17/06/2026, 11.04
SUD-EST ASIATICO
Invia ad un amico

Le vittime invisibili degli scam center e chi se ne prende cura

di Alessandra De Poli

Nei centri per le truffe online del sud-est asiatico migliaia di giovani sono ridotti a schiavi digitali in una delle forme di offesa alla dignità della persona ricordate anche dall'enciclica "Magnifica Humanitas". Al confine tra Thailandia e Birmania, l’ong Global Alms cura i traumi e restituisce nome, dignità e futuro ai sopravvissuti.

Milano (AsiaNews) - C’è un filo invisibile che lega la disperazione economica giovani disoccupati in Africa, Asia e America Latina ai messaggi ingannevoli che ogni giorno arrivano sui nostri smartphone. Un semplice sms o un’offerta di lavoro all’apparenza imperdibile rischiano di trasformarsi nell’incubo delle scam city, o centri per le truffe online. Proliferati rapidamente nel sud-est asiatico dopo il 2020, questi complessi, gestiti da cartelli criminali transnazionali legati alle triadi e alla mafia cinese, muovono un’economia criminale che secondo le stime supera i 43 miliardi di euro nella sola area del Mekong, che incrocia Laos, Cambogia, Thailandia e Myanmar. Secondo i dati delle Nazioni unite, il fenomeno ha assunto le proporzioni di una crisi geopolitica e umanitaria, con almeno 300.000 persone costrette a lavorare in queste strutture. Dietro questa immensa rete finanziaria non ci sono hacker informatici, ma schiavi digitali sottoposti a violenze sistematiche, che anche papa Leone XIV ha ricordato nella sua enciclica “Magnifica Humanitas”.

Per comprendere la scala di questa crisi bisogna spostarsi a Mae Sot, una cittadina thailandese situata lungo la linea di confine segnata dal fiume Moei. Sulla sponda opposta, in territorio birmano, sorgono circa sessanta complessi ben visibili a occhio nudo. Mechelle Moore, neozelandese, direttrice esecutiva dell’ong Global Alms, descrive queste strutture come «parchi commerciali per attività illecite». Si tratta di cittadelle autosufficienti, edificate in aree rurali isolate e circondate da territori controllati da gruppi etnici armati o fazioni militari che combattono nella guerra civile birmana iniziata nel 2021, rendendole di fatto impenetrabili alle autorità ordinarie.

Global Alms, dopo anni di lavoro nella gestione di casi di violenza di genere e tratta di minori, ha attivato un’unità anti-tratta specifica nel 2022. «Offriamo una linea di emergenza telefonica e un rifugio per l’accoglienza immediata mentre i nostri operatori seguono ogni vittima passo dopo passo», spiega Moore. «Quando le persone escono dai compound, le aiutiamo con la consulenza legale, spiegando loro quali sono i propri diritti e come funziona il meccanismo nazionale di referral – lo strumento con cui la Thailandia identifica e tutela le persone trafficate – fino ad accompagnarle nel processo di rimpatrio, finché non tornano a casa. Quando la polizia locale ci ha affidato il primo caso di una vittima scampata dai centri per le truffe online, abbiamo compreso l’immensità del problema», racconta ancora Moore. «Il fenomeno è cresciuto a una velocità spaventosa e imprevedibile».

Dal finto colloquio a una trappola senza vie d'uscita

I profili delle persone trafficate smentiscono gli stereotipi legati alla manodopera non qualificata. Se in Cambogia prevalgono profili con livelli di istruzione inferiori, i compound in Myanmar selezionano personale istruito, spesso con titoli di studio superiori, capaci di parlare lingue straniere e utilizzare software avanzati.

Il reclutamento avviene online tramite falsi annunci per impieghi prestigiosi in Thailandia. Dopo finti colloqui su Zoom, le vittime atterrano a Bangkok e vengono trasferite a Mae Sot con una logistica apparentemente impeccabile. «Se sorge un dubbio, un reclutatore in chat è sempre attivo per rassicurare la persona che sta venendo trafficata», chiarisce Moore. La trappola scatta di notte: prelevate improvvisamente dall’hotel, le vittime vengono disorientate con continui cambi d’auto prima di essere costrette da miliziani armati ad attraversare il fiume Moei verso il Myanmar. Nei compound, chi rifiuta di cooperare assiste alla tortura esemplare di altri prigionieri e quasi tutti cedono. «Oggi credo che una buona parte sia consapevole dei rischi, ma scelga comunque di tentare la fortuna», analizza Moore. «Decidono di rischiare perché la situazione economica è disperata e devono mantenere la famiglia. Quando scoprono l’inganno, sono i primi a muoversi per chiedere aiuto, dicendo: “Sapevo che c’era un rischio, ma non pensavo che sarebbe stato così terribile, per favore aiutatemi a uscire”».

Ma fuggire da questo labirinto è quasi impossibile. Ogni compound ospita dalle 30 alle 40 aziende indipendenti, strutturate in rigide gerarchie collegate a superiori esterni tramite reti di videosorveglianza. Regna l’anonimato assoluto, spiega Mechelle: si usano solo pseudonimi o soprannomi e i cellulari dati alle vittime vengono completamente resettati, cancellando ogni traccia utile alle indagini. «Le identità riescono a restare segrete per diverse ragioni. In Cambogia si sa molto di più su chi possiede le aziende e gestisce i compound, perché sono tutti registrati come società diverse, e quei registri si possono consultare. Ma il Myanmar è in guerra civile: i compound lì sono quasi in uno stato di limbo, crescono senza controllo e non si può accedere a nessun registro pubblico. Operano nell'anonimato, tutti usano pseudonimi. Quando una vittima esce e dice il nome del suo capo, quando vai a verificare sono già spariti — ed erano falsi comunque». Anche per questa ragione, la geografia del cybercrimine si sta spostando nell’entroterra birmano, a 10 o 15 chilometri dal confine, rendendo i centri militarmente inaccessibili alle ong che si occupano di recuperare le vittime. Molti cittadini birmani lavorano nei compound per far fronte alla crisi economica: a differenza di coloro che vengono trafficati da altri Paesi, lavorano in queste cittadelle come cuochi, traduttori o addetti alla sicurezza, attirati da salari elevati e autoassolvendosi dall’attività criminale diretta. Il timore è che il Myanmar possa scivolare verso la configurazione di uno “Stato-truffa” permanente, ricalcando il modello cambogiano, aggiunge ancora Moore.

«Le vie d’uscita sono pochissime e pericolose», prosegue la direttrice di Global Alms. «Molti tentativi di fuga nella giungla finiscono in tragedia o con pestaggi così brutali da invalidare permanentemente i prigionieri. Un’alternativa è il pagamento di un riscatto estorto alle famiglie, che i trafficanti mascherano come rimborso per i voli e il vitto, ma che rappresenta il prezzo commerciale pagato per l’acquisto della persona all'interno della rete della tratta». In casi eccezionali si muovono canali diplomatici autorevoli in grado di negoziare a distanza con i leader dei gruppi armati, come può permettersi di fare la Cina, che esercita il proprio ascendente politico sugli attori della guerra civile birmana e la propria influenza commerciale sui Paesi del sud-est asiatico. Le vittime rimangono recluse per uno o due anni, venendo liberate solo quando sono ormai ridotte in uno stato di totale prostrazione fisica e psicologica.

Dalla giunga a una nuova vita: la storia di un sopravvissuto

Proprio la restituzione del nome e dell’umanità rappresenta il cuore del lavoro di Global Alms. Moore ricorda la vicenda di un giovane meccanico etiope che insieme a due connazionali aveva tentato l’evasione saltando da una finestra al secondo piano. Braccati nella giungla dalle guardie cinesi e dalle milizie locali, era stato percosso con tale ferocia da restare paralizzato sul terreno con il bacino e la colonna vertebrale gravemente lesionati. Ritenendolo ormai inutile, i trafficanti lo avevano trasportato in auto in Thailandia, scaricandolo esanime davanti all’ospedale di Mae Sot. Privo di documenti, il giovane era stato ricoverato. «Quando ho ricevuto la segnalazione, ho cercato in tutti i reparti fino a trovarlo», racconta Moore. «Non parlava inglese, comunicavamo solo in amarico tramite Google Traduttore. Mesi dopo, mi ha confidato che quando ero entrata nel reparto gli ero apparsa come un angelo, semplicemente perché avevo pronunciato il suo nome. In un sistema che lo aveva ridotto a un numero invisibile, sentire il proprio nome lo aveva restituito alla condizione di essere umano». Dopo nove mesi di cure, il giovane è stato rimpatriato in Etiopia. Lì ha aperto un’officina meccanica nel garage di casa insieme alla sorella minore, trasformandola in un’attività di successo. «Dobbiamo tenere presente che queste persone partono da situazioni di estrema povertà e vulnerabilità con un disperato bisogno di lavorare», spiega ancora l’esperta, sottolineando come il ritorno alla normalità sia tutt'altro che immediato. «Quando finiscono in un centro di truffe possono rimanerci dai sei ai diciotto mesi, a volte fino a due anni e mezzo, e quando ne escono spesso tornano a una realtà peggiore di quella che avevano lasciato: si ritrovano con enormi debiti e famiglie distrutte. Ricostruirsi una vita, dopo un'esperienza simile, è una sfida enorme».

L’esperienza di Mechelle Moore - che ha un passato anche nell’amministrazione militare australiana e durante la pandemia ha intrapreso l’attività di ricerca universitaria a Canberra per sostenere i costi dell’ong - evidenzia la necessità di superare gli approcci burocratici. «Tendiamo sempre a cercare la vittima perfetta, convinti che debba piangere, parlare o comportarsi secondo uno schema rigido», afferma. «Ma la realtà della tratta è fatta di individui diversi, ciascuno con la propria risposta al trauma. Applicare una metodologia attenta ai vissuti traumatici e accogliere queste persone con dignità e gentilezza è l’unico modo per avviare una reale guarigione e un reinserimento sociale duraturo».

Truffe romantiche, intelligenza artificiale e il ruolo della Cina

I cyber-schiavi lavorano soprattutto su truffe romantiche, in cui lo scammer costruisce per mesi una finta relazione sentimentale prima di convincere la vittima a investire in piattaforme fasulle o a cedere volontariamente dei soldi (fattispecie che spesso non costituisce reato), oppure costruiscono “task scams”, dove si richiede il pagamento di somme crescenti per sbloccare presunti guadagni online. Più di recente, i network criminali hanno iniziato a utilizzare strumenti di traduzione e intelligenza artificiale. Ma Moore ritiene che le nuove tecnologie non ridurranno il numero di schiavi digitali. Secondo la direttrice di Global Alms le organizzazioni criminali che già sfruttano i deepfake e i sistemi di traduzione istantanea la tecnologia fungerà da moltiplicatore dello sfruttamento perché l’obiettivo delle organizzazioni criminali resta la massimizzazione del profitto: «Non penso affatto che smetteranno di sfruttare gli esseri umani per bontà d'animo solo perché ora dispongono dell’IA», commenta. Anche il ruolo della Cina, a sua detta, rimane ambiguo: nonostante le politiche ufficiali contrarie ai crimini informatici, la presenza di funzionari che transitano nei centri senza smantellarli suggerisce la complicità di attori corrotti che beneficiano economicamente della situazione. «Non sto dicendo che la Cina sia un attore malevolo, ma ci sono individui e aziende che traggono vantaggio dal mantenere i compound in funzione. Puoi avere un governo contrario alla tratta e al cybercrimine, e avere comunque cattivi attori dentro quel governo che perpetuano il ciclo. Penso che ci siano molti cattivi attori coinvolti, alcuni dei quali sono cinesi, ma vengono da tutto il sud-est asiatico, da tutto il mondo».

TAGs
Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
La denuncia: 'Migranti birmani in Thailandia sfruttati e sottoposti a estorsione'
19/07/2025 11:00
Myawaddy: ancora scontri al confine, il ministro degli Esteri thai in visita a Mae Sot
23/04/2024 12:48
Ci sono (anche) gli scam center dietro agli scontri tra Bangkok e Phnom Penh
11/12/2025 15:06
Trump vuole cerimonia anche tra Bangkok e Phnom Penh, ma resta il nodo degli scam center
14/10/2025 13:16
'Le ombre dell'inganno: il mio grido di missionario sulla guerra alle truffe in Cambogia'
20/01/2026 13:37


Iscriviti alle newsletter

Iscriviti alle newsletter di Asia News o modifica le tue preferenze

ISCRIVITI ORA
“L’Asia: ecco il nostro comune compito per il terzo millennio!” - Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo”