13/10/2022, 11.00
MYANMAR
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Yangon, la giunta birmana non vuole più sfollati

di Alessandra De Poli

Hanno un mese di tempo per "ricollocarsi" e trovare un alloggio, ai centri di accoglienza è stato vietato di ospitarli. Secondo l'Onu sono oltre un milione. Chi aveva preso parte al movimento di disobbedienza civile non può essere assunto, pena l'arresto. Fonti di AsiaNews: "Depressione, dipendeze e traumi sono in aumento tra giovani e giovanissimi".

Yangon (AsiaNews) - L’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni unite per gli Affari umanitari (Ocha) dice che gli sfollati in Myanmar sono oltre un milione. Ma per il regime militare che a febbraio 2021 ha preso il potere con un colpo di Stato e poi dato inizio a un conflitto civile, il concetto di “sfollati interni” non deve più esistere. I militari birmani hanno dato un mese di tempo alla popolazione - in particolare quella rifugiatasi nel Sagaing, una regione centrale a maggioranza birmana - di trovare una ricollocazione. In termini pratici vuol dire trovare una casa e un’occupazione e continuare con la propria vita come se nel Paese non ci fosse in corso un brutale conflitto, ormai diffusosi ovunque, anche in Stati che fino a qualche mese fa ne erano stati risparmiati, come il Rakhine. 

Ma vuole anche dire che chi offriva ospitalità ai profughi non può più farlo. Sono aumentate le ispezioni da parte dell’esercito: i soldati si presentano anche in piena notte, puntando il fucile contro i civili, bambini compresi, per controllare che il numero di persone presenti in un’abitazione corrisponda a quello sulle liste residenti, raccontano le fonti di AsiaNews.

Alle agenzie delle Nazioni unite è stato vietato di portare aiuti: il peso di assistere la popolazione ricade sulle piccole realtà locali, che però fanno sempre più fatica a lavorare. È vietato trasportare cibo, medicine, materassi, tetti in lamiera: qualunque cosa che faccia pensare a degli aiuti umanitari. Pena l’arresto immediato. 

"Non possiamo ordinare antidolorifici, nemmeno paracetamolo, dai fornitori perché i soldati aprono i pacchi ai posti di blocco e sequestrano i medicinali", ha detto un farmacista. Chi scappando dall’esercito si è rifugiato nelle foreste (chiese e monasteri non sono più sicuri) rischia di morire a causa dei morsi dei serpenti perché gli antiveleni non si trovano più. Da giugno nel Sagaing almeno quattro persone sono morte così.

Ora comincia la stagione secca e senza piogge è più facile combattere perché migliora la visibilità e non c’è fango per le strade: gli spostamenti di uomini e armamenti sono più agili, per cui il conflitto nei prossimi mesi è destinato a intensificarsi. “Era già successo l’anno scorso e succederà ancora, non c’è dubbio”, ci spiegano le fonti.

Il Governo ombra di unità nazionale, composto da ex deputati in esilio, nei giorni scorsi ha detto che le Forze di difesa del popolo (le truppe anti-golpe che combattono la giunta insieme alle milizie etniche dei vari Stati) lanceranno l’ultima offensiva ed entro un anno la guerra sarà conclusa. Tra i civili (ma forse soprattutto tra chi combatte) non ci crede nessuno. 

Sono due le categorie di persone più colpite dal conflitto: i giovani e chi aveva preso parte al movimento di disobbedienza civile subito dopo il colpo di Stato. Tra i primi si possono distinguere a loro volta tre gruppi: quelli che si sono arruolati nelle milizie, quelli che cercano di lasciare il Paese e “chi si barcamena”. L’abbandono scolastico è altissimo, secondo alcune stime potrebbe essere dell’80% “Sicuramente il 60% degli studenti non è tornato a scuola”, ci dicono. L’uso di droghe è aumentato perché “non c’è niente da fare. C’è chi va a combattere perché crede negli ideali democratici ma tanti lo fanno solo per ammazzare qualcuno. Depressione, dipendenze e traumi sono sempre più diffusi”. 

I giovani e i giovanissimi sono la generazione che meno di tutte si sarebbe aspettata un ritorno a un regime militare dopo un decennio di aperture democratiche. È la stessa generazione che subito dopo il golpe era scesa in piazza a protestare in modo pacifico: chi aveva già vissuto la dittatura, invece, aveva capito, dopo lo sparo del primo colpo, che le cose sarebbero peggiorate velocemente e l’esercito avrebbe tentato di prendere il controllo del Paese. Ma il generale Min Aung Hlaing, autoproclamatosi primo ministro, “è il peggiore tra tutti i dittatori che il Myanmar abbia mai avuto”. Per la retorica che utilizza e per la violenza che ha scatenato.

Coloro che avevano preso parte al movimento di disobbedienza civile ora si ritrovano senza niente: “la maggior parte sono schedati, e non possono essere assunti, pena l’arresto per il datore di lavoro. Non è cattiveria, ma paura di eventuali ritorsioni”.

L’unica speranza è data dal fatto che l’esercito potrebbe fare fatica a tenere aperti tutti i fronti su cui sta combattendo, ma “mentre la Cina ha capito di non volersi immischiare in questo conflitto perché non ha niente da guadagnarci” - continuano le nostre fonti - la Russia continua a sostenere il regime birmano. “La resistenza combatte in infradito. In alcune zone sono molto forti ma i vari gruppi sono anche divisi tra di loro”. Se anche il conflitto dovesse finire, si chiedono molti, riusciranno le milizie etniche - che combattono contro lo Stato dai tempi dell’indipendenza nel 1948 - a mettersi d’accordo e costruire un nuovo Myanmar? Potrebbero passare ancora altri anni prima di saperlo.

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