Oltre 100mila morti in 5 anni: in Myanmar la guerra più violenta dopo la Palestina
Il bilancio diffuso oggi dall'organizzazione ACLED conferma il fallimento della giunta militare nel riportare la stabilità dopo il golpe del 2021. Intanto Pechino spinge per la ripresa della costruzione diga di Myitsone, mentre il regime continua a negare un incontro dell'ASEAN con Aung San Suu Kyi.
Yangon (AsiaNews) - A oltre cinque anni dal colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Myanmar ha superato la soglia dei 100mila morti legati al conflitto. È il bilancio diffuso oggi primo luglio dall’Armed Conflict Location & Event Data (ACLED), una delle principali organizzazioni internazionali che monitorano le guerre nel mondo, secondo cui dall’insediamento della giunta militare guidata dal generale Min Aung Hlaing si contano almeno 100.114 vittime. Un numero che conferma come il Myanmar sia, dopo i Territori palestinesi, il secondo Paese al mondo per intensità della violenza.
Il dato smentisce le promesse dei militari di riportare stabilità dopo aver rovesciato il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi aver indetto elezioni farsa all’inizio di quest’anno. Secondo i dati delle Nazioni unite, oltre 3,7 milioni di persone sono oggi sfollate, mentre più di un abitante su cinque soffre di grave insicurezza alimentare. I bombardamenti aerei della giunta continuano a colpire villaggi, scuole e luoghi di culto, soprattutto nelle regioni di Sagaing, Magway, Chin, Kachin e Rakhine, dove l’esercito tenta di riconquistare territori sotto il controllo delle forze ribelli.
ACLED ha censito oltre 1.200 gruppi armati attivi nel conflitto, definendo il conflitto civile “la guerra più frammentata del mondo”. Accanto alle storiche organizzazioni etniche armeta, operano infatti centinaia di battaglioni del People’s Defence Forces (PDF), nate dopo il colpo di Stato e fedeli al Governo di unità nazionale (NUG) in esilio. Negli ultimi mesi, tuttavia, la situazione militare sembra essersi nuovamente spostata a favore della giunta, anche grazie al maggiore sostegno politico della Cina e agli accordi di cessate il fuoco promossi da Pechino con alcune delle principali organizzazioni etniche.
L’influenza cinese continua a manifestarsi sul piano economico, unico vero interesse di Pechino in Myanmar. Secondo quanto riferito da funzionari governativi citati dalla Reuters, il governo golpista birmano intende rilanciare entro pochi anni la costruzione della controversa diga di Myitsone, nello Stato Kachin, un progetto da almeno 3,6 miliardi di dollari finanziato dalla Cina e sospeso nel 2011 dopo ampie proteste popolari.
L’impianto sorgerebbe alla confluenza dei fiumi Mali e N’Mai, (“myitsone” in birmano significa “confluenza”) e da quel punto in poi il corso d’acqua prende il nome di Irrawaddy, il principale fiume del Myanmar. Con una capacità di sei gigawatt, diventerebbe una delle maggiori centrali idroelettriche del sud-est asiatico. Il progetto prevede anche però che circa il 90% dell’energia prodotta venga esportata in Cina. Chi si oppone al progetto denuncia il rischio di sommergere un’area vasta quasi quanto Singapore. Luoghi considerati sacri dal popolo kachin rischiano di essere sommersi e migliaia di persone rischiano di essere sfollate, un modus operandi che la Cina ha già utilizzato in Tibet.
La questione è stata affrontata durante la visita compiuta da Min Aung Hlaing in Cina nei giorni scorsi. Le autorità birmane sostengono che le tecnologie cinesi ridurranno i rischi ambientali e sismici. Affermazioni a cui è difficile credere dopo il devastante terremoto che nel marzo 2025 ha colpito il Paese. Quasi 50 organizzazioni locali hanno già chiesto l’abbandono definitivo del progetto, sostenendo che non porterà benefici alla popolazione locale ma soltanto nuovi danni ambientali.
Ieri, inoltre, il regime birmano ha respinto la richiesta dell’inviato speciale dell’ASEAN (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) di incontrare Aung San Suu Kyi, la leader democratica deposta nel 2021 e ancora detenuta in isolamento e che di recente ha compiuto 81 anni. Sebbene la giunta abbia dichiarato nei mesi scorsi di averla trasferita agli arresti domiciliari, il figlio, Kim Aris, ha più volte ribadito di non aver ricevuto alcuna prova credibile che confermi la notizia: “Le uniche informazioni che riceviamo sono che la sua salute continua a peggiorare”, ha dichiarato da Londra.
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