18/01/2018, 11.05
THAILANDIA-MYANMAR

Bangkok, Caritas Thailandia difende i diritti dei lavoratori migranti

Il Paese è uno dei maggiori centri migratori di tutto il sud-est asiatico. I migranti economici sono 4-5 milioni, cui si aggiungono circa un milione di illegali. Dal 1 gennaio in vigore la nuova legge sui lavoratori non registrati. Da giugno è in corso un esodo di lavoratori birmani, cambogiani e laotiani.

Bangkok (AsiaNews/EdA) – La Thailandia è uno dei maggiori centri migratori di tutto il sud-est asiatico. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) riporta che in Thailandia sono presenti circa 4-5 milioni di lavoratori migranti, a cui si aggiungono circa un milione di illegali, soprattutto birmani. La loro situazione e quella di centinaia di migliaia di cambogiani e laotiani è diventata molto incerta dal 1 gennaio 2018, quando è terminata la sospensiva per l'esecuzione di un decreto repressivo sui lavoratori non registrati. Il provvedimento, emesso dalla giunta thai il 23 giugno scorso, è stato fortemente criticato dalle organizzazioni della società civile, compreso il Migration Working Group (Mwg) ed il Mekong Migration Network (Mmn). Dall'inizio dell'anno, la polizia ha condotto diversi raid a Nonthaburi, ad ovest di Bangkok, arrestando circa 200 lavoratori migranti birmani. La nuova legge prevede pene severe sia per i datori di lavoro, che per i lavoratori senza regolari permessi.

P. Murray, dirige una squadra di quindici persone nella Commissione nazionale cattolica sulle migrazioni (Nccm), organizzazione sotto l'egida di Caritas Thailandia. Il sacerdote dichiara che è difficile, con così pochi mezzi, “risolvere tutti i problemi dei migranti”. “Ma stiamo dando un contributo in nome della Chiesa”, afferma. L'Nccm conduce diversi progetti per aiutare i lavoratori migranti, compresa una campagna d’informazione sui pericoli della tratta di esseri umani e sessioni di formazione linguistica (inglese e tailandese) e professionale. La Commissione è impegnata anche in iniziative per sensibilizzare i migranti sull'importanza del diritto all’accesso a determinati servizi dello Stato thai, in particolare in campo sanitario. “E per farlo, devono ottenere un regolare permesso di lavoro, quindi il modo migliore per aiutarli dal nostro punto di vista è quello di aiutarli a registrarsi presso le autorità”, dichiara il sacerdote.

“Questo disegno di legge è mal concepito. Criminalizza i lavoratori migranti e li fa vivere nella paura. D'altra parte, non sono affatto sicuro della sua efficacia nella lotta contro la tratta di esseri umani”, dichiara p. John P. Murray. Questo decreto è stato in larga parte adottato per cercare di migliorare la posizione della Thailandia nella classificazione statunitense sulla tratta di esseri umani, che al momento potrebbe comportare alcune restrizioni sull'assistenza di Washington. Dall’annuncio del decreto, decine di migliaia di birmani ma anche cambogiani e, in misura minore, laotiani hanno fatto ritorno, per volontà o costretti, al loro Paese natio spaventati delle sanzioni del governo thailandese. Secondo il ministero degli Interni di Naypyitaw, 155.169 lavoratori illegali birmani, tra cui 66.980 donne, sono tornati a casa tra il 23 giugno e l'inizio di dicembre.

Di fronte all’esodo di lavoratori e all’impatto negativo della legge sull’economia thai, il 29 giugno il governo militare ha concesso una sospensiva di 180 giorni, per consentire ai migranti birmani illegali rimasti in Thailandia di regolarizzare la propria posizione. In tutto il Paese sono stati aperti sei centri, nei quali i lavoratori birmani possono ottenere un “certificato di identità” emesso da funzionari del Myanmar, ed in seguito un visto e un permesso di lavoro emessi dalle autorità thai. Tuttavia, solo alcuni degli 800mila lavoratori senza permessi sono stati in grado di registrarsi in tempo. Naypyitaw e Bangkok hanno sottoscritto un memorandum d'intesa che stabilisce un processo legale per i lavoratori birmani per arrivare legalmente in Thailandia. Per fare questo, devono passare attraverso le agenzie riconosciute dal governo birmano ed essere accettati, fin dall'inizio, da uno specifico datore di lavoro in Thailandia.

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