14/04/2026, 10.25
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Ordine di Malta: accanto ai libanesi ‘ostaggio’ della guerra fra Iran e Israele

di Dario Salvi

Da Beirut Oumayma Farah racconta un Paese che rischia di essere travolto dal conflitto. Emergenza sfollati prioritaria, solo una minima parte accolta nei rifugi. Scuole usate come ripari di fortuna, istruzione a rischio per migliaia di studenti. La missione dell’ordine: “Al servizio di tutti senza fare distinzioni di razza, colore, religione, ma guardando a bisogni e sofferenze”.

Milano (AsiaNews) - I libanesi sono “intrappolati, ostaggio” di una guerra “che non è la nostra e non è stata scelta, né voluta dal governo e dalla maggioranza dei cittadini”. In riferimento ai colloqui di pace [in programma da stasera a Washington guidati da Marco Rubio, ndr], vi è una parte della popolazione collegata a Hezbollah “che non li vuole” e “accusa altre frange” della società “di tradire la causa” perché “Israele sta occupando il Libano”. E questo è dato di fatto “altrettanto ovvio” perché “la grande maggioranza è contro Israele, com’è contraria agli iraniani”. È quanto racconta ad AsiaNews Oumayma Farah, direttrice Comunicazione e sviluppo dell’Associazione libanese dell’Ordine di Malta, che conferma le preoccupazioni di una parte consistente del Paese che rischia di essere travolto dal conflitto. Come è accaduto l’8 aprile con l’attacco devastante e improvviso dello Stato ebraico: un trauma è “ancora vivo” nella mente delle persone. “La situazione - prosegue - è caotica, più di 2mila persone sono morte, molte case distrutte e interi villaggi spazzati via. Abbiamo oltre 1,3 milioni di sfollati interni, per lo più intorno a Beirut e nel nord, nella Bekaa”.

Crisi umanitaria

Il Libano è fra quanti hanno subito con maggiore intensità le conseguenze della guerra di Israele (e Stati Uniti) all’Iran, col governo del premier Benjamin Netanyahu che ha sottolineato a più riprese l’esclusione del Paese dei cedri dalla tregua (parziale) fra Washington e Teheran. Nonostante gli avvertimenti, spiega, “sono andati allo scontro per vendicare Ali Khamenei” e oggi assistiamo alla “seconda guerra in meno di due anni. E anche la prima, quella a sostegno della Striscia di Gaza, non implicava un nostro coinvolgimento diretto, ma sempre per la causa di altri. Una parte della popolazione - avverte - sta decidendo il destino di un intero popolo, mentre ogni fazione viene presa sotto l’ala di un protettore regionale”. Oltre alle vittime, alle devastazioni a edifici e infrastrutture e ai traumi psicologici perché “per molti è parso di rivivere il dramma dell’esplosione al porto di Beirut dell’agosto 2020”, vi è pure “la questione irrisolta dei rifugiati”.

“Sul territorio - continua l’esperta - il quadro è di grande difficoltà perché del totale, forse meno di 150mila sono accolti nei rifugi. E per rifugi intendiamo soprattutto le scuole pubbliche” trasformate in centri di accoglienza con aule “che ospitano da 10 a 15 persone che dormono sul pavimento e sono costrette a mangiare nelle aree comuni. Non vi sono bagni o servizi igienici a sufficienza - prosegue - e ciò determina la diffusione di epidemie. Igiene e salute sono un problema” come il riscaldamento in una stagione primaverile solo sulla carta, perché “nel fine settimana ha piovuto e le persone non hanno un riparo”. “Alcuni - prosegue Oumayma Farah - stanno nelle tende, altri sono accolti da parenti o amici con tre o anche quattro famiglie in un unico appartamento. Dopo l’attacco della scorsa settimana vi è la questione sicurezza, le persone sono sotto shock”. Prevalgono “instabilità, paura” aspettando da un momento all’altro “un allarme. A volte vi sono raid senza allerta preventiva. Nulla è prevedibile, purtroppo, in questa guerra. Dipendiamo da un conflitto e da negoziati che si giocano su un piano regionale, le cui ripercussioni sono però evidenti in Libano, soprattutto nel sud dove le conseguenze sono pesanti”.

Il timore è che possa andare in frantumi il mosaico libanese, quel modello fragile ma prezioso di convivenza per il Medio oriente che rischia di sprofondare sotto i colpi di opposti estremismi. “La popolazione libanese - spiega la direttrice della Comunicazione - non è per la guerra, come non lo è il governo. Siamo al cospetto di una fazione che sta decidendo il destino di un popolo”. E le conseguenze ricadono non solo sui cristiani e i sunniti, ma sugli stessi sciiti” considerati vicini alla Repubblica islamica e al movimento Hezbollah, espressione armata e politica di Teheran. “I libanesi sono stati sempre fraterni e solidali” ricorda, e il problema “non è la religione in sé, quanto la sua strumentalizzazione politica”. Il timore è che fra gli sciiti “accolti in aree cristiane, sunnite o druse vi siano esponenti di Hezbollah o funzionari iraniani, e che tutto il quartiere possa trasformarsi in bersaglio per la loro presenza”. Da qui, avverte, si crea “una sorta di stigma verso la comunità sciita, come abbiamo già vissuto e sperimentato nei 15 anni di guerra civile” fra il 1975 e il 1990. 

La missione dell’Ordine

Presente in oltre 130 nazioni al mondo e nel Paese dei cedri dal 1953, l’attività dell’Ordine di Malta abbraccia anche altre realtà del Medio oriente teatro crisi a partire dalla Palestina in cui l’Ordre de Malte France gestisce l’Ospedale della Sacra Famiglia a Betlemme. Il centro rappresenta un riferimento nella maternità e neonatologia, con oltre 110mila nuovi nati dal 1990 ed è il solo provvisto di terapia intensiva neonatale. A Gaza, attraverso Malteser International e in collaborazione col Patriarcato latino di Gerusalemme, sono state distribuite dal 2024 circa 200 tonnellate di aiuti alimentari a migliaia di famiglie ed è stata avviata una clinica per l’assistenza primaria. In Iraq sostiene le iniziative di Fraternité en Irak, impegnata nell’assistenza a minoranze religiose vittime di violenze, e il centro Mary Mercy Center, gestito dalla diocesi di Sulaimaniya e specializzato nella riabilitazione di bambini affetti da autismo. Infine nel nord della Siria, fra Idlib e Aleppo, dove ha contribuito pure alle operazioni di soccorso post terremoto nel 2023.

All’indomani dell’attacco israeliano al Libano, il Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta Riccardo Paternò di Montecupo ha inviato una lettera al premier Nawaf Salam esprimendo “solidarietà e impegno costante” per il popolo libanese. Nelle scorse settimane l’ordine ha fornito sostegno essenziale nei servizi sanitari, prodotti farmaceutici, pasti, kit educativi e ricreativi e altre forme di aiuto. La priorità resta il servizio alle comunità più vulnerabili, senza discriminazioni etnico-religiose e in settori diversi attraverso “una rete di 64 programmi, da nord a sud, a beneficio in tempi normali di circa 300mila persone” racconta Oumayma Farah, ma oggi “molti di più”. Fra questi vi sono 12 centri sanitari, 12 unità mediche mobili, sette centri agro-umanitari, tre cucine mobili e due centri di accoglienza per disabili. 

Impegno cristiano

“Come organizzazione cristiana - prosegue la direttrice - siamo al servizio di tutti senza fare distinzioni di razza, colore, religione, ma guardando a bisogni e sofferenze. Questo aiuta ad alleviare le tensioni ed è fonte di conforto per una popolazione” che in alcuni casi è “stigmatizzata” soprattutto nella sua componente sciita. “Non tutti appartengono a Hezbollah, non tutti sono combattenti e anche loro hanno perso case, vite e hanno paura. Dobbiamo portare conforto - sottolinea - scongiurando una guerra fra poveri e per le strade”. Oggi la priorità è “rispondere ai bisogni degli sfollati”, perché “sono un numero enorme” non solo fra gli interni, ma anche i siriani che sfiorano gli 1,2 milioni su totale di 4,3 milioni di abitanti. “Alcuni sono rientrati in Siria - prosegue - molti altri non ancora, perché le loro case sono distrutte e il quadro generale non è buono. La strada che porta alla frontiera attraverso la Bekaa - sottolinea - è pericolosa, perché bersaglio degli israeliani”.

Una delle priorità dell’ordine è garantire continuità educativa agli studenti, un compito ostacolato non solo dalla guerra e dalle bombe ma dalla mancanza di spazi perché molti istituti accolgono gli sfollati. “In alcune scuole sufficientemente grandi - racconta - in un piano si svolgono le lezioni, mentre un altro ospita quanti sono rimasti senza casa e questo non è certo un ambiente sano per i bambini”. Da qui la necessità, come ai tempi del Covid-19, di ricorrere alla didattica a distanza, ma “il problema è che nei prossimi mesi si dovranno svolgere gli esami di Stato e non sappiamo se potranno accedere, perché non hanno potuto completare il programma”. In risposta, esperti e volontari non offrono solo un contributo educativo ma “forniscono sostegno psicosociale perché loro stessi sono fra le prime vittime della guerra e stanno pagando un prezzo enorme”.

Infine, la direttrice della Comunicazione conferma il quadro “allarmante” del sud dove l’Ordine è presente da 40 anni, in cui la maggior parte dei villaggi e delle cittadine di confine “sono state spazzate via. Molte strade - prosegue - sono state completamente tagliate, i ponti bombardati, le infrastrutture distrutte e le aree isolate. Ecco perché è molto importante per noi rimanere e portare conforto ad una popolazione che, qualunque cosa accada, non sarà lasciata sola”. “Dall’inizio della guerra, abbiamo garantito una grande scorta di farmaci e kit per l’igiene in uno dei villaggi in cui siamo presenti ed è così che ora siamo anche in grado di servire quelli circostanti. Oggi si parla del Libano - conclude - per quanto è successo la scorsa settimana, ma il grido per i villaggi del sud e il Paese deve essere mantenuto vivo sempre. Dobbiamo scongiurare la loro occupazione”.

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