09/02/2011, 00.00
MYANMAR
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Sindacalista birmano: le sanzioni occidentali colpiscono la dittatura, non il popolo

U Maung Maung, segretario generale Ncub, spiega che l’embargo voluto da Stati Uniti e Ue non ha effetti sulla popolazione civile. La gente vive grazie ai traffici lungo il confine; la decisione della giunta di bloccare le frontiere causa della povertà. Aung San Suu Kyi guarda all’economia per migliorare i diritti umani.
Yangon (AsiaNews) – Le sanzioni di Stati Uniti e Unione europea contro il Myanmar non colpiscono la popolazione civile, ma servono a limitare i traffici della giunta militare birmana. La povertà della maggioranza delle persone non dipende dall’embargo deciso dall’Occidente, ma da politiche governative “maldestre” promosse dalla leadership del Paese. In un quadro di repressione e sfruttamento della popolazione, Aung San Suu Kyi cerca di usare il grimaldello dell’economia per ritrovare un ruolo all’interno del quadro politico e migliorare le condizioni di vita della gente.  
 
Ieri l’opposizione birmana ha aperto a una possibile “modifica” delle sanzioni economiche e commerciali. In un comunicato stampa, la Lega nazionale per la democrazia (Nld) ha invitato Stati Uniti, Unione europea, Canada e Australia a studiare cambiamenti “nell’interesse della democrazia, dei diritti umani e di un ambiente economico salutare”.
 
Interpellato da AsiaNews U Maung Maung, segretario generale di National Council of the Union of Burma – organizzazione fondata nel 1992 con lo scopo di raggiungere una piena democrazia in Birmania – è categorico: “Prima di tutto, le sanzioni adottate da Usa e Ue non hanno effetti sulla popolazione civile”. Egli spiega che “esistono grossomodo due tipi di sanzioni”, quelle promosse da Stati Uniti e quelle dei Paesi dell’Unione europea. “Analizzando i dati – prosegue – emerge che la maggior parte del commercio avviene con gli Stati dell’Ue”.
 
Il sindacalista birmano, protagonista di primo piano della lotta democratica, fornisce anche cifre sul volume “dei commerci al confine”, spiegando che da questi “dipende la sopravvivenza quotidiana della popolazione”. U Maung Maung sottolinea lo State Peace and Development Council (Spdc) – il partito che rappresenta la giunta militare al potere – ha imposto “la chiusura dei commerci lungo il confine” colpendo la vita della popolazione, quindi la povertà è da imputare “allo Spdc, non alle sanzioni Usa o Ue”.
 
Ieri la leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi ha chiesto investimenti “responsabili” dall’estero, che aiutino a migliorare il livello di vita della popolazione senza favorire i traffici della leadership militare. Fonti di AsiaNews in Myanmar – anonime per motivi di sicurezza – spiegano che la Nobel per la pace “cerca di ritrovare un ruolo politico nel Paese”, che vada oltre l’immagine da eroina, “con il consenso tacito del governo che la lascia fare”.
 
“La ‘Signora’ vuole entrare nella vita della gente – continua la fonte – e, attraverso l’economia, le prese di posizione sulle sanzioni, intende migliorare i diritti della popolazione”. Tuttavia, la gente comune non avverte le sanzioni come una questione fondamentale, perché impegnata nella sopravvivenza quotidiana. Il vero dramma, conclude, è che il popolo birmano “rischia di abituarsi al regime” perché sta perdendo la forza di lottare.(DS)
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