07/04/2026, 11.57
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Vicario d’Arabia: le suore dello Yemen e la gioia della Pasqua anche con chi soffre

di Dario Salvi

Mons. Martinelli racconta le festività nel Golfo colpito dal conflitto a partire dalla testimonianza delle Missionarie della Carità. Timori dei migranti, qualcuno “ha lasciato” gli Emirati “temporaneamente”; corsi di matrimonio e battesimo “interrotti”. Scuola e catechismo “online da oltre un mese”. “Esposizione mediatica notevole” per la chiusura delle chiese. Un “popolo di popoli” proveniente da oltre cento Paesi e “testimone della fede”. 

Milano (AsiaNews) - L’esempio “più concreto” della missione in un’area teatro di guerra è quella “delle suore di Madre Teresa di Calcutta” e del sacerdote che “vive con loro. Sono impressionato dalla loro letizia, dalla gioia che hanno di essere in Yemen e di poter stare accanto alla gente che soffre. Non possono risolvere i problemi della loro vita, in quella condizione di povertà estrema” ma offrono “compagnia concreta a chi è nel bisogno”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), descrivendo la Pasqua in una delle aree colpite dal conflitto lanciato da Israele e Stati Uniti all’Iran, che da oltre un mese tiene in scacco i Paesi del Golfo.

Ad Aden come a Dubai e Abu Dhabi, “questa - aggiunge il prelato - mi sembra la cosa più importante: esserci, essere presenza, compagnia all’uomo e alla donna nella loro situazione concreta e mostrare come Cristo […] non smette di camminare con noi”. E mantenere vivi anche luoghi simbolo come la Abrahamic Family House negli Emirati Arabi Uniti (Eau) che, pur essendo chiusa per la guerra, non ha interrotto “il cammino di dialogo interreligioso” ricordando come “l’uso della violenza in nome di Dio” sia in realtà “un abuso della religione”.
Di seguito, l’intervista integrale a mons. Martinelli:

I cattolici del vicariato come hanno vissuto la Settimana Santa e la domenica di Pasqua? Vi era maggiore preoccupazione per la guerra o è prevalso il desiderio di celebrare e vivere la festa? 
Prima della Settimana Santa l’unica indicazione era di evitare assembramenti troppo numerosi di fedeli, cosa a cui ci siamo attenuti con diligenza, annullando alcune iniziative e spostando il catechismo online. Purtroppo, proprio all’inizio della Settimana Santa la situazione si è aggravata, soprattutto nell’emirato di Dubai. Per questo, all’inizio del Triduo, le autorità civili hanno annunciato la chiusura di tutti i luoghi di culto nell’emirato di Dubai, due delle parrocchie più grandi, che contano centinaia di migliaia di fedeli. Alcune celebrazioni sono state trasmesse online. Molti hanno deciso di raggiungere le chiese negli altri emirati per seguire in presenza le celebrazioni pasquali. La gestione delle celebrazioni e del flusso dei fedeli nelle varie parrocchie è stata molto efficiente grazie all’opera dei sacerdoti, del personale impegnato nei vari servizi e di tutti coloro che hanno partecipato, seguendo le indicazioni e accettando qualche piccolo sacrificio.

Queste chiusure forzate hanno determinato maggiore attenzione verso i cristiani?
In questi giorni abbiamo avuto un’esposizione mediatica notevole a livello di stampa locale e nazionale, come mai prima. La chiusura delle due chiese di Dubai ha acceso l’attenzione dei media e diversi giornalisti sono venuti a conoscere la vita delle nostre comunità in questo tempo di Pasqua.
La Abrahamic Family House continua a essere chiusa, tuttavia attraverso i loro canali ufficiali ho potuto inviare un messaggio di auguri ai fedeli che in genere la frequentano, esprimendo la speranza di poter tornare presto a celebrare insieme. Le autorità civili di solito non partecipano alle nostre celebrazioni. Natale è il momento in cui di solito riceviamo gli auguri ufficiali dalle autorità, ma anche in questi giorni ho avuto il piacere di ricevere alcuni indirizzi augurali.

Eccellenza, può raccontare un momento particolarmente significativo del periodo pasquale?
Vorrei ricordare due eventi significativi: il primo è la Messa Crismale con tutto il nostro clero - qui siamo tutti missionari. Mi sono commosso nel vedere tutti i preti raccolti in chiesa a rinnovare le promesse sacerdotali intorno al vescovo. Nell’omelia li ho ringraziati esplicitamente per essere rimasti nella missione del Vicariato, affrontando con letizia il disagio di questa condizione di guerra. Sono rimasto colpito dalla numerosa partecipazione dei fedeli alla veglia pasquale, nonostante lo spazio limitato (tutte le celebrazioni nella cattedrale sono state spostate all’interno per motivi di sicurezza). Questo è davvero un popolo santo e fedele. Ho ringraziato il Signore per questo “popolo di popoli” proveniente da oltre cento Paesi diversi, che forma davvero, come diceva papa Francesco, una “gioiosa polifonia della fede”. I fedeli, in questo tempo, cercano una vicinanza col Signore, soprattutto attraverso i sacramenti e la messa. La Settimana Santa, in particolare, ha visto un grande afflusso per le Confessioni. Poi vi sono timori e preoccupazioni per il lavoro, i figli, il futuro. Cerchiamo di aiutarci, di condividere, ma soprattutto è decisivo rinsaldare il senso di appartenenza alla Chiesa, al popolo di Dio. La cosa più pericolosa è la solitudine. In questo senso, a Pasqua, è importante sottolineare che il Battesimo che ci unisce alla morte e risurrezione di Cristo, ci ha resi un solo corpo; nessuno ci potrà mai separare dall’amore di Cristo.

È trascorso oltre un mese dall’inizio del conflitto che ha travolto le popolazioni del Golfo. Fin dai primi giorni abbiamo sottolineato le possibili conseguenze da un punto di vista religioso, confessionale, partendo dalla “Casa Abramitica”. Come è la situazione oggi?
Da una parte la vita è continuata normalmente. Soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, il sistema di difesa è stato molto efficace, mentre in Oman, gli attacchi sono stati molto limitati. Dall’altra, è innegabile che ci siano timori legati al futuro, soprattutto all’aspetto del lavoro, poiché al momento si fa fatica a vedere una via di uscita. In tema di dialogo interreligioso, il problema è molto complesso. Gli attori di questo conflitto, purtroppo, usano una narrazione della guerra in termini religiosi che si oppone a ogni forma di dialogo. Ciò è profondamente sbagliato e ambiguo. Come ha dichiarato papa Leone, è assurdo giustificare la violenza in nome di Dio. Del resto, proprio il documento sulla “Human Fraternity firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar, aveva descritto l’uso della violenza in nome di Dio come un abuso della religione.
La Abrahamic Family House ad oggi è ancora chiusa, ma non cessa il cammino di dialogo interreligioso. Due episodi per esemplificare: poco prima della fine del Ramadan, l’autorità locale di Abu Dhabi ha convocato tutti i leader religiosi per rompere il digiuno insieme. È un appuntamento che si tiene ogni anno. L’anno scorso era stato presso l’Abrahamic Family House; quest’anno si è tenuto in una sede della municipalità. Inoltre, subito prima di Pasqua, il ministro della Tolleranza e della coesistenza, Sheikh Nahyan bin Mubarak Al Nahyan, ha convocato tutti i leader religiosi per un forum sul rapporto tra religioni e promozione della famiglia come fondamento della società, dove anch’io sono intervenuto. Nei prossimi giorni, promosso dallo stesso ministero, ci sarà un incontro su religioni e coesione sociale. Grazie a Dio questo cammino continua, ed è estremamente importante che non si fermi.

La comunità cattolica del vicariato è costituita in larghissima maggioranza da migranti, fra i primi a subire le conseguenze del conflitto. Quali sono le preoccupazioni e cosa vi chiedono?
Ho avuto notizia di alcuni disagi legati alla celebrazione dei sacramenti, qualcuno ha lasciato il Paese almeno temporaneamente. Alcuni corsi di preparazione per il matrimonio o per l’iniziazione cristiana degli adulti sono stati interrotti. Tuttavia, confidiamo che siano solo problemi temporanei, che si risolveranno gradatamente. Rimane più pesante, per i ragazzi che vivono negli Emirati, il fatto che sia la scuola sia il catechismo siano online da oltre un mese. Abbiamo fatto un incontro online con oltre mille teenager in collegamento e abbiamo parlato delle loro paure, di cosa voglia dire vivere da cristiani questo disagio, di come rimanere ancorati nella speranza cristiana, di come pregare in questo tempo. È stato un momento molto intenso e di grande sincerità spirituale.

I loro timori sono per l’immediato, a livello politico e di sicurezza, o nel lungo periodo tanto da mettere in discussione il loro futuro e la permanenza nei Paesi di emigrazione?
La guerra è sempre uno shock: mette in discussione le nostre sicurezze, apre nuove domande sul presente e sul futuro. Negli Emirati, nonostante il grande numero di attacchi da parte dell’Iran, la vita quotidiana procede, sebbene in modo più sobrio. La gente sperimenta che i sistemi di sicurezza funzionano bene, ma agli allarmi e al rumore di missili e droni non ci si abitua facilmente. Certo vi sono settori in sofferenza. Molti hanno timori riguardo al futuro, ma al momento, mi pare prevalga la speranza di poter riprendere la vita normale. Il Paese appare molto unito e coeso.

Eccellenza, quanto incide il conflitto sulla vita quotidiana?
Anche in questo caso dipende molto dal luogo e dal tipo di lavoro. In Oman la situazione è molto più tranquilla; la gente lavora regolarmente. Gli attacchi sono stati sporadici. Anche la vita della Chiesa è sostanzialmente la stessa. Negli Emirati Arabi Uniti, il settore del turismo o quello della pesca sono segnati dal conflitto, mentre altri settori sono riusciti a riorganizzarsi ricorrendo allo smart working. Fin dall’inizio ho invitato tutti i fedeli ad essere uniti nella preghiera per la pace e solidali con chi è nel bisogno. Le persone cercano di aiutarsi vicendevolmente per superare il momento presente, nella speranza che si possa andare verso una soluzione del conflitto. In tutto questo vi è un grande protagonismo del nostro laicato.

Da pastore e guida della comunità, quali sono le sue maggiori preoccupazioni?
La nostra è una Chiesa unica, per molti aspetti, nella Chiesa Cattolica. Tutti i fedeli sono migranti e sono qui per lavoro. Non esistono cristiani “locali”. I timori sono quelli tipici del mondo dei migranti, di chi ha un forte senso della transitorietà delle cose e delle circostanze. La guerra ha accentuato profondamente questa condizione e questa percezione. La mia più grande preoccupazione come pastore è quella di offrire a tutti la compagnia della fede, fare in modo che nessuno sia solo e isolato. La nostra Chiesa non ha mezzi per rispondere ai grandi problemi economici che la gente deve affrontare. La nostra missione è edificare la Chiesa come comunità cristiana che accompagna la vita dei fedeli, celebra la fede, prega, forma a una fede adulta e responsabile, incrementa la carità reciproca e nei confronti di chi è nel bisogno, e promuove la testimonianza cristiana in tutti gli ambiti, per contribuire al bene di tutti.

Avete un modello al quale vi ispirate nella missione?
Forse l’esempio più concreto è delle suore di Madre Teresa di Calcutta nello Yemen. La mattina del 4 aprile scorso abbiamo avuto un incontro online con tutte le suore [sono 10 in totale, ndr] e con il sacerdote che vive con loro. Sono impressionato dalla loro letizia, dalla gioia che hanno di essere in Yemen e di poter stare accanto alla gente che soffre. Non possono risolvere i problemi della loro vita, in quella condizione di povertà estrema. Ma sono capaci di offrire una compagnia concreta a chi è nel bisogno e di radunare i pochi fedeli per le celebrazioni nelle cappelle delle loro case, ed essere così umilmente la Chiesa che vive nello Yemen. Questa mi sembra la cosa più importante: esserci, essere presenza, compagnia all’uomo e alla donna nella loro situazione concreta e mostrare come Cristo sia presente e non smette di camminare con noi. La sua morte e risurrezione hanno già abbracciato tutto il male possibile, passato, presente e futuro. Egli è qui con noi,  anche quando suona l’allarme, anche quando senti il suono dei missili e dei droni. Il Signore nella sua Pasqua si è unito a noi per sempre e con lui possiamo sempre ricominciare con indomabile speranza.

(Immagini tratte dal sito del Vicariato apostolico dell’Arabia meridionale)

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