10/05/2023, 10.06
IRAN
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Teheran spia cristiani e minoranze etniche. E impicca due ‘blasfemi’

Un rapporto dei ricercatori di Lookout Threat Lab mostra il ricorso estensivo a spyware per monitorare dialoghi, spostamenti e attività. Una repressione che si è rafforzata con le proteste per l’uccisione di Mahsa Amini. Nel mirino centinaia di persone, ma i numeri sono sottostimati. L’8 maggio giustiziati due uomini nel carcere di Arak.

Teheran (AsiaNews) - Ci sono anche i cristiani, oltre a esponenti delle altre minoranze etniche e religiose, finiti nella rete dell’intelligence della Repubblica islamica, che ha utilizzato spyware e altri mezzi tecnologici per monitorare dialoghi, spostamenti e attività nell’ultimo anno. Una maglia fatta di controlli e spionaggio, che si è andata rafforzando negli ultimi mesi in particolare dopo l’inizio delle proteste di piazza per i diritti e le libertà legati alla morte della 22enne curda Mahsa Amini. Come emerge dal rapporto diffuso nei giorni scorsi dai ricercatori di Lookout Threat Lab, protagonisti di questa massiccia campagna di controllo i funzionari dell’intelligence legati alla Forza disciplinare della Repubblica islamica dell’Iran (Faraja). 

Dal marzo 2020 almeno 487 apparecchi mobili sono stati infettati con il programma “BouldSpy”, che ha la capacità di estrapolare dati comprese fotografie, screenshot di conversazioni, registrazioni di video-chiamate da applicazioni come Whatsapp e Telegram. Secondo i risultati diffusi dall’ente con base negli Stati Uniti, la maggioranza delle vittime vive in aree in cui sono più diffuse le minoranze etniche come il Kurdistan, il Sistan e Baluchistan e la provincia dell’Azerbaijan occidentale in cui è nutrita la presenza di armeni, assiri e caldei. 

Di questi, almeno 25 casi di spionaggio si contano nella città di Urmia, che è “storicamente associata al cristianesimo armeno e caldeo” sottolinea ad Article18 Kyle Schmittle, del Lookout Threat Intelligence Researcher. “Alcuni file rubati alle vittime - prosegue - indicano la fede cristiana, in particolare frammenti o sezioni passate allo scanner di libri” sensibili o riguardanti la fede religiosa. E dietro alle intercettazioni vi sarebbero gli uomini del Faraja, perché “la prima posizione di raccolta dati era nelle immediate vicinanze di una stazione di polizia, un posto di controllo alla frontiera, una sede della polizia informatica o una struttura militare”. 

Per Schmittle il malware BouldSpy è stato “con tutta probabilità” installato usando l’accesso fisico al dispositivo “quando una vittima si trovava in stato di detenzione”, inoltre alcune di esse avevano “foto di documenti ufficiali Faraja sui dispostivi” che sta a indicare un loro arresto. Un picco si sarebbe registrato all’apice delle proteste per Mahsa Amini nell’ottobre 2022, con un tasso di infezione dei dispositivi che è passato da 23-30 da luglio a settembre ai 74 di ottobre, per poi ridiscendere a 23 a novembre anche se “il numero è assai più elevato” e i dati “sottostimati” perché i dati relativi alle infiltrazioni vengono cancellati. 

Dalla Repubblica islamica giunge anche la notizia dell’impiccagione di due uomini avvenuta l’8 maggio scorso nel carcere di Arak. I due erano stati arrestati nel 2020 e condannati a morte per blasfemia (rogo del Corano), insulti alla fede musulmana e al profeta Maometto. Secondo l’accusa gestivano piattaforme in rete in cui venivano rilanciati messaggi denigratori verso la religione, si promuoveva l’ateismo e rivolti insulti alle massime cariche dello Stato. Gli avvocati hanno più volte sottolineato la loro innocenza e parlato di sentenza ingiusta, ma nulla è valso a salvare loro la vita. 

Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’ong norvegese Iran Human Rights, sottolinea che “l’esecuzione di  Yousef e Sadrollah per ‘insulto al profeta’ non è solo un atto crudele di un regime medievale, ma è anche un grave insulto alla libertà di espressione”. Il leader attivista aggiunge che “vi è stata una impennata nelle esecuzioni” in seguito ai disordini “anti-governativi” legati alla morte di Mahsa Amini, ma impiccagioni per blasfemia “sono rare”. Teheran è seconda solo alla Cina per numero di esecuzioni e solo quest’anno ha già giustiziato oltre 200 persone. 

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