25/01/2012, 00.00
EGITTO - ISLAM
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La rivoluzione egiziana, un anno dopo

di André Azzam
Passo dopo passo, il cammino della “primavera araba” che ha fatto cadere “l’ultimo dei faraoni”; la lunga lista delle violenze dell’esercito e dei salafiti; le conquiste dei giovani manifestanti e le prospettive per l’immediato futuro. L’analisi di un esperto.
Il Cairo (AsiaNews) - Oggi 25 gennaio 2012: un anno da quando in Egitto tutto è crollato, e si è rovesciato. Un anno pieno di speranza, prospettive, aspirazioni; ma anche pieno di morte, infelicità, terribili ferite e lacerazioni, offese morali, diritti umani violati, anarchia, insicurezza, precarietà, collasso economico, inflazione terribile, disordine, violenza. Tutti i pregi e i difetti sono stati accollati ai rivoluzionari….

Oggi, l’Egitto si è mosso, su molti piani, ma ci sono ancora alti gradini da superare. Lo dice lo slogan: “al-thawra mustamirra”, la rivoluzione è permanente, continua, va avanti…

Il 25 gennaio del 1952, le truppe britanniche di guarnigione sul canale di Suez hanno sparato ad alzo zero sulle file di poliziotti egiziani, provocando una quantità di morti e di feriti. Da allora questo giorno è diventato la festa annuale della polizia egiziana. Proprio quella polizia che negli ultimi 60 anni è divenuta una forza d’urto della repressione per i totalitarismi succedutisi l’un l’altro nella terra dei Faraoni.
Gli anni del regime di Mubarak sono stati anni di particolare repressione; [per questo] quando, a partire dal 2010, l’ex presidente ha deciso di celebrare come festa nazionale il 25 gennaio, la società egiziana non ha accolto bene l’idea.

Negli ultimi 10 anni una serie di eventi e movimenti, si sono scontrati contro questo consolidato sistema di oppressione; specie contro il progetto di successione ereditaria sognato, e organizzato, dalla famiglia Mubarak. Per primo è venuto il movimento “Kefaya” (Basta!) che è riuscito a essere sempre più ascoltato. Poi, gli scioperi nelle fabbriche tessili del Delta. Infine il movimento del “6 aprile” nel 2008 ha lanciato un appello per lo sciopero generale, ed ha incontrato una punizione severa. Nel 2010 una raffica di scioperi e di sit-in si sono succeduti per lunghe settimane e mesi davanti al Parlamento, al Senato, e al Consiglio del ministri, a pochi passi da Midan al-Tahrir, piazza della Liberazione.

Poi è avvenuto il ritorno in Egitto di Mohammad al Baradei, il famoso premio Nobel, dopo la fine del suo mandato a capo dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica. Le sue idee sulla mancanza di democrazia e sulla corruzione del Paese erano note, e ha trovato ad accoglierlo all’aeroporto una folla di più di 3mila fan. Allora si è rivelata la sua qualità di catalizzatore delle energie giovanili.

I network elettronici hanno contribuito al diffondersi e propagarsi del movimento di protesta fino al 6 giugno 2010, quando il giovane blogger e attivista Khaled Saïd è stato selvaggiamente aggredito e ucciso da due agenti ad Alessandria. Questo massacro ha prefigurato l’immolarsi, con il fuoco, di Mohammad Bou Azizi in Tunisia, e ha costituito il filo di paglia che ha spezzato la schiena del cammello, come si dice in Egitto: ha scatenato il meccanismo della rivoluzione della Primavera egiziana, che in realtà è avvenuta in inverno.

Ufficialmente, l’assassinio è stato mascherato come un suicidio per abuso di droga; falsando in abbondanza anche l’autopsia. Ma non hanno ingannato nessuno. Il famoso specialista di informatica e blogger Waël Ghoneim ha pubblicato immediatamente una pagina su Facebook intitolata “Siamo tutti Khaled Saïd’’. Nell’estate 2010 è partito l’appello per una grande dimostrazione di protesta, contro la violenza della polizia, che doveva tenersi proprio il giorno della disprezzata festa della polizia. Conosciamo tutti gli avvenimenti che hanno portato alla caduta dell’ultimo faraone, o dittatore, e la violenta reazione del regime e dei suoi sostenitori.

La caduta di Mubarak

Il giorno in cui Mubarak, travolto dalla forza e dall’imponenza del movimento rivoluzionario ha deciso di chiedere all’esercito di ristabilire l’ordine, il ministro degli Interni ha ritirato i suoi soldati; le prigioni hanno aperto le loro porte, lasciando liberi circa 40mila criminali comuni, che si sono impadroniti delle armi dei secondini. Nello stesso tempo 19 commissariati al Cairo sono stati dati alle fiamme, e i prigionieri sono scappati con le armi e le munizioni lì custodite. Ad Alessandria i manifestanti hanno attaccato la sede dell’odiato governatore, mentre a Suez la gente aspettava gli eventi.

Numerose dimostrazioni in tutto il Paese hanno radunato milioni di persone, raccolte e unite nell’unico desiderio di porre fine a una situazione intollerabile e insopportabile. Studenti giovani e acculturati, che usavano cellulari, laptop, facebook e twitter hanno guidato il movimento, e a loro si sono uniti donne e uomini di tutte le età e classi sociali, colti e incolti, fondamentalisti e liberal, tutti galvanizzati dall’obiettivo di ottenere “pane, giustizia sociale, democrazia e libertà”. Dapprima le forze armate non hanno voluto attaccare i manifestanti; le folle che occupavano piazza Tahrir li hanno accolti trionfalmente. Poi l’esercito se ne è andato, e i contromanifestanti sono penetrati nella piazza per quella che è stata definita la “battaglia dei cammelli”.

E’ nata un’organizzazione spontanea, con una logistica di straordinaria efficienza. Squadre di medici hanno organizzato ospedali da campo, i ristoranti di fast food hanno aperto i loro bagni ai manifestanti, una popolazione generosa ha fornito il cibo distribuito in maniera equa; prevaleva un’atmosfera generale di rispetto, principalmente verso le donne.

Piazza Tahrir per tutto il mondo

Si è detto che i manifestanti erano milioni: si dice che quasi un quarto della popolazione totale dell’Egitto abbia partecipato al movimento in tutto il Paese. Perciò uno scrittore come Alaa al-Asswany, e altri suoi colleghi, si sono sentiti giustificati nel parlare del movimento come di una vera “rivoluzione”.
Dopo 18 giorni, e quasi mille “martiri” (il numero ufficiale è di 840) Mubarak ha dovuto ritirarsi; si è rifiutato di lasciare l’Egitto, dichiarando la sua intenzione di restare fino alla fine, per morire nella sua terra. Si è trasferito con la sua famiglia a Sharm al-Shaiykh, il resort turistico che ha contribuito a sviluppare, e dove ha organizzato molti incontri internazionali e congressi.

L’atteggiamento dei giovani rivoluzionari egiziani ha suscitato l’ammirazione di tutto il mondo. Li abbiamo visti pulire piazza Tahrir e diffondere il movimento in tutte le aree, suburbi e città, per raccogliere la spazzatura e pulire piazze e vie, occuparsi della manutenzione delle strade, organizzare il traffico, prendendo il posto della polizia assente. Citiamo qualche dichiarazione. Barack Obama: “Dobbiamo educare i nostri figli a diventare come i giovani egiziani”. Il Primo ministro britannico: “Dobbiamo pensare a insegnare la rivoluzione egiziana nelle [nostre] scuole”. Il Primo ministro italiano: “Non c’è nulla di nuovo in Egitto, gli egiziani stanno facendo la storia, come al solito”. Il primo ministro norvegese: “Oggi siamo tutti egiziani”. Il presidente austriaco: “Il popolo egiziano è il più grande popolo sulla terra; e merita il premio Nobel per la pace”.

Naturalmente questa atmosfera di euforia non è durata a lungo. L’esercito e la polizia hanno obbligato i manifestanti a lasciare la piazza con la forza. A dispetto di ciò, ogni venerdì si è svolta una manifestazione, chiamata “la manifestazione da un milione”. Nel corso dei mesi seguenti, migliaia di manifestanti sono stati arrestati e giudicati da tribunali militari, dove non è possibile appello. Qualche giorno fa il Consiglio supremo della Forze armate ha deciso di liberare duemila prigionieri fra cui il famoso Maikel Nabil. Accusato di insultare le Forze armate, quando tutto quello che ha fatto è stato di postare su Facebook un video, fatto a piazza Tahrir, sulla terribile e scandalosa aggressione subita da giovani donne, con la vergognosa indagine sulla loro verginità, avvenuta nel marzo 2011.

Sempre a marzo il primo ministro nominato dai militari ha rassegnato le dimissioni, dopo uno scontro pubblico, in diretta Tv, con lo scrittore Alaa al-Asswany. Il nuovo Primo ministro è subito andato a piazza Tahrir per ricevere la conferma della sua nomina dai manifestanti. Ha creato molta speranza; ma evidentemente non gli hanno permesso di guidare e gestire la situazione come avrebbe voluto. Ancora a marzo, ha avuto luogo il referendum per emendare alcuni articoli della Costituzione. Il Primo ministro, e i manifestanti, volevano scrivere una Costituzione completamente nuova, prima delle nuove elezioni. In quel momento è emerso un accordo tacito fra i militari e il movimento dei Fratelli musulmani, in forte appoggio al referendum: hanno convinto la gente semplice, la maggioranza della popolazione, a votare “sì” per guadagnarsi un posto nel giardino dell’Eden, ed evitare di andare all’Inferno votando “no”.

Violenze contro i cristiani e la popolazione

Eventi tristi si sono succeduti per tutto l’anno, come gli scontri interconfessionali nel villaggio di Sol, vicino al Cairo, dove in marzo è stata bruciata e distrutta una chiesa. I militari hanno deciso di ricostruirla subito, per le celebrazioni di Pasqua di aprile. Poi sono state bruciate due chiese a Imbaba, al Cairo, sulla riva occidentale del Nilo. Un’area definita, qualche anno fa, la “repubblica islamica di Imbaba”, perché vi risiede un gran numero di salafiti, che aggrediscono la popolazione cristiana. Poi c’è stata l’aggressione agli abitanti cristiani, e la distruzione di una chiesa, in un villaggio vicino ad Assuan, nel sud del Paese; un fatto che ha provocato dimostrazioni al Cairo. Il 9 ottobre è avvenuto il famoso massacro di Maspero, davanti al palazzo della Tv egiziana sul Nilo. Circa 20 giovani sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, o stritolati dai tank dell’esercito.

A novembre, militari e forze di polizia hanno attaccato le famiglie dei martiri a piazza Tahrir, provocando una grande manifestazione - e alcuni giorni di scene tremende - in cui persone sono morte, altri hanno perso uno o due occhi, e in cui sono stati lanciati gas tossici.
A dicembre il nuovo Primo ministro, Kamal al-Ganzhoury, 79 anni e già Primo ministro negli anni ’90, dopo aver dichiarato pubblicamente che non avrebbe mai usato la forza contro i manifestanti, ha dato il via a duri attacchi per disperdere quelli che bloccavano l’accesso al Parlamento e al Consiglio dei ministri, provocando di nuovo decine di morti e feriti fra la gente.

Le elezioni

Le elezioni parlamentari hanno avuto luogo dalla fine di novembre a metà gennaio. Una partecipazione straordinaria di gente; per la prima volta un’atmosfera pulita, senza brogli, a dispetto delle molte irregolarità registrate qui e lì. Il nuovo Parlamento si è riunito la prima volta il 23 gennaio. Il partito Giustizia e Libertà, dei Fratelli musulmani, ha guadagnato il 47% dei seggi; i partiti salafiti hanno vinto, inaspettatamente, il 24% dei seggi, mentre i partiti liberali, come il Wafd hanno registrato il nove per cento, e il “Blocco egiziano” in cui è presente il partito liberale hanno vinto solo il sette per cento. Il maresciallo Tantawi, agendo come capo dello Stato, ha nominato come era prerogativa dei presidenti egiziani, dieci membri addizionali, fra cui quattro cristiani, di cui uno è una donna.
Il Parlamento, chiamato in Egitto “Consiglio del popolo” ha eletto un presidente, del partito Giustizia e Libertà. Ha rivolto un discorso inaugurale moderato, ringraziando i militari per aver mantenuto la promessa di tenere le elezioni, e per quanto hanno fatto da gennaio in poi, ribadendo inoltre l’eguaglianza fra tutti gli egiziani (e cioè fra musulmani e cristiani). Ha indicato fra i primi doveri del Parlamento la discussione sullo “status” delle famiglie dei martiri, con lo scopo di organizzare una compensazione equa, con pensioni, assistenza medica e opportunità di lavoro per quelli che sono rimasti invalidi. Gli analisti pensano che i Fratelli musulmani stanno cercando un accordo con i partiti liberali, piuttosto che un’alleanza con il partito estremista salafita.

I cambiamenti e la memoria

Tutti hanno gli occhi fissi su ciò che può accadere nel primo anniversario della rivoluzione. I militari hanno deciso di fondere una medaglia della rivoluzione e offrirla ai martiri e ai feriti, che però l’hanno rifiutata con fermezza; il maresciallo Tantawi ne farà dono a tutti gli agenti e ufficiali che hanno “protetto” la rivoluzione. I militari e il governo hanno deciso di organizzare grandi eventi musicali a piazza Tahrir, nello stadio del Cairo e in altri luoghi di proprietà dell’esercito. I giovani del movimento si rifiutano di partecipare e di festeggiare, dal momento che molti degli obiettivi della rivoluzione non sono ancora raggiunti. Il grande imam di al-Azhar, lo sceicco Ahmad al-Tayyeb ha annunciato che il 25 gennaio non è una data appropriata per una festa; dovrebbe invece essere dedicata a commemorare i martiri e i tanti feriti.

In ogni caso, il maresciallo Tantawi ha annunciato ieri che a partire dal 25 gennaio 2012 lo stato di emergenza, o legge marziale, in vigore in Egitto da più di 30 anni sarà abolita su tutto il territorio nazionale, salvo che per i casi di teppismo. E’ stato giudicato un regalo prezioso e costoso, offerto agli egiziani. Il maresciallo ha aggiunto che l’Egitto resterà fedele ai trattati internazionali firmati e ratificati in precedenza.

Per ricordare tutto ciò che è accaduto l’anno scorso, dall’inizio di gennaio è cominciato a circolare, diffuso dai rivoluzionari, un video in cui si critica fra l’altro: la gestione degli affari nazionali; l’uccisione di manifestanti pacifici; la tortura contro i manifestanti; i test di verginità sulle manifestanti; i processi militari ai civili; la cancellazione di ogni processo contro la ex first lady; l’uso di teppisti per scatenare violenze, e giustificare l’uso di gas tossici, di proiettili e munizioni; la campagna di stampa per diffamare il movimento pro-democrazia; la violenza contro cittadini che chiedevano che i loro diritti fossero rispettati; la lotta interconfessionale fra cristiani e musulmani; l’uso di forze islamiche per minacciare l’occidente e ricordare che solo l’esercito può essere affidabile, nella politica regionale, e quindi è degno di appoggio politico e finanziario; l’accusa per il movimento di collaborare con forze straniere; l’umiliazione e la tortura per le famiglie dei martiri; l’aver gettato il corpo di un martire nella spazzatura; il maltrattamento, la violenza e l’umiliazione di una manifestante; la corruzione della giustizia (perché il ministro degli Interni di Mubarak è stato accolto con manifestazioni di simpatia dai giudici del tribunale); l’uso del network per spargere teorie e prospettive apocalittiche; il rilascio di poliziotti accusati di aver ucciso manifestanti; l’aggressione alle Ong per i diritti umani.
E a dispetto di tutto ciò, il video afferma: “i rivoluzionari ritornano di nuovo il 25 gennaio 2012”.

Scommessa sul futuro

Il nuovo ministro degli Interni ha dichiarato che nell’anniversario della rivoluzione egli vuole controllare la situazione, perché non vi siano eccessi durante le dimostrazioni; per questo farà usare manganelli, spruzzi di vernice indelebile per sei mesi, sparando alle gambe con proiettili veri. E così ha dato un’idea chiara delle intenzioni della polizia.

D’altra parte, la gente è preoccupata per il processo di Mubarak e dei suoi seguaci. È stata chiesta la pena di morte, ma a quanto sembra la legislazione egiziana non la permette per chi ha più di 80 anni. E l’opinione pubblica è molto turbata dall’affermazione del legale della difesa, che ha svolto la sua perorazione per diversi giorni, affermando infine che Mubarak è ancora il presidente perché non ha firmato le dimissioni, non ci sono state ancora elezioni presidenziali, dopo la fine del suo mandato a settembre, e la corte che lo giudica è incostituzionale. La sentenza verrà alla fine del mese, e la sensazione generale è che sarà assolto.
A febbraio ci saranno le elezioni per il Senato; dopodiché le due Camere nomineranno duecento persone, per scrivere una nuova Costituzione; infine avranno luogo le elezioni presidenziali.

Fra i molti candidati possibili, Mohammad al-Baradei ha deciso di ritirarsi dalla corsa presidenziale perché “non c’è ancora una reale democrazia”. Pensa che anche se il regime è stato decapitato, è ancora vivo e attivo. “I capitani della nave stanno navigando sulle stesse acque come prima, come se la rivoluzione non fosse avvenuta”. Ha affermato che il movimento dei giovani dovrebbe essere in prima fila alle manifestazioni del 25 gennaio. Gli analisti pensano che stia cominciando a comportarsi come il vero catalizzatore per il movimento giovanile, che manca di una leadership organizzativa e ha bisogno di unificarsi.

In generale, la gente è preoccupata per la sicurezza. Di recente una suora cattolica è stata aggredita da due in motocicletta di fronte al suo convento, nella pacifica area residenziale di Heliopolis, (la città del barone belga Empain, fondata nel 1905), mentre tornava dall’università. E’ stata presa per il collo, il velo strappato. L’aggressore voleva obbligarla a pronunciare la “Shehada”, la testimonianza di fede musulmana, e dal momento che si è rifiutata, le ha tagliato la guancia destra con un taglierino e ha minacciato di spogliarla. L’arrivo di alcune auto ha obbligato i motociclisti a scappare, con la sua borsa e il suo velo. Pochi giorni più tardi la borsa è stata gettata nel cortile del convento, con tutto ciò che vi era dentro, e con il velo ridotto a brandelli. La suora ha denunciato l’accaduto alla polizia, e si è rifiutata di parlare con i giornalisti o di rilasciare dichiarazioni.

Questo è uno dei molti episodi di violenza e di insicurezza, in genere furti, che diffondono la sensazione di una mancanza di sicurezza. D’altra parte c’è la sensazione generale che il presente governo, nominato a tempo, si stia comportando come se dovesse durare a lungo; contraendo prestiti dal Fondo monetario internazionale, cancellando strutture statali (come il Consiglio del popolo, o il Consiglio delle donne) e dando l’impressione di pensare a stabilirsi lì per sempre, invece di essere pronto a cedere i suoi poteri a una nuova formazione.

In mezzo a tutto ciò, un segnale positivo è l’eterno senso dell’humour del popolo egiziano. Nelle ultime due settimane un’ondata di freddo è passata sull’Egitto, e sono cominciate a circolare battute del tipo: “Abbiamo un clima europeo, e un livello di vita della Somalia”; oppure: “Questo clima è una cospirazione contro l’Egitto, organizzata dai nemici!” [prendendosi gioco di alcuni cliché dei militari- ndr].

Ogni volta che la situazione generale diventa più dura, il popolo egiziano, noto per essere pacifico e aperto, si rifugia nei “nokat”, scherzi, tipici dell’Egitto, e questo senso dell’humour aiuta a tenere alto il morale. Il sorriso dà un senso di generale ottimismo, sulla lunga distanza, anche se tutti sono pronti a sopportare momenti duri nell’immediato. Per questo chiudiamo con lo slogan amato da Alaa al-Asswany: “Democrazia è la soluzione”, e con quello gridato dai giovani manifestanti: “la rivoluzione continua”.
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