23/06/2026, 13.16
INDONESIA - SINGAPORE
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Neonati venduti all'estero: il business della tratta tra Indonesia e Singapore

di Steve Suwannarat

Un caso aperto dopo il salvataggio da parte delle autorità di sei neonati diretti nella città-Stato ha riportato l'attenzione su un fenomeno che resta diffuso. Le organizzazioni criminali sfruttano le difficoltà economiche di molte donne, aggirano le norme sulle adozioni, e sempre più spesso usano i social network come strumenti di reclutamento.

Singapore (AsiaNews) - Un recente caso di cronaca raccontato come sei neonati, destinati a presunti acquirenti a Singapore, sono stati individuati e salvati dalla polizia indonesiana nell’ambito di un’operazione contro una rete di trafficanti di bambini attiva in Asia. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma di un episodio che conferma la necessità di intervenire non soltanto per perseguire i responsabili della tratta, ma anche per affrontarne le cause più profonde.

Nel vasto arcipelago indonesiano, le organizzazioni criminali che alimentano il mercato delle adozioni illegali prendono di mira soprattutto donne in condizioni economiche precarie, incapaci di sostenere le spese della gravidanza, del parto e della crescita di un figlio. La situazione è aggravata dal forte stigma sociale che circonda l’aborto - illegale salvo rare eccezioni - e dalla scarsa conoscenza delle procedure previste per l’adozione legale.

Le normative indonesiane in materia sono particolarmente restrittive. I futuri genitori adottivi devono essere sposati, avere tra i 30 e i 55 anni, dimostrare stabilità economica e ottenere l’approvazione del ministero degli Affari Sociali. Le adozioni internazionali sono sostanzialmente vietate, fatta eccezione per gli stranieri residenti in Indonesia da almeno due anni e in possesso di specifici requisiti.

Secondo alcuni commentatori, la combinazione di difficoltà economiche, lacune nei sistemi di registrazione anagrafica e rigide norme sull’adozione ha creato le condizioni ideali per la proliferazione di un mercato clandestino dei neonati. La registrazione incompleta delle nascite, in particolare, facilita la manipolazione delle identità da parte dei trafficanti.

Le donne con gravidanze indesiderate e prive di sostegno rappresentano il principale obiettivo dei reclutatori che operano per queste reti criminali. Negli ultimi anni anche i social media hanno assunto un ruolo crescente, consentendo ai trafficanti di entrare direttamente in contatto sia con potenziali madri biologiche sia con aspiranti genitori adottivi, in diverse province del Paese e persino all’estero.

Secondo gli investigatori, nell’ultimo caso sventato dalla polizia, i membri dell’organizzazione criminale cercavano sui social network famiglie disposte a cedere i propri neonati in cambio di somme comprese tra i 9 e i 15 milioni di rupie indonesiane (tra i 500 e gli 850 dollari statunitensi).

Una delle destinazioni accertate dei bambini era Singapore. Proprio dalla città-Stato emergono alcune delle informazioni più significative sul fenomeno, grazie al processo in corso contro una rete gestita da una cittadina indonesiana di 70 anni, conosciuta come “Lily”. Secondo l’accusa, tra il 2022 e il 2025 la donna avrebbe venduto almeno 34 neonati, per lo più provenienti dalla provincia di Giava occidentale. Una dozzina di loro sarebbe stata trasferita a Singapore. Per ogni bambino l’organizzazione avrebbe ricevuto compensi progressivamente crescenti nel tempo tra 1.200 e 1.700 dollari statunitensi.

Dalle testimonianze emerse durante il processo risulta che, una volta sottratti alle madri biologiche, i neonati venivano affidati per alcuni mesi a donne incaricate di accudirli. Erano poi trasferiti in centri urbani, dove venivano destinati a famiglie indonesiane oppure preparati per l’espatrio dopo aver ottenuto i documenti necessari.

Le indagini hanno inoltre rivelato che molti genitori biologici erano convinti che i loro figli sarebbero stati adottati direttamente da quelli che poi si sono trasformati negli imputati del caso e che avrebbero potuto mantenere un contatto con loro negli anni successivi. Ignoravano invece che i bambini sarebbero stati ceduti ad altre famiglie e, in alcuni casi, trasferiti all’estero senza alcuna possibilità di rintracciarli in futuro.

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