28/05/2026, 11.14
LIBANO - ISRAELE
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Le bombe israeliane su Tiro e la 'scommessa folle' di Aoun sul negoziato

di Fady Noun

Decine di morti per gli attacchi israeliani nel sud del Paese, anche oltre il fiume Litani. Israele mira ad ampliare fino a 30 chilometri la fascia di territorio che controlla. Sinora risparmiata la capitale, Beirut, che gli Stati Uniti hanno definito “off-limits”. Il 2 e il 3 giugno fissato il nuovo round di colloqui a Washington dove la delegazione libanese insisterà sulla ncessità di una cessazione immediata e simultanea delle ostilità.

Beirut (AsiaNews) - Nel primo giorno dell’Eid al-Adha, la festa musulmana del sacrificio celebrata ieri, subito dopo il telegiornale l’emittente televisiva Al-Jadid, una delle più seguite in Libano, ha mandato in onda la “sensitiva” Leila Albdel Massih. Questo la dice lunga sullo stato di smarrimento in cui il conflitto di Hezbollah contro Israele ha fatto sprofondare il Paese dei cedri. Tre mesi dopo l’entrata in guerra del braccio armato della Repubblica islamica contro lo Stato ebraico il 2 marzo e in attesa dell’annuncio - che non arriva - di un accordo tra Washington e Teheran che dovrebbe includere il Libano, prima smentito e poi rilanciato, i libanesi vivono nella totale incertezza su ciò che attende la loro patria. Vivono così nel timore sia del protrarsi indefinito della guerra che anche ieri ha provocato decine di morti, sia di un accordo ambiguo che non li libererebbe dall’arroganza del Partito di Dio filo-iraniano.

Quel che è certo è che sebbene solo una parte del Paese, ovvero il sud, sia direttamente colpita dai combattimenti sul terreno, è l’intero Libano a subire le conseguenze indirette della guerra: aumento costante del numero degli sfollati, che secondo le stime ufficiali si aggira intorno a 1,2 milioni, con le sue conseguenze sociali e umane quasi insormontabili; la distruzione di interi villaggi; perdite economiche per miliardi; aumento del tasso di criminalità e delle tensioni confessionali; calo delle entrate di bilancio previste e politica di austerità nel pubblico; brusco rallentamento dei settori chiave della ristorazione e dell’industria alberghiera; impoverimento e disoccupazione; impunità dei profittatori; persistenza dell’immorale blocco dei depositi bancari.

Fortunatamente, il porto e l’aeroporto internazionale di Beirut funzionano normalmente, grazie a una linea rossa tracciata da Washington. Tuttavia per la festa dell’Eid al-Adha sono presenti solo i libanesi della diaspora. 

Evacuazione da Tiro

Nel Libano meridionale gli scontri di terra tra Israele e Hezbollah, così come i raid aerei, si sono intensificati nell’ultima settimana. Indipendentemente dai combattimenti in corso, gli abitanti della grande città costiera di Tiro (circa 150mila abitanti), con i suoi tre campi profughi palestinesi, e di Nabatiyeh, hanno ricevuto ieri un ordine di evacuazione che ha provocato drammatici esodi di massa, in particolare verso Saida e Beirut. A Tiro solo una piccola parte della città, che costituisce il quartiere cristiano, non è stata designata come zona rossa da evacuare, secondo la mappa pubblicata dal portavoce dell’esercito israeliano. I massicci bombardamenti dei caccia con la stella di David hanno ucciso ieri almeno nove persone, che si aggiungono ai 34 morti registrati del 25 maggio.

Analisti ed esperti ritengono che il bombardamento aereo di ieri su alcuni obiettivi a Tiro possa essere il preludio a un’avanzata a nord della linea gialla e del Litani. Tel Aviv avrebbe già iniziato a richiamare i riservisti e a inviare rinforzi nel Libano meridionale, in vista dell’estensione dell’operazione terrestre. Fonti diplomatiche citate dalla stampa indicano che Israele sta valutando di ampliare la propria presenza sul terreno fino a 30 km all’interno del territorio libanese, ovvero fino a Nabatiyeh e alle colline circostanti.

Le stesse fonti segnalano il timore di attacchi a sorpresa da parte dello Stato ebraico, poiché Israele ritiene che Hezbollah abbia sviluppato droni guidati da fibra ottica con una gittata di 25-30 km contro i quali non ha ancora trovato una contromisura. Tuttavia, assicurano fonti politiche libanesi, le garanzie statunitensi volte a tenere la capitale e la sua periferia meridionale al di fuori del conflitto e di qualsiasi escalation sono ancora valide.

Scommessa ‘folle’ di Aoun

Sul piano politico, la maggioranza della popolazione e delle forze politiche libanesi ripone le proprie speranze nella “scommessa folle” del presidente libanese Joseph Aoun, che ha corso il rischio di avviare colloqui diretti con Israele. Una partita politica e diplomatica giocata senza altro asso nella manica se non quello di incarnare una legittimità statale alla quale quasi tutti i libanesi aderiscono, apertamente o in segreto, e che gode del sostegno di Washington e di Bruxelles.

In quest’ottica il leader libanese è sostenuto dal presidente Usa Donald Trump, che ha già seguito da vicino tre round di discussioni dirette tra gli ambasciatori del Libano e di Israele nella capitale statunitense e ha presieduto di persona, nello Studio Ovale, il secondo di questi incontri. Domani, 29 maggio, le delegazioni militari libanese e israeliana dovrebbero incontrarsi al Pentagono sotto la mediazione americana. Una riunione che rientra negli incontri incentrati sulla sicurezza e che precede di poco un quarto “round” di discussioni politiche, previsto per il 2 e 3 giugno prossimi, al Dipartimento di Stato Usa.

Israele starebbe cercando di imporre la creazione di una sala operativa congiunta destinata a coordinare il disarmo di Hezbollah. La delegazione libanese, dal canto suo, ha ricevuto istruzioni di insistere sulla necessità di una cessazione immediata e simultanea delle ostilità, unica carta che ha in mano per mettere a tacere il movimento filo-iraniano. 

Secondo un esperto vicino ai negoziati di Washington che si è confidato con AsiaNews dietro anonimato, il Libano “cercherà di convincere Israele a rinunciare alla conquista di nuove porzioni di territorio”, perché agendo in questo modo “si espone maggiormente dal punto di vista militare”. Al contempo Hezbollah, prosegue la fonte, ”è pronta a tutto per infliggere il maggior numero possibile di perdite umane all’esercito israeliano, anche se al momento questo rapporto è, secondo le stime, di un soldato israeliano ucciso per almeno venti-trenta combattenti sciiti”. 

Guerra e diplomazia

L’interesse del Libano, assicurano negli ambienti presidenziali, rimane sempre quello di sostituire la guerra con la diplomazia e, ottenendo un cessate il fuoco totale, convincere Hezbollah che questa strada è la più efficace per i suoi interessi, nonostante i risultati ottenuti sul piano militare. Baabda vuole ancora convincere il partito filo-iraniano, diviso su questo punto tra linea dura e linea morbida, che la guerra asimmetrica che conduce contro Israele non darà mai più i risultati che aveva dato nel 2000, con il ritiro dello Stato ebraico dalla fascia di confine che occupava. Per Aoun, la consapevolezza delle perdite umane che uno scontro tra l’esercito e la resistenza comporterebbe è onnipresente, assicurano i suoi stretti collaboratori. Egli sa che una parte delle truppe rimarrà fedele e obbedirà agli ordini, anche a malincuore, ma sa pure che lo scontro avrà l’amaro sapore di un conflitto fratricida che frammenterà il Paese, cosa che cerca a tutti i costi di evitare.

Il ritorno alla calma in Libano fa quindi parte di una corsa contro il tempo tra Washington e Teheran. Gli americani auspicano la fine dello scontro armato, ma accetterebbero che Israele mantenga il controllo dei territori occupati nel sud, fino al completo disarmo della milizia sciita, nell’ambito di una cooperazione tripartita tra Stati Uniti, Israele e Libano. Questo è il motivo per cui l’esercito israeliano cerca di conquistare la maggiore porzione di territorio libanese, in vista di un futuro negoziato. Intanto, l’opinione pubblica libanese teme un accordo prematuro che consentirebbe a Hezbollah di cantare vittoria e perpetuare il potere armato di un partito che fa concorrenza allo Stato e gli parla dall’alto.

L’Iran, infine, dal canto suo esige che nei negoziati in atto con gli Stati Uniti sia incluso anche il fronte libanese nelle condizioni previste nell’ipotetico accordo, cosa che Tel Aviv e Washington (in particolare il primo) rifiutano categoricamente, ritenendo non negoziabile il mantenimento delle armi di Hezbollah. Di contro, i miliziani filo-Teheran non smettono di minacciare l’esistenza stessa dello Stato libanese dal suo interno, ora con manifestazioni di piazza per far cadere il governo, ora con il rovesciamento dello Stato. Una prospettiva, concludono gli esperti, che appare al di là delle sue possibilità, ma che continua a fare effetto sull’opinione pubblica e a risvegliare i timori di una nuova guerra civile. 

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