Vietati ma disponibili ovunque: la lunga vita dei sacchetti in polietilene in Sri Lanka
Messi al bando dal 2017, lo stesso ministro dell'Ambiente ammette che le agenzie statali non hanno adottato misure sufficienti per frenarne l'ampio uso. Gli ambientalisti: la loro combustione per lo smaltimento produce gas tossici. Ma dietro al mancato abbandono ci sono soprattutto l'assenza di interventi sui luoghi di produzione e la mancanza di alternative economiche.
Colombo (AsiaNews) - Secondo esperti ambientali e organizzazioni della società civile, nonostante la pubblicazione di vari avvisi in gazzetta ufficiale e misure normative negli ultimi anni, la produzione e la distribuzione illegale di borse di polietilene e altre plastiche vietate continua senza sosta in tutto lo Sri Lanka. A causare il problema sono l’applicazione incoerente delle politiche, il debole coordinamento istituzionale e la mancanza di un’azione collettiva.
La settimana scorsa, il ministro dell’Ambiente Dammika Patabendi ha riconosciuto in una conferenza stampa che “le agenzie statali non hanno ancora adottato misure sufficienti per frenare l’ampio uso di polietilene illegale. Inoltre, esiste una domanda costante da parte della società per prodotti in polietilene più economici che alimenta il mercato clandestino”. Ha sottolineato che le istituzioni governative devono assumere un ruolo guida nell’introduzione di alternative valide, poiché la legislazione da sola non può impedire che il problema peggiori. “È necessario informare il pubblico dei gravi rischi ambientali derivanti dall’uso continuato di polietilene illegale. Ci aspettiamo anche di incoraggiare i ricercatori a lavorare su alternative, con un sostegno finanziario garantito tramite discussioni con organizzazioni del settore privato disposte a collaborare con noi.”
Il governo dello Sri Lanka ha emesso nel 2017 e ribadito nel 2023 il divieto di produzione, vendita, stoccaggio e importazione di diversi tipi di articoli in polietilene. Gli ambientalisti Sachin Arsakularathna e Pradeepa Gamage ricordano ad AsiaNews che “la responsabilità principale dell’attuazione di queste leggi ricade sull’Autorità Centrale per l’Ambiente (CEA). Articoli proibiti come sacchetti leggeri per la spesa, fogli per il pranzo e diversi tipi di sacchetti colorati o ultraleggeri sono ancora disponibili. La legge sarebbe chiara ma, fino ad oggi, nessuna istituzione ha intentato una causa o chiuso uno stabilimento di produzione per violazione di questi divieti, grazie anche a coperture politiche. Il polietilene non è un materiale biodegradabile, non è facilmente smaltibile e deve essere bruciato. La sua combustione emette gas tossici, tra cui diossine che possono causare ictus, cancro e malattie cardiache e respiratorie. Bambini e anziani sono i più vulnerabili a queste patologie”.
Secondo gli studiosi Geethanjali Wickramasinghe e Udara Samaradiwakara dietro al mancato abbandono reale del polietilene “ci sono molte ragioni interconnesse dal punto di vista socioeconomico, comportamentale e sistemico, tra cui il basso costo di produzione e l’elevata domanda di questi articoli, che risultano più economici rispetto alle alternative ecocompatibili come i sacchetti biodegradabili o in tessuto. I piccoli rivenditori, soprattutto nelle aree rurali e semi-urbane, optano per il polietilene per ridurre i costi. Sebbene il problema venga trattato come una questione ambientale, è anche un problema dei consumatori e del commercio. La mancanza di regimi politici stabili per l’intera filiera, dalle tasse di produzione alle pratiche di vendita, ha portato a notifiche in gazzetta incoerenti e a un’applicazione debole.”
Da parte sua, l’avvocato e cofondatore del Centro per la Giustizia Ambientale, Ravindranath Dabare, ritiene che “i prodotti in polietilene in circolazione non mostrano dettagli identificativi come nome del produttore, indirizzo o persino un numero di contatto. Questa mancanza di tracciabilità è una ragione fondamentale per cui i produttori illegali possono operare facilmente. I governi successivi non sono riusciti a rendere obbligatoria un’identificazione di base dei prodotti.”
Secondo il fondatore del movimento ZeroPlastics, Nissanka de Silva, “la CEA non dispone del personale necessario per condurre regolarmente perquisizioni in tutto il Paese. La maggior parte dei produttori illegali opera con strutture mobili o temporanee, rendendo difficile l’individuazione. Promuovere alternative è essenziale, ma il mercato non deve essere autorizzato a mettere a rischio la salute delle persone”.
Foto: Wikipedia / Tharmapalan Tilaxan
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