08/03/2023, 12.31
IRAN
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Dopo Mahsa Amini, iraniani in piazza contro gli avvelenamenti delle studentesse

Migliaia di casi si susseguono in tutto il Paese, circa 1.200 per le autorità, ma gruppi attivisti parlano di 7mila giovani colpite. Ieri si sono registrate proteste in almeno 20 città, le autorità assicurano giustizia, arrestano però quanti manifestano. I dimostranti equiparano i vertici della Repubblica islamica agli estremisti nigeriani di Boko Haram per la soppressione dei diritti delle donne. 

Teheran (AsiaNews) - In Iran si è aperto un nuovo fronte di protesta, che segue i mesi di rivolte di piazza per la morte della 22enne curda Mahsa Amini, legato in questo caso alle migliaia di avvelenamenti di studentesse avvenuti in diverse zone del Paese. Ieri si sono svolte marce e dimostrazioni in almeno 20 città con slogan e canti anti-governativi, mentre Teheran ha annunciato i primi arresti, anche se a finire nel mirino delle autorità non sarebbero i responsabili quanto cittadini che partecipano alle manifestazioni. 

Il ministro dell'Interno Majid Mirahmadi ha annunciato che “un certo numero di persone sono state fermate in almeno cinque province” e la magistratura “ha avviato un’inchiesta” per far luce sulla vicenda. In realtà, video e testimonianze rilanciate da siti dissidenti e organi di informazione vicini all’opposizione mostrano una massiccia presenza di Forze dell’ordine e agenti della sicurezza a Teheran e in altri grandi centri come Isfahan, Shiraz, Karaj, Mashhad, Sanandaj  Rasht. A Sanandaj i manifestanti in piazza ieri contro gli avvelenamenti, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, hanno cantato “morte al regime che uccide le bambine”.

In altre località come Rasht e Isfahan le forze di sicurezza hanno attaccato i manifestanti; a Mashhad un gruppo di genitori ha mostrato cartelli in persiano in cui si paragona il governo iraniano agli estremisti nigeriani di Boko Haram, famosi per la soppressione violenta del diritto delle donne allo studio. Proteste che certificano la distanza ormai inconciliabile fra una fetta consistente della popolazione che ancora chiede giustizia per l’uccisione della 22enne curda per mano della polizia della morale, perché non indossava correttamente l’hijab, e i vertici della Repubblica islamica. A nulla è servito l’intervento della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che ha riconosciuto il problema avvelenamenti definendolo “un crimine grave e imperdonabile” e assicurando che i responsabili pagheranno alla giustizia. 

Gli avvelenamenti si verificano da almeno quattro mesi, con oltre 1.200 casi accertati dalle autorità ma i numeri reali potrebbero essere anche maggiori, fino a 7mila secondo gruppi attivisti e pro diritti umani. Le vittime presentano una serie di sintomi che vanno dalla nausea fino alla paralisi temporanea, nei casi più gravi. In un primo momento le autorità hanno negato la questione, per poi cambiare radicalmente rotta nelle ultime due settimane di fronte all’escalation dei numeri che rendevano impossibile l’occultamento. 

Secondo il quotidiano riformista Etemad si sono verificati casi in almeno 28 delle 31 province. Solo il 5 marzo circa 350 scuole hanno denunciato casi di avvelenamento, anche se il ministero dell'Interno sgonfia i dati sottolineando che sono una minima quantità, il 5%, mentre per il resto si tratta di attacchi di “ansia” che colpiscono gli studenti. Vale qui ricordare che le studentesse della “Generazione Z” (nate dopo il 1997) sono fra le protagoniste “in prima linea” delle manifestazioni per Mahsa Amini e la lotta contro il velo obbligatorio. 

Il governo ha compiuto i primi arresti tra i presunti responsabili degli avvelenamenti, senza peraltro spiegarne il ruolo nella vicenda e a che titolo sarebbero coinvolti. Nel frattempo la magistratura ha avviato una ben più consistente caccia all’uomo, per individuare e fermare quanti diffondono “voci” sulla questione, come nel caso di un giornalista di lungo corso di Qom - uno dei primi centri colpiti - condotto in carcere nel fine settimana per aver scritto della questione. Le autorità hanno infine avviato indagini su un importante politologo, un leader riformista e un attore che hanno criticato sui social la risposta del governo alla “saga degli avvelenamenti”.

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