20/04/2026, 11.36
MYANMAR
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Rohingya, quasi 900 morti in mare nel 2025: guerra nel Rakhine spinge a nuova fuga

Secondo l'UNHCR l'anno appena trascorso è stato il più letale per i rifugiati rohingya, che continuano a intraprendere il viaggio dal Bangladesh e dal Myanmar per arrivare in Malaysia e in Indonesia a causa della recrudescenza del conflitto nello Stato birmano del Rakhine, delle persecuzioni e del peggioramento delle condizioni nei campi profughi in Bangladesh.

Sittwe (AsiaNews) - Quasi 900 persone rifugiate di etnia rohingya sono risultate morte o disperse tra il Golfo del Bengala e il Mare della Andamane nel 2025, rendendo l’anno appena trascorso il più letale mai registrato. Lo ha denunciato la settimana scorsa l’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), aggiungendo che nel 2026 almeno 2.800 persona hanno finora ripercorso la rotta, partendo dal Bangladesh o dallo Stato birmano del Rakhine nel tentativo di raggiungere la Malaysia o l’Indonesia. 

All’inizio del mese un peschereccio sovraffollato con circa 250 persone a bordo è affondato nel Mare delle Andamane mentre era diretto in Malaysia dal porto bangladese di Teknaf. Solo nove persone sono state soccorse, mentre centinaia risultano disperse.

“Questa regione è diventata un cimitero senza nome per migliaia di rohingya disperati”, ha dichiarato il portavoce dell’agenzia, Babar Baloch, sottolineando che, secondo le stime, circa 5mila persone sono annegate durante la traversata negli ultimi dieci anni. Inoltre, più della metà di coloro che affrontano il viaggio sono donne e bambini, particolarmente esposti al rischio di tratta e sfruttamento.

L’esodo dei rohingya è iniziato nel 2017 a causa della violenta campagna di repressione condotta dall’esercito birmano, che spinse centinaia di migliaia di persone a trovare rifugio in Bangladesh, in particolare nel campo profughi di Cox’s Bazar, che continua ancora oggi ad accogliere nuovi arrivati a causa della guerra civile in corso. Oggi, i tagli agli aiuti umanitari, che hanno costretto le Nazioni unite a ridurre l’assistenza alimentare, le scarse opportunità educative e lavorative, e i problemi di sicurezza all’interno del campo, dove alcuni movimenti estremisti hanno preso di mira i leader comunitari rohingya, spingono molti a tentare una nuova fuga via mare.

Nello Stato del Rakhine, invece, l’esercito birmano sta combattendo contro l’Arakan Army, che rappresenta la maggioranza della popolazione di etnia rakhine e di fede buddhista, mentre i rohingya sono perlopiù musulmani e da tempo esclusi dalle leggi che concedono la cittadinanza. Negli ultimi anni il regime birmano ha quindi costretto anche molti giovani uomini rohingya a unirsi alla lotta armata contro l’Arakan Army. Molti rifugiati esprimono il desiderio di tornare in Myanmar, ma le condizioni attuali del Paese non lo permettono: “Il conflitto in corso, le persecuzioni e l’assenza di prospettive di cittadinanza lasciano loro ben poche speranze”, ha spiegato Baloch.

In particolare la città di Sittwe, capoluogo del Rakhine, resta una delle ultime roccaforti della giunta militare. Si tratta di una delle tre municipalità ancora sotto il controllo dell’esercito, insieme alla zona di Kyaukphyu (dove si trovano alcuni importanti progetti infrastrutturali cinesi) e all’isola di Munaung, mentre l’Arakan Army ha conquistato la quasi totalità del territorio circostante grazie a una offensiva lanciata nel novembre 2023

Negli ultimi mesi i combattimenti si sono intensificati proprio intorno a Sittwe, in cui continuano a risiedere 250mila persone di etnia rakhine e rohingya. Negli ultimi giorni la giunta militare ha condotto molteplici raid aerei che hanno colpito le municipalità di Mrauk e di Punagyun, sganciando almeno otto ordigni. Una delle bombe ha colpito un monastero buddhista situato nel villaggio di Kyauksepin causando l’incendio dell’edificio. A dicembre un bombardamento dei militari aveva colpito un ospedale, causando più di 30 morti. 

Come sottolinea il centro di ricerca International Crisis Group, Sittwe è geograficamente isolata e facilmente difendibile: circondata dall’acqua su tre lati, è accessibile via terra solo attraverso un ponte strategico, distrutto dall’esercito nel 2024 per rallentare l’avanzata dell’Arakan Army, che negli ultimi due anni ha anche iniziato a dare vita a un’amministrazione autonoma nel resto delle aree sotto il suo controllo. 

Nel tentativo di scoraggiare il gruppo etnico nei suoi intenti di assedio alla città, l’esercito ha imposto un blocco economico sul Rakhine, impedendo l’accesso di beni essenziali, alimentando le preoccupazioni di un’imminente carestia. Molti residenti sono tornati a sistemi di sussistenza come l’agricoltura, la pesca e il baratto. “Sembra di essere tornati a un’epoca antica”, ha raccontato un abitante rohingya, descrivendo una realtà in cui “tutti lottano semplicemente per sopravvivere”.

Allo stesso tempo, l’esercito ha trasformato Sittwe in una fortezza. Dopo aver espulso i residenti da una ventina di villaggi nei dintorni e averne trasformati alcuni in basi militari, la giunta ha costruito una rete di trincee, recinzioni e avamposti difensivi. In diverse aree si presume che siano state piazzate mine antiuomo, mentre la presenza navale è stata rafforzata per proteggere l’accesso via mare.

L’esercito e l’Arakan Army si accusano reciprocamente di gravi violazioni dei diritti umani. Nel maggio 2024, secondo fonti locali, i soldati avrebbero ucciso almeno 50 civili nel villaggio di Byaing Phyu durante un’operazione di sicurezza. Migliaia di persone sono state sfollate e costrette a rifugiarsi in città o in aree controllate dai ribelli.

In questa situazione è la comunità rohingya a essere ancora una volta la più vulnerabile. Si stima che nei campi per sfollati della municipalità di Sittwe ci siano circa 120mila persone dipendenti dagli aiuti umanitari, fuggite in seguito a violenze etniche risalenti al 2012. Il reclutamento forzato dei rohingya nelle file di milizie associate all’esercito (a cui non possono formalmente accedere senza la cittadinanza) fa presagire lo scoppio di nuovi scontri settari: “Ci stanno dando in pasto ai lupi”, ha denunciato un residente, temendo ritorsioni in caso di attacco dell’Arakan Army, come già avvenuto nel 2024. “Se l’Arakan Army attacca davvero Sittwe, l’esercito si ritirerà nelle sue basi all’interno della città e poi l’Arakan Army ci ucciderà”.

Finora la milizia ha condotto incursioni mirate attorno alla città, forse per testare le difese o rafforzare la propria posizione in vista di eventuali negoziati. Anche la giunta potrebbe essere interessata a un cessate il fuoco, per concentrare le forze su altri fronti del conflitto. Ma le speranze restano limitate: la Cina, che ha interessi strategici nell’area e ha già facilitato tentativi di mediazione, mandando anche delle compagnie di sicurezza private a difendere i propri investimenti, è pronta a gestire la situazione con qualunque delle due parti possa prevalere nel caso di uno scontro decisivo, avendo contatti con entrambe. 

Secondo le valutazioni dell’International Crisis Group, un’offensiva su larga scala contro Sittwe non è da escludere, ma è evidente che comporterebbe costi altissimi per la popolazione civile. Per l’Arakan Army la conquista della città segnerebbe una svolta strategica e simbolica, avvicinando l’obiettivo di un Rakhine autonomo, e rafforzando l’intero movimento di resistenza contro la giunta militare. Per la popolazione locale, però, significherebbe affrontare una nuova fase di violenza e sofferenza.

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