14/02/2011, 00.00
MYANMAR
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Minacce della giunta contro Aung San Suu Kyi. Ripensare le sanzioni

di Yaung Ni Oo
I giornali del regime promettono “una fine tragica” per la leader democratica e per il suo partito se si immischiano nelle vicende delle sanzioni. La Signora e il suo partito discutono come si possono attuare le sanzioni senza colpire la popolazione. I blocchi imposti da Ue e Stati Uniti vengono aggirati commerciando con India, Cina e Thailandia. Resta escluso il popolo, che diventa sempre più povero. Necessario favorire l’apertura al mondo esterno, grazie al turismo, all’istruzione, al commercio e all’economia.
Yangon (AsiaNews) – Aung San Suu Kyi e il suo partito rischiano “una fine tragica” se osano discutere delle sanzioni senza accorgersi che in Myanmar vi è “una nuova era”. È quanto oggi riportano i giornali del regime in quella che appare come la prima minaccia violenta contro la “Signora” da quando ella ha recuperato la libertà nel novembre scorso. Le minacce sembrano più mirate a far mantenere ad Aung San Suu Kyi un profilo basso, senza implicarsi in rapporti internazionali che potrebbero scavalcare la giunta.
 
In effetti in seno all’opposizione birmana si continua a discutere sull’utilità delle sanzioni imposte dal blocco Occidentale: Aung San Suu Kyi ha suggerito una modifica dell’embargo di Stati Uniti e Unione europea, ma una frangia della dissidenza è contraria perché le considera il solo mezzo per colpire gli interessi dei militari.
 
Il generalissimo Than Shwe, leader della dittatura al potere in Myanmar, esalta il nuovo sistema democratico, frutto delle elezioni “farsa” del 7 novembre 2010 e delle prime sedute del Parlamento birmano. Ma nel Paese continuano le deportazioni dei prigionieri, sfruttati dai militari per i lavori più pericolosi e gli arresti arbitrari. L’ultimo episodio risale al fine settimana: la dittatura ha ordinato il fermo di Ross Dunkley, direttore responsabile di Myanmar Times di origini australiane.
 
Di seguito riportiamo l’analisi inviata da un giornalista birmano a Yangon, esperto di economia e problemi sociali; la firma è uno pseudonimo, a tutela della sua sicurezza.
 
In queste settimane è tornato alla ribalta il tema delle sanzioni promosse da Stati Uniti e Unione europea contro il Myanmar. Tra le diverse posizione, la più ragionevole è quella espressa da Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il principale movimento di opposizione birmano. L’apertura a una possibile “modifica” dell’embargo è corretta, perché sbaglia chi ritiene che esse non abbiano nessun effetto sulla popolazione; l’impatto esiste e contribuisce a far soffrire ancora di più la povera gente.
 
In questi anni il governo si è arricchito grazie ai proventi derivanti dal petrolio, dall’elettricità e dai gas naturali e a poco sono servite le sanzioni imposte da Usa e Ue. Nazioni come Cina, Thailandia e India si sono sostituite al blocco occidentale e hanno promosso traffici con la giunta, arricchendo la leadership militare al potere. Invece la povera gente, gli operai che lavorano nelle fabbriche e guadagnano meno di un euro al giorno, con le sanzioni economiche non ricevono nemmeno il guadagno minimo e sono destinate a morire di fame.
 
Un contadino è escluso dai grandi affari, che restano in mano agli imprenditori, ma l’apertura al mercato europeo consente di racimolare il necessario per garantirsi un pasto. Se il commercio estero con l’Ue è nullo, i latifondisti avranno un pretesto per pagare ancora meno i lavoratori della terra, mentre faranno affari con i Paesi vicini. Il risultato sarà che i poveri diventeranno ancora più poveri e le sofferenze dei birmani aumenteranno.
 
Si parla spesso di democrazia, ma senza una economia adeguata, l’energia elettrica, i beni essenziali per la sopravvivenza la gente non ha alcuna ragione di pensare a una realtà più giusta. Solo una crescita in campo economico, consentirà un pieno sviluppo e contribuirà a una maggiore educazione. Il punto è fondamentale: senza una vera educazione, la gente non potrà mai capire cosa sia la vera democrazia; e per migliorare l’istruzione, è necessario rafforzare l’economia di base.
 
Nei rapporti pubblicati dalle Nazioni Unite emerge che il governo del Myanmar non educa le persone per mantenerle in uno stato di ignoranza. L’abbandono in età scolare è altissimo e solo il 20% dei giovani raggiunge l’istruzione secondaria. La maggioranza delle famiglie di contadini non possiede terra propria, ma lavora come bracciante stagionale e guadagna a sufficienza solo per sfamarsi. Se il raccolto va bene, il ricavato viene usato per nutrirsi ma denaro da investire nell’istruzione non ne rimane. Nel delta dell’Irrawaddy la situazione è ancora peggiore: su 10 famiglie, solo 3 o 4 riescono a mandare i figli a scuola; senza i monasteri o gli aiuti umanitari dall’estero, i bambini – anche minori di 10 anni – diventano schiavi del lavoro minorile.
 
Ha ragione Aung San Suu Kyi quando chiede una “modifica” delle sanzioni e l’apertura economica del Paese al mondo. Inoltre il Myanmar deve promuovere il turismo, grazie al quale anche il popolo potrà aprire gli occhi e conoscere realtà diverse. I ragazzi devono imparare almeno l’inglese, includendo la lingua, la cultura e l’economia. Questo favorisce il dialogo e l’apertura all’esterno. Senza una speranza, una prospettiva economica, rimarremo sempre in una situazione di povertà, di sofferenza, sotto il giogo della dittatura militare.
 
In un articolo pubblicato nei giorni scorsi in un quotidiano birmano emerge che gli stipendi dei leader della giunta e del presidente saranno aumentati fino a 4,5 milioni, i salari degli operai si attesteranno sui livelli dei Paesi Asean, (Associazione che riunisce le nazioni del Sud-est Asiatico). Ma in un Paese come il Myanmar, in cui il 70% della popolazione è dedito all’agricoltura, non si potrà garantire la sopravvivenza della popolazione. Al popolo non rimarrà nulla, se non le briciole.
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