17/08/2007, 00.00
ASIA
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Sempre più giù le borse asiatiche

Nonostante un timido miglioramento a Wall Street, procede rapido il calo delle principali borse in Asia. Chi ha investito si affretta a recuperare i risparmi nel timore di perderli. Esperti: una possibile recessione negli Usa può compromettere lo sviluppo dei Paesi dell’Asia per la diminuzione delle esportazioni.

Hong Kong (AsiaNews) – Continua per il terzo giorno il crollo delle borse asiatiche, nonostante il recupero in extremis di Wall Street che, ieri, ha limitato le perdite allo 0,12%. Rimane, comunque, l’incognita di come reagirà l’economia mondiale e di quanto l’Asia risulterà dipendente dagli Stati Uniti.

A Tokyo l’indice Nikkei ha perso il 5,4%, la massima perdita in un giorno dall’aprile 2000, ed è sceso al livello più basso del 2007. A Hong Kong, l’Hang Seng è sceso del 3,3%. In discesa libera anche le borse di Singapore (- 5%), Seoul (-3,2%) e Mumbai (-2,94%), Shanghai ha perso il 2,28%. Le perdite delle borse asiatiche sono molto superiori di Wall Street, che pure ha innescato la reazione, e si parla di un vero panico diffuso in molti mercati.

Da tempo tutti gli esperti osservano che gli Stati Uniti spendono molto di più di quanto guadagnano, causando così un aumento del disavanzo commerciale con l’estero e un crescente indebitamento della popolazione. Il debito per i mutui immobiliari è diventato tale che chi ha prestato il denaro teme di non poterlo recuperare: a luglio Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve Board Usa, ha detto al Congresso che le istituzioni finanziarie rischiano di non poter recuperare finanziamenti tra i 50 e i 100 miliardi di dollari. Intanto la disoccupazione nel Paese è salita al 4,6% a luglio e si temono aumenti. C’è chi parla di una crisi maggiore di quella del 1997 e del 1987 e osserva che il problema è strutturale.

Per sopperire alla crisi di liquidità ed evitare aumenti del tasso di interesse sui finanziamenti, la settimana scorsa le banche centrali di Stati Uniti, Giappone, Europa e altri Stati hanno immesso miliardi di dollari di liquidità nel mercato. Ieri la Banca del Giappone ha introdotto 1,2 trilioni di yen (10,7 miliardi di dollari). Ma se questo può contenere i tassi di interesse nel breve periodo,  contribuisce ad alimentare il rischio di inflazione.

Alcuni analisti notano che l’odierna crisi avviene in uno scenario in cui Washington è sempre meno il centro del mondo e il dollaro perde valore, mentre cresce l’importanza dei Paesi asiatici, soprattutto di Pechino con le sue immense riserve monetarie e lo yuan tenuto basso in modo artificiale. D'altra parte però anche dopo 30 anni di crescita ininterrotta, l’economia cinese e degli altri Paesi emergenti, come l’India, dipendono ancora in modo essenziale dalle esportazioni, anzitutto verso gli Stati Uniti. Per questo altri esperti avvertono che una recessione degli Usa avrebbe effetti deprimenti sull’economia dell’intera Asia.

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