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Le ruspe di Modi nella città sacra di Varanasi

Nel Manikarnika Ghat, importante luogo di cremazione della città sacra, è stato demolito un sito legato alla regina indù Ahilyabai Holkar. Si tratta di un'azione che rientra nel progetto del corridoio di Kashi Vishwanath, mentre non vengono risolti i problemi ambientali del Gange o la povertà di buona parte dei residenti. Secondo i piani, inoltre, la moschea di Gyanvapi resterebbe esposta, aprendo la strada a nuove tensioni settarie.

Varanasi (AsiaNews) - Il 10 gennaio, in uno dei luoghi di cremazione più sacri di Varanasi, il Manikarnika Ghat, le ruspe hanno fatto il loro ingresso. Senza preavviso o comunicazione ufficiale, le autorità municipali hanno avviato una vasta operazione di demolizione che fa parte di un più ampio e contestato progetto di modernizzazione. Tra le rovine, in particolare, figurano i siti legati all'eredità di Devi Ahilyabai Holkar, una regina maratha del XVIII secolo nota per aver finanziato la ricostruzione di vari templi indù che erano stati distrutti durante il periodo Moghul. I discendenti della donna e il Khasgi Trust, che gestisce i beni che appartenevano al regno principesco, hanno espresso profonda indignazione, sottolineando che il sito demolito era uno dei pochissimi in cui la regina aveva posto effigi con la propria immagine in segno di devozione alla Madre Ganga.

I discendenti della famiglia reale dello Stato di Holkar hanno ricordato che la stessi Devi Ahilayabai aveva ristrutturato il Manikarnika Ghat nel 1791, trasformandolo nel principale sito di cremazione in cui i fedeli ritengono si possa ottenere la liberazione dal ciclo delle rinascite. A Varanasi e Indore (capitale dell’antico regno prima dell’arrivo degli inglesi) sono scoppiate proteste guidate dal Samajwadi Party e dalla comunità Pal, che venera Ahilyabai come un’importante antenata. K.K. Mishra, membro del partito del Congress, all’opposizione, ha definito la demolizione un “atroce crimine religioso”, e si poi chiesto come tale distruzione possa avvenire nel collegio elettorale del primo ministro Narendra Modi, il quale nel 2014 dichiarò solennemente che la Madre Ganga lo aveva chiamato a Kashi, un altro nome utilizzato per Varanasi, che significa “brillare”, per questo la città è chiamata anche “la città della luce”. Mentre le autorità locali sostengono che gli idoli siano stati spostati in “luoghi sicuri” per essere successivamente reinstallati, i video circolati online mostrano atti di profanazione e statue storiche abbandonate tra i detriti.

La demolizione a Manikarnika è parte di un piano di riqualificazione molto più ampio promosso da Modi, il cui governo è sostenuto dalle frange ultranazionaliste indù. In particolare la costruzione del corridoio del tempio di Kashi Vishwanath (o Vishwanath Dham), mira a trasformare i vicoli antichi e congestionati di Varanasi in un ampio percorso di oltre 4.000 metri quadrati che collegherebbe il fiume Gange al tempio indù. Nel 2019 Modi ha presentato l’opera come un atto di “liberazione” di Shiva, che sarebbe “tenuto prigioniero” dagli edifici circostanti. Il progetto include la realizzazione di una piazza del tempio, biblioteche storiche e spazi per spettacoli, pensati per accogliere milioni di pellegrini.

Finora, per liberare l’area, il governo ha demolito circa 300 case e sfollato 600 famiglie, alterando per sempre il carattere tradizionale della città. Oltre al costo umano, la città affronta gravi criticità. Per esempio, milioni di litri di acque reflue non trattate confluiscono ancora quotidianamente nel Gange e la falda acquifera è pericolosamente esaurita. Come in tante altre città indiane, la rapida urbanizzazione ha portato a livelli allarmanti di inquinamento atmosferico, Ma soprattutto, secondo dati governativi del 2011, quasi il 34% della popolazione cittadina vive in baraccopoli che non hanno servizi igienici e acqua potabile.

Da più parti sono arrivate critiche al governo accusato di distruggere l’eredità che sostiene di difendere. L’ex mahant (capo sacerdote) Rajendra Tiwari ha commentato dicendo che il governo ha “rovinato il carattere di Kashi” e che le esigenze dei devoti potevano essere soddisfatte senza una tale distruzione del tessuto storico. Ma l’operazione appare anche come un esercizio politico calcolato. Il leader del Samajwadi Party, Akhilesh Yadav, ha accusato il BJP, il partito ultranazionalista indù da cui proviene il premier e che è al governo anche nello Stato dove si trova Varanasi, l’Uttar Pradesh, di essere “leale solo verso il denaro”, sostenendo che le demolizioni servano a favorire i gli uomini d’affari vicini al partito piuttosto che i cittadini.

Il corridoio di di Kashi Vishwanath rischia però di finire per alimentare anche le tensioni settarie. Nelle operazioni di sgombero attorno al tempio, la moschea di Gyanvapi è rimasta esposta e non contrassegnata sulle mappe ufficiali del progetto. Alcuni osservatori temono che il governo stia “preparando il terreno per un altro incidente simile a quello di Babri”, utilizzando il corridoio per radunare grandi masse di forestieri al fine di istigare l'occupazione del sito della moschea. Nel 1992 la moschea di Babri venne presa d’assalto e distrutta da centinaia di migliaia di estremisti indù che sostenevano che sotto le fondamenta ci fosse un tempo indù dedicato al dio Rama.

Oggi la questione è stata chiusa con la costruzione del tempio di Ayodhya, ma diversi parallelismi fanno temere che una tragedia del genere possa ripetersi a Varanasi. Nel 2019, per esempio, alcuni residenti locali sono stati scoperti mentre stavano seppellendo una statua di una divinità nei pressi della moschea di Gyanvapi, un episodio avvenuto anche a Babri nel 1949. Ora che la disputa di Ayodhya è stata risolta sul piano legale, molti temono che il governo stia preparando il terreno per capitalizzare nuove tensioni. L’idea di “proteggere l’induismo” non sembra tanto una questione di fede, quanto una strategia per mantenere una piattaforma di mobilitazione politica.

 

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