Migranti filippini: il volto nascosto dello scontro sulla Groenlandia
Di fronte a una popolazione locale in forte calo la Groenlandia fa sempre più affidamento sui lavoratori di Manila per settori chiave dell'economia locale come la pesca e il trattamento dei prodotti ittici. Il tutto proprio mentre alcuni studi sostengono che il Sud-est asiatico sia la regione più penalizzata dall'innalzamento del mare dovuto allo scioglimento della calotta glaciale.
Milano (AsiaNews) - Per diversi motivi l’attuale crisi in Groenlandia coinvolge da vicino il Sud-est asiatico e, in particolare, le Filippine. Il primo è di natura economica e sociale: l’economia groenlandese dipende in modo crescente dalla manodopera straniera, soprattutto asiatica. Il secondo riguarda invece le conseguenze ambientali dello scioglimento della calotta glaciale, che rischiano di colpire in maniera sproporzionata proprio i Paesi d’origine di molti di questi lavoratori.
La Groenlandia fa affidamento sull’immigrazione per mantenere in funzione settori chiave come la lavorazione del pesce, i ristoranti e la sua flotta di navi - fondamentali per un'economia che dipende strettamente dalla pesca e dai sussidi danesi. Da diversi anni l’isola affronta una grave carenza di manodopera: secondo Statistics Greenland, l’istituto statistico ufficiale, la popolazione potrebbe scendere dagli attuali 57.000 abitanti a circa 46.000 nei prossimi 25 anni, aggravando le pressioni sui conti pubblici e sul sistema produttivo. È una delle sfide a cui Nuuk sta cercando di rispondere mentre riflette sul proprio futuro politico ed economico.
Questo vuoto occupazionale, in particolare nel settore ittico, è stato colmato sempre più spesso da lavoratori provenienti dal Sud-est asiatico. La diaspora filippina rappresenta oggi una componente centrale di questa forza lavoro, affiancata da quella thailandese. Attualmente si contano circa 1.100 filippini e 400 thailandesi sull’isola, numeri in forte crescita rispetto a soli cinque anni fa quando gli immigrati di Manila registrati erano appena 270 e 200 quelli di Bangkok. Come riportato dal Financial Times, molti ristoranti e negozi nell’area di Nuuk sono gestiti quasi esclusivamente da lavoratori provenienti dalle Filippine. Royal Greenland - la più grande azienda di prodotti ittici del Paese e di proprietà del governo locale - sul suo sito promuove apertamente le sue opportunità lavorative, rivolgendosi direttamente agli stranieri, soprattutto filippini e cinesi. Per i primi, l’azienda sottolinea come il divario tra il reddito nazionale e quello groenlandese possa arrivare a un rapporto tra 1:7 e 1:10. Per i lavoratori cinesi il differenziale salariale è più contenuto, tra 1:1,5 e 1:2 ma a fare la differenza è l’intensità del lavoro, sottolinea sempre l’azienda.
In questo contesto, a novembre l’ufficio danese incaricato di facilitare l’arrivo di lavoratori qualificati dall’estero ha aperto la sua prima sede in Groenlandia, segno di una strategia sempre più strutturata per attrarre manodopera straniera. Questi flussi migratori rappresentano il volto di una Groenlandia che si sta affrettando ad affrontare problemi economici e demografici che alcuni considerano urgenti quanto la minaccia degli Stati Uniti.
Non tutti, però, accolgono questi cambiamenti con favore, soprattutto tra gli Inuit che storicamente hanno subito discriminazioni sia in Groenlandia sia in Danimarca. A marcare questa frattura sociale è anche la questione linguistica: gli asiatici del Sud-est tendono, infatti, a dare la priorità all'apprendimento del danese piuttosto che della più complessa lingua groenlandese. Nel frattempo però le dichiarazioni di Washington rispetto al futuro dell’isola coinvolgono tutti i suoi lavoratori, quelli immigrati e le famiglie che dipendono dalle rimesse inviate nei Paesi d’origine. E il Financial Times ha raccolto tra loro la preoccupazione che questa nuova precarietà possa venire sfruttata dai datori di lavoro per abbassare gli stipendi degli stranieri.
Ma il dato più paradossale è che il rapido scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia, che uno sfruttamento intensivo potrebbe accentuare, rischia di produrre le ripercussioni peggiori proprio nel Sud-est asiatico. Lo scioglimento dei ghiacciai determina infatti un innalzamento del livello del mare che non è omogeneo, ma si intensifica sopratutto lungo le coste dei Paesi che si trovano nei pressi dell’equatore. Questa correlazione si spiega attraverso il concetto di gravitational fingerprint, o impronta gravitazionale: le grandi masse di ghiaccio, come la calotta della Groenlandia, esercitano una forza di attrazione gravitazionale sulle acque oceaniche circostanti, attirandole verso di sé e innalzando localmente il livello del mare. Quando queste masse si riducono, la loro attrazione diminuisce: il livello del mare tende ad abbassarsi nelle aree adiacenti, mentre aumenta nelle regioni più lontane. Nel complesso, i ricercatori stimano che lo scioglimento della calotta groenlandese abbia contribuito in media per circa 0,6 millimetri all’anno all’innalzamento del livello del mare nell’ultimo secolo, mentre il rapporto di valutazione dei cambiamenti climatici nelle Filippine ha recentemente confermato che a Manila è aumentato di circa 2,6 centimetri all’anno. Secondo la teoria dell’impronta gravitazionale, Paesi come le Filippine si troverebbero direttamente esposti a questa redistribuzione, aggravando una vulnerabilità climatica già elevata.
01/06/2018 08:03
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