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INDIA
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Per la prima volta Corte suprema indiana autorizza stop a nutrizione assistita

di Nirmala Carvalho

Il 32enne Harish Rana da oltre 10 anni si trova in stato vegetativo dopo essere caduto da un edificio. Il provvedimento in seguito alla richiesta dei genitori di interrompere cure essenziali per mantenerlo in vita. Vescovo Thakur: non si usa la parola eutanasia, ma si “spalancano le porte” all’espressione “diritto di morire”.

Delhi (AsiaNews) - Sentenza storica quella emessa oggi dalla Corte suprema indiana che oggi, una prima assoluta per il Paese asiatico, ha autorizzato la sospensione delle cure ad un uomo in stato vegetativo da oltre un decennio, un supporto finora essenziale per mantenerlo in vita. Un verdetto le cui basi affondano le radici nel riconoscimento da parte dell’India nel 2018 della possibilità di rimuovere il supporto vitale in condizioni definite (e regolamentate), per permettere che la morte avvenga in maniera naturale. A distanza di quasi otto anni è per la prima volta un tribunale ne ha approvato l’uso.

Interpellato da AsiaNews mons. Victor Thakur, arcivescovo di Raipur e presidente del Consiglio di amministrazione della Society for Medical Education della Conferenza episcopale indiana (Cbci) sottolinea come i giudici “in questa vicenda non abbiano utilizzato la parola eutanasia passiva”. In realtà la Corte suprema, prosegue il prelato, “si è occupata in maniera molto diligente e appropriata del caso Rana, consentendo di interrompere un sostegno medico straordinario”. Ciononostante, osserva, “si sono spalancate le porte all’uso della parola ‘diritto di morire’ e sarà difficile decidere in futuro”.

I genitori di Harish Rana avevano chiesto di interrompere il supporto medico per il figlio, che aveva subito gravi lesioni alla testa in seguito a una caduta dal quarto piano di un edificio nel 2013 e da allora era stato tenuto in vita artificialmente in stato vegetativo. Oggi i giudici J B Pardiwala e K V Viswanathan hanno accolto la loro richiesta, affermando nella sentenza che il paziente non mostra “alcuna interazione significativa” e dipende dagli altri per “tutte le attività di cura di sé”, compresa l’alimentazione somministrata clinicamente tramite cannule.

“Le sue condizioni - ha sottolineato il tribunale - non hanno mostrato alcun miglioramento”. “La sua famiglia non ha mai lasciato il suo fianco - hanno proseguito i giudici nel motivare la sentenza - [… e] amare qualcuno è prendersi cura di loro anche nei momenti più bui”, lodando i genitori di Rana per la loro dedizione e cura. Pur concedendo l’applicazione nel caso specifico dell’interruzione delle cure, il tribunale ha anche esortato il governo a prendere in considerazione l’introduzione di una legislazione completa sull’eutanasia passiva.

Studiando il caso i medici avevano già concluso che Rana, di 32 anni, non ha praticamente alcuna possibilità di recupero. Tuttavia, pur non avendo potuto disporre del testamento biologico - documento legalmente vincolante che stabilisce le preferenze in materia di cure in caso di malattia terminale - non ha potuto dare il suo consenso all’eutanasia passiva. I genitori avevano presentato istanza al tribunale per autorizzare la sospensione delle cure, anche perché all’epoca dell’incidente il Paese non aveva ancora approvato (controversa) la norma la cui sentenza risale al 2018 ed è stata criticata con forza dalla Chiesa indiana nella battaglia pro-vita.

L’eutanasia attiva, in cui vengono somministrate direttamente sostanze per causare la morte, rimane illegale in India. Il dibattito nazionale sull’opportunità di permettere a qualcuno di morire risale al caso del 2011 di Aruna Shanbaug, infermiera che ha trascorso 42 anni in stato vegetativo a seguito di una brutale aggressione sessuale. La Corte suprema aveva la richiesta della famiglia della donna di porre fine alla sua vita, morte che è poi giunta nel 2015 all’età di 66 anni per polmonite. Da qui l’aspro dibattito politico e sociale, che è poi sfociato nel 2015 nello storico verdetto che riconosce l’eutanasia passiva sotto strette garanzie e con l’approvazione giudiziaria.

La decisione si basava su precedenti sentenze che riconoscevano il diritto costituzionale di morire con dignità e ha fatto da base giuridica alla sentenza ampliata del 2018. Resta il fatto che l’eutanasia rimanga una questione globale profondamente controversa, in Asia quanto in Europa e nel resto del mondo: i sostenitori sostengono che i malati terminali dovrebbero avere l’autonomia e la possibilità di scelta per una fine compassionevole a fronte di sofferenze divenute  insopportabili, mentre gli oppositori sottolineano la sacralità della vita. Alcuni Paesi tra cui Olanda, Belgio e Canada, consentono sia l’eutanasia che il suicidio assistito da un dottore rispettando un rigido protocollo normativo e medico. 

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