine è il principale motivo del confronto militare a bassa intensità tra i due Paesi riguardo alla zona economica esclusiva nel Mar Cinese Meridionale. Uno scontro fatto di blocchi e speronamenti originato dalle opposte rivendicazioni su un’area che contiene ingenti riserve non sfruttate di petrolio e gas naturale, stimate fino a 125 miliardi di barili.

Nonostante questo potenziale, i tentativi di avviare progetti congiunti di esplorazione tra Cina e Filippine sono stati ostacolati da dispute sulla sovranità. Le tensioni nella regione restano elevate, in particolare in aree strategiche come la Second Thomas Shoal, una barriera corallina sommersa nelle Isole Spratly, nel Mar Cinese Meridionale, situata a circa 200 chilometri a ovest di Palawan, nelle Filippine. La barriera è occupata da un presidio della Marina filippina a bordo della nave BRP Sierra Madre, che è stata intenzionalmente arenata sulla barriera nel 1999 e da allora viene periodicamente rifornita. Nonostante nel 2016 un arbitrato internazionale abbia stabilito l’infondatezza delle sue rivendicazioni, Pechino continua ad affermare la sua sovranità citando come suo confine marittimo la cosiddetta “Linea dei nove tratti”.

Finora la Cina non ha mai utilizzato tali controversie come leva per bloccare completamente le forniture di carburante alle Filippine. Ma il nuovo contesto di crisi creato dal blocco dello stretto di Hormuz potrebbe ora giocare a suo favore, imponendo a Manila quell’accordo che già Duterte durante la sua presidenza aveva ricercato e che invece l’amministrazione di Marcos ha rigettato puntando molto in questi anni sul tema della difesa della sovranità nazionale sulle acque contese.

Discorso parallelo è quello sui fertilizzanti, altro derivato essenziale del petrolio per un Paese agricolo come le Filippine. Il governo di Manila ha fatto sapere, attraverso il Dipartimento dell’Agricoltura, di aver in corso anche su questo negoziati con la Cina per arrivare a una “stabilizzazione” dell’offerta locale. Secondo le stime Pechino disporrebbe di scorte equivalenti a circa 285 giorni di fornitura; di qui l’attuale richiesta di aiuto.

 

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