05/06/2026, 08.29
ARMENIA
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Le elezioni in Armenia, tra Oriente e Occidente

di Vladimir Rozanskij

Il voto del 7 giugno a Erevan dovrà mettere il punto sulla convulsa situazione politica interna, aprendo una nuova fase rivolta verso l’Europa oppure riportando il Paese sotto il controllo della Russia, cercando di evitare la guerra civile tra le diverse anime del popolo armeno. Intanto l'attuale premier Pašinyan ha fatto sapere che intende incontrare Putin subito dopo il voto.

Erevan (AsiaNews) – L’Armenia si appresta ad andare al voto domenica 7 giugno per elezioni parlamentari guardate con molta attenzione non solo all’interno dei suoi confini. Il Paese è infatti da tempo attraversato da una dura contrapposizione tra la sua attuale leadership, che guarda verso Occidente e i suoi oppositori che gli contestano la gestione dei negoziati con l’Azerbaigian e - più in generale - il raffreddamento delle storiche relazioni con Mosca.

Alla vigilia dell’appuntamento con le urne l'attuale premier armeno Nikol Pašinyan - dato per favorito nei sondaggi - ha fatto sapere che intende incontrare Vladimir Putin subito dopo il voto, in un incontro concordato durante una recente conversazione telefonica in occasione del compleanno di Pašinyan del 1° giugno, in cui sono state discusse “diverse questioni in sospeso”. In precedenza, il presidente russo aveva rilasciato alcune dichiarazioni secondo cui, se l'Armenia dovesse avviare l'integrazione con l'Ue, dovrebbe poi rescindere l'accordo di libero scambio con la Russia, abrogare i documenti relativi alle normative tecniche e agli standard fitosanitari, e rinunciare ad altri benefici concessi al Paese in virtù della sua appartenenza all'Unione economica eurasiatica Eaes.

In precedenza, la parte russa aveva avvertito l'Armenia della possibile rottura dell'accordo sul gas del 2013, e l’agenzia Rosselkhoznadzor aveva quindi iniziato a limitare la fornitura di prodotti armeni alla Russia. Nello stesso tempo erano stati bloccati diversi articoli d’importazione armena in Russia, frutta e verdura e alcolici, con giustificazioni di “inadeguatezza degli standard sanitari”, dopo che lo stesso Putin aveva ricordato che “il Pil armeno dipende dal commercio con la Russia”.

Le minacce putiniane erano state accompagnate da diverse dichiarazioni di alti esponenti della politica moscovita, come quelle del ministro degli esteri Sergej Lavrov sulla “possibile evoluzione della situazione in Armenia come quella in Ucraina”, dove il conflitto era esploso nel 2014 proprio per la volontà degli ucraini di stringere accordi economici con l’Unione europea. Erevan ha infatti espresso la volontà di integrarsi con l’Europa, mentre è ancora membro della Eaes, e questa scelta potrebbe provocare una reazione simile a quella che ha portato all’invasione dell’Ucraina nel 2022.

La tensione con la Russia riflette quella interna alla stessa Armenia, un Paese storicamente molto legato a Mosca, per la difesa dalle pretese turche dopo il genocidio di inizio Novecento. Tutti i leader dell’Armenia sono sempre stati molto dipendenti dal Cremlino, mentre Pašinyan si era posto fin dagli anni giovanili contro la dirigenza di Erevan, accusata di corruzione. Nel 1999 aveva passato un anno in carcere per essersi rifiutato di pagare una multa di circa 25mila dollari, comminata per le critiche sul giornale da lui fondato Oragir all’allora ministro degli esteri Serž Sargsyan, divenuto poi presidente della repubblica tra il 2008 e il 2018, dopo essere stato primo ministro.

Diventato uno dei principali punti di riferimento dell’opposizione, Pašinyan organizzò le proteste dopo il referendum imposto da Sargsyan per rinnovare ulteriormente la sua carica, diventando infine primo ministro nel 2018 con il nuovo partito dell’Accordo Civile. In questi otto anni egli ha quindi cercato di emancipare l’Armenia dalla dipendenza russa, e ha dovuto affrontare la crisi del conflitto in Nagorno Karabakh con l’Azerbaigian, che si trascinava fin dai primi anni post-sovietici. Dopo 44 giorni di guerra, in cui la Russia non volle intervenire favorendo di fatto la campagna militare degli azeri, a novembre del 2020 venne firmato l’armistizio con Baku, senza mai raggiungere un vero accordo di pace.

Ora i nodi vengono al pettine: Pašinyan ha ormai ristabilito un rapporto costruttivo con l’Azerbaigian, sganciandosi del tutto dalla Russia e approfittando della mediazione degli Stati Uniti, che prevede l’apertura del “Corridoio della Pace di Trump” come soluzione finale che escluderebbe di fatto i russi dagli itinerari commerciali del Caucaso meridionale. Contro il premier si è schierata la Chiesa Apostolica Armena con il suo katholikos Karekin II, che il premier vorrebbe far dimettere per “immoralità” e corruzione, e che è rappresentato dall’oligarca filo-russo Samvel Karapetyan, capo delle opposizioni al governo. La votazione di domenica dovrà mettere il punto sulla convulsa situazione, aprendo una nuova fase della politica armena rivolta verso l’Europa o riportandola sotto il controllo della Russia, cercando di evitare la guerra civile tra le diverse anime del popolo armeno.

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