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MYANMAR
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Urne sotto le armi: la giunta birmana porta le elezioni nei territori del conflitto

di Gregory

Si è svolta l’11 gennaio la seconda fase delle elezioni generali promosse dalla giunta militare del Myanmar. Il voto ha raggiunto anche aree contese e zone di conflitto, dove i militari hanno rivolto minacce ai civili e lanciato accuse di coercizione. Secondo le Nazioni Unite e osservatori indipendenti, il processo è privo di credibilità democratica e rappresenta un tentativo di legittimazione internazionale di un regime che continua a governare con la forza.

Yangon (AsiaNews) – La giunta militare del Myanmar ha condotto anche la seconda fase delle controverse elezioni generali, mentre nel Paese continua a imperversare il conflitto civile. Domenica 11 gennaio il voto si è svolto in oltre cento municipalità, incluse aree contese dove gruppi armati etnici mantengono un controllo significativo del territorio.

Quello lanciato dalla giunta militare è il primo processo elettorale nazionale dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, con cui l’esercito ha rovesciato il governo guidato dalla Lega nazionale per la democrazia (NLD) e dalla leader democratica Aung San Suu Kyi. La giunta, che ha cambiato nome facendosi chiamare prima Consiglio di amministrazione dello Stato (SAC) e oggi Commissione statale per la sicurezza e la pace (SSPC), sta cercando di ottenere legittimazione internazionale, ma diverse organizzazioni per i diritti umani e considerano le elezioni una farsa prive di credibilità democratica. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per il Myanmar, Tom Andrews, ha definito il processo una forma di “coercizione istituzionalizzata”.

Per molti cittadini del Myanmar, le elezioni sono viste come un calcolo di sopravvivenza sotto un regime che utilizza anche le urne come strumento di controllo. “I risultati esistono solo nella bocca dei militari”, ha dichiarato in forma anonima un residente di Yangon. “Queste elezioni non hanno nulla a che vedere con la fine delle nostre sofferenze, al contrario: i militari mantengono il peso dei loro stivali sul nostro collo”.

A differenza della prima fase del 28 dicembre, limitata alle aree sotto controllo più stretto dell’esercito, la seconda tornata elettorale si è estesa a regioni segnate dal conflitto. In diverse località sono state riportate esplosioni e colpi di artiglieria nelle vicinanze dei seggi, mentre le forze armate birmane hanno intensificato le operazioni militari nelle settimane precedenti al voto.

Secondo alcuni osservatori indipendenti, l’esercito avrebbe cercato di mettere temporaneamente in sicurezza alcune zone per il solo tempo necessario ad allestire i seggi, spesso accompagnando i funzionari elettorali in centri abitati ormai quasi del tutto abbandonati dalla popolazione civile in fuga dai combattimenti. La situazione è apparsa particolarmente grave nello Stato Shan, nello Stato Kayin e in alcune aree delle regioni di Sagaing e Magway. A Hpapun, descritta da testimoni come una “città fantasma”, il voto si sarebbe svolto esclusivamente all’interno di postazioni militari.

Nelle grandi città come Yangon e Mandalay, la coercizione ha invece assunto forme meno visibili ma altrettanto pervasive. Gli amministratori locali hanno avvertito le famiglie che la mancata prova di partecipazione al voto (rappresentata dal dito macchiato di inchiostro) avrebbe potuto comportare la perdita dei documenti necessari per accedere ai servizi pubblici, iscrivere i figli a scuola o ottenere cure mediche.

Diverse testimonianze indicano inoltre che in alcuni seggi gli elettori più giovani sono stati avvertiti che la partecipazione al voto avrebbe potuto influenzare la loro posizione nelle liste per la coscrizione militare obbligatoria. Nei campi per sfollati interni negli Stati Shan e Kachin, altri testimoni hanno riferito di aver ricevuto minacce di sospensione degli aiuti umanitari e dei permessi di viaggio se si fossero rifiutati di votare per il partito filo-militare, lo Union Solidarity and Development Party (USDP).

La maggior parte dei leader politici più popolari, tra cui la stessa Aung San Suu Kyi, si trova ancora in carcere, mentre l’USDP (che nella prima fase del 28 dicembre ha dichiarato di aver ottenuto oltre il 90% dei seggi)ha incontrato una concorrenza minima. Alcune figure simboliche dell’opposizione hanno partecipato, come Lwin Myint del People’s Party, ex prigioniero politico e protagonista delle proteste studentesche del 1988, ma senza accesso ai media statali e con forti restrizioni alla campagna elettorale.

In numerose circoscrizioni delle regioni di Sagaing e Tanintharyi, i candidati dell’USDP si sono presentati senza alcun avversario, eliminando persino l’apparenza di una competizione elettorale.

Secondo Ben Lee, direttore esecutivo dello Special Advisory Council for Myanmar, anche questa seconda fase conferma l’assenza di credibilità delle elezioni. La prima tornata, ha osservato, è stata segnata da boicottaggi diffusi e da una partecipazione molto inferiore a quella dichiarata dalla giunta. A suo giudizio, le stesse dinamiche si ripeteranno nelle fasi successive.

Lee ha ricordato che i principali partiti politici tra cui la NLD restano banditi,mentre, secondo alcune stime, l’esercito controlla meno del 40% del territorio nazionale. Milioni di persone in almeno 65 municipalità, inoltre, non potranno votare affatto. Sul piano internazionale, ha invitato a rafforzare le sanzioni e l’embargo sulle armi (che oggi la giunta acquista soprattutto da Cina e Russia), mentre l’ASEAN dovrebbe rifiutare i risultati elettorali e continuare a escludere la giunta dai consessi regionali.

Fonti locali indicano che in molte aree l’affluenza nella seconda fase non avrebbe superato il 35%, ben al di sotto del 52% rivendicato dal regime per la prima fase di dicembre. 

La terza e ultima fase del processo è prevista per il 25 gennaio. Nonostante la nomina di Nyo Saw a primo ministro nell’ambito della nuova struttura del SSPC, il potere reale resta concentrato nelle mani del generale Min Aung Hlaing, il generale che si è posto al comando del Paese dal colpo di Stato.

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