Kuwait: la basilica di Nostra Signora d’Arabia luce che illumina una chiesa sofferente
Domani il card. Parolin e mons. Berardi guideranno la cerimonia di elevazione dello storico luogo di culto ad Ahmadi. Nella nuova puntata del reportage di AsiaNews nel vicariato del Nord Arabia presentiamo questa giornata di festa per i cattolici. Il parroco p. Fernandes: un riferimento nella vita quotidiana, nella pastorale e nella spiritualità. Sfide e criticità della Chiesa locale.
Kuwait City (AsiaNews) - Una giornata di festa e un segno visibile della presenza cristiana in Kuwait e nella regione del Golfo, in una terra in cui i musulmani sono maggioranza e le comunità cattoliche sono composte in larghissima parte da lavoratori migranti dall’Asia. Domani il segretario di Stato Vaticano card. Pietro Parolin e mons. Aldo Berardi, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale (Kuwait, Bahrein, Qatar e Arabia Saudita) guideranno la cerimonia eucaristica per l’elevazione a Basilica Minore della chiesa di Nostra Signora d’Arabia, ad Ahmadi. Alla celebrazione sono attesi migliaia di fedeli, per una giornata che rappresenta una “pietra miliare” nella storia della Chiesa locale. La Vergine venerata ad Ahmadi, infatti, è simbolo di unità e di presenza silenziosa, ma tenace e radicata nella fede. Inoltre, l’elevazione a basilica minore implica un rapporto più stretto e tangibile con la Sede Apostolica, visibile sin dai segni papali.
In Kuwait non vi è un’unica Chiesa, ma si incontrano realtà diverse con esigenze peculiari per ciascuna delle quatto parrocchie che la compongono: la co-cattedrale della Sacra Famiglia a Kuwait City, a lungo sede del vicariato; la chiesa parrocchiale di Nostra Signora d’Arabia ad Ahmadi, ora basilica minore; la parrocchia di Santa Teresa a Salmiya; la parrocchia di san Daniele Comboni a Jleeb Al-Shuyoukh, ma meglio nota come Abbasiya.
Le prime due sono luoghi di culto riconosciuti dal governo, la terza svolge le proprie funzioni regolarmente pur non avendo segni all’esterno e una quarta che, di fatto, ricorda più le comunità sotterranee. Una realtà che lo stesso vicario apostolico mons. Berardi ha definito “in sofferenza”, ma che non ha per questo perso la speranza, partendo dalle due parrocchie in attesa dei luoghi di culto e, proprio per questo, sono in corso discussioni. “È in atto un dialogo sulle prossime leggi sul culto non musulmano e le autorità - spiegava il prelato ad AsiaNews - hanno accettato un incontro ecumenico di tutte le Chiese del Golfo” che dovrebbe svolgersi entro fine mese.
Una comunità “vibrante”
A introdurci nella storia della basilica è il parroco p. Darel Fernandes, francescano di origine indiana, da pochi mesi alla guida di uno dei centri più importanti non solo del vicariato dell’Arabia settentrionale, ma di tutta la Chiesa del Golfo. Si tratta del primo luogo di culto cattolico costruito nell’emirato, dedicato alla Madre di Dio (assieme a Sant’Elia il profeta e a Santa Teresa di Lisieux) ed è considerato la “chiesa madre” del vicariato stesso. Ahmadi è un centro petrolifero di primaria importanza, tanto da attirare numerosi migranti economici - soprattutto da India e Filippine - che hanno iniziato a stabilirsi nell’area, utilizzando in un primo momento (dal 1948 al 1955) una cappella provvisoria, benedetta l’8 dicembre 1948. In quel giorno nasce anche la devozione a “Nostra Signora d’Arabia” che è proseguita sino ad oggi, nel contesto di una comunità cattolica che il sacerdote descrive come “vibrante”.
La posa della prima pietra della futura basilica risale all’8 settembre 1955 per mano di mons. Teofano Ubaldo Stella, primo sacerdote cattolico residente nel Paese che fin da subito ha operato per la nascita di un luogo di culto capace di accogliere i fedeli. Un progetto realizzato grazie al contributo della Kuwait Oil Company, che ha concesso i permessi di costruzione cui sono seguiti un campanile e, in tempi più recenti, una nuova sala realizzata grazie ad una donazione del governo del Kuwait. Nel tempo il santuario è stato rivisto per ospitare la statua di Nostra Signora d’Arabia, replica di quella del Monte Carmelo, intronata il 6 gennaio 1950 e incoronata il 25 marzo 1960.
Chiesa in uscita
“Dai racconti dell’epoca - ricorda p. Fernandes - era forte il desiderio di un luogo di culto per potersi riunire e pregare, anche se la situazione non era facile per le prime comunità cristiane mentre oggi è sicuramente migliore” pur a fronte di alcune “restrizioni. Ad esempio non è possibile effettuare processioni o funzioni all’esterno”. Il luogo di culto non è usato solo dai cattolici, prosegue il sacerdote, ma è aperto anche ad altre denominazioni cristiane come copti e ortodossi “che lo condividono con noi” all’insegna dell’armonia e dei buoni rapporti, anche se “non vi sono particolari interazioni”. Sul piano comunitario “abbiamo diverse realtà linguistiche e riti differenti” prosegue, e ciascuna di esse “celebra le proprie messe e funzioni” secondo il principio della “unità nella diversità”. A livello sociale ed economico, aggiunge, si registrano le stesse difficoltà di altri luoghi di grande migrazione fra cui “la perdita del lavoro e le criticità nel trovare un nuovo impiego, i salari che non vengono sempre percepiti e il caro-vita influisce sugli stipendi”.
Per i cattolici in Kuwait la chiesa non rappresenta solo un luogo di culto, ma è anche un riferimento nella vita quotidiana. “Abbiamo diversi programmi culturali - sottolinea il sacerdote indiano - ricorrenze e festeggiamenti, i giubilei [di sant’Areta e quello appena concluso della Speranza, ndr] e proprio sul tema della speranza in una prospettiva cristiana abbiamo concentrato il lavoro”. I fedeli, spiega p. Fernandes, “hanno bisogno di una guida spirituale ed è compito dei sacerdoti essere presenti e dedicare il nostro tempo. Le persone che vengono in chiesa - sottolinea - percepiscono il valore della libertà, per questo vogliamo che sia aperta a tutti, senza restrizioni”. Nella pastorale “uno degli obiettivi per il futuro è fare in modo che quanti hanno perso il legame con la loro parrocchia, possano fare ritorno”. A questo aggiunge l’auspicio di una chiesa sempre più “in uscita” verso i bisognosi, verso quanti sono lontani anche fisicamente dal luogo di culto. “Qui - conclude - è la Chiesa che deve andare verso il suo popolo, non il popolo che va in chiesa come in Occidente”.
Luci e ombre
La basilica minore di Nostra Signora d’Arabia e la co-cattedrale sono i due “manifesti” della presenza cattolica in Kuwait. Tuttavia, al suo interno vi sono altre due realtà “nascoste”, se non “sotterranee” che operano in un quadro di sfide e criticità. La prima è la parrocchia di Santa Teresa a Salmiya, guidata dal sacerdote indiano p. Savio D’Souza, la cui chiesa all’esterno non presenta alcun segno visibile sia esso una croce, una campana o una luce anche nel periodo di Avvento in preparazione al Natale, quando l’abbiamo visitata. Un edificio come molti altri, che al suo interno racchiude invece volti sacri, tabernacolo, altare e panche per la messa, uffici per i sacerdoti e spazi per la preghiera. “Non c’è un nome, non c’è una croce - racconta ad AsiaNews il parroco - e dobbiamo prestare molta attenzione alle decorazioni”.
Ciononostante, basta varcare la soglia per osservare una comunità “felice, attiva e partecipe, composta da lingue e Paesi diversi” come è tradizione nel Golfo e, prosegue, un’alternanza di messe “in inglese, tagalog, tamil, malay, hindi, e altre ancora”. P. Savio sottolinea la grande “collaborazione” con le altre parrocchie e sacerdoti presenti in Kuwait, che “ci aiutano. In questo senso - afferma - è una chiesa calda, viva, che esprime il senso di comunità”. Nei giorni festivi, prosegue, è un susseguirsi di funzioni religiose dalle sei del mattino alla sera, ma raramente le celebrazioni uniscono tutti i riti o lingue” anche per una semplice questione di spazi. Ciascuno, osserva il religioso originario di Mumbai, ha le proprie “richieste ed esigenze. Un altro aspetto importante è il catechismo, al quale partecipano un totale di 1700 bambini sommando le diverse lingue. Abbiamo anche una scuola [dedicata a don Giovanni Bosco], sebbene al suo interno non possiamo usare il nome di Dio o parlare di religione”.
Infine la parrocchia di san Daniele Comboni ad Abbasiya, ancor più peculiare perché priva di un vero e proprio luogo di culto stabile, con i fedeli che usano gli scantinati dei palazzi, alternandoli fra loro, per celebrare riti e funzioni. Una Chiesa sotterranea, sotto molti aspetti simile a quella delle catacombe, in cui non mancano la fede e le celebrazioni - pur fra difficoltà e qualche timore - come raccontano il parroco p. Sojan Paul, originario del Kerala (India), e gli altri cinque preti suoi collaboratori. “La nostra situazione è difficile da risolvere” ammette il religioso, mentre mi guida nella visita di due “chiese sotterranee” fra vie e palazzi, alcuni fatiscenti e con segni evidenti di degrado, del quartiere in cui sorge la parrocchia. La questione di fondo non è tanto quella delle violazioni alla libertà religiosa, quanto di un “differente trattamento, problemi burocratici” che riguardano la vita quotidiana dei cattolici, partendo dai luoghi di lavoro. “Il 95% delle famiglie - precisa il parroco - proviene dall’India, poi vi sono alcuni filippini e l’1% circa dall’Africa. Vi è un senso di insicurezza, di instabilità - prosegue - che certamente è collegato al fatto di essere lavoratori migranti” pur non mancando un senso di “appartenenza” al Paese che li ha accolti.
“La nostra situazione - ammette p. Paul - è difficile da risolvere e non possiamo prevedere cosa succederà” pur essendo evidente “la necessità di spazi” e di poter vivere la fede in modo libero e non, come avviene ora, nelle abitazioni private e facendo attenzione al volume dei canti. “Lo scorso anno - ricorda - stavamo mettendo delle stelle e altre decorazioni all’esterno per il Natale, ma è arrivata la polizia e ci ha chiesto di toglierle”. “In Kuwait non si può parlare di una Chiesa perseguitata, non è questo il punto - conclude - ma di una realtà diversa, peculiare, che ha differenti esigenze e bisognosa di assistenza”.
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