27/09/2018, 16.37
RUSSIA
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Elezioni regionali: scricchiola il regime di Putin

di Vladimir Rozanskij

Per la prima volta dal 2012 nelle due regioni di Khabarovsk e Vladimir sono stati eletti candidati dell’opposizione. In Khakazia il candidato di Putin si è ritirato; nel Primorje le violazioni delle regole elettoraili hanno invalidato  la consultazione. A influenzare il voto, le rivendicazioni delle regioni e l’ora della gente per la riforma delle pensioni. L’economia russa è ancora molto arretrata.

Mosca (AsiaNews) - Un piccolo terremoto ha colpito la politica russa: alle elezioni dei giorni scorsi non sono stati eletti alcuni governatori regionali del partito di Putin. Le elezioni si sono tenute lo scorso 9 settembre, e al secondo turno dell 16 settembre in ben quattro regioni non si è riusciti a rieleggere i governatori putiniani. Per la prima volta dal 2012 nelle due regioni di Khabarovsk e Vladimir sono stati eletti candidati di opposizione, membri del partito liberal-nazionalista di Vladimir Žirinovskij, il leader “populista” russo sulla scena fin dagli anni ’90. Il candidato putiniano della Khakazia si è invece ritirato alla vigilia del secondo turno, invalidando le elezioni, mentre nel Primorje le violazioni delle regole hanno invalidato d’ufficio la consultazione.

Nelle 89 regioni della Federazione Russa tale carica elettiva di governatore era stata sostituita dal presidente Putin all’inizio della sua ascesa al potere nel 2000, per poi essere ripristinata nel 2012 durante la parentesi della presidenza di Dmitrij Medvedev (2008-2012) delfino dello stesso Putin che in quel periodo scambiò con lui la carica di presidente del consiglio dei ministri.

I sorprendenti risultati di queste elezioni aprono un periodo di grandi incognite, decretando la fine della ventennale stabilità del regime putiniano. Proprio le contrapposizioni tra governo centrale e amministrazioni regionali aveva caratterizzato la fase post-sovietica eltsiniana, portando il Paese a una condizione di conflitto permanente, poi superata dalla “verticale del potere” ristabilita da Vladimir Putin negli anni 2000. Anche in Russia quindi soffia il vento della protesta anti-sistema, riesumando gli slogan nazionalisti e demagogici che Žirinovskij lanciava già contro le liberalizzazioni filo-occidentali di Eltsyn.

La tranquilla stabilità assistenziale dell’economia putiniana subisce ora gli effetti della crisi economica mondiale, che in Russia si sono fatti sentire con un quinquennio di ritardo grazie alla precedente crescita causata dall’esportazione di energia e materie prime, che aveva fatto la fortuna dell’economia russa sotto Putin. La scelta di allontanare l’età pensionistica degli scorsi mesi ha fatto esplodere la rabbia e l’incertezza in una popolazione apparentemente passiva e adagiata sul consenso di massa alle iniziative presidenziali.

Il consenso si era in effetti gonfiato a dismisura dopo il 2014, per il sussulto di orgoglio nazionale provocato dall’annessione della Crimea e dal rinnovato ruolo strategico della Russia in Siria. Gli sforzi bellici e la propaganda ad essi collegata, soprattutto l’esaltazione della ricostruzione in Crimea della potenza russa, mostrano ora il fiato corto. Non è bastata ad accontentare le masse la spettacolare inaugurazione del ponte di Kerch tra la Crimea e la sponda russa del Mar d’Azov, né la trionfale celebrazione dei campionati mondiali di calcio in 12 grandi città con le loro nuove infrastrutture. La protesta dei ceti colpiti dalle nuove misure ha cominciato a montare proprio durante i Mondiali, nonostante i tentativi governativi di censurarla.

A Vladimir, regione storica del cosiddetto “Anello d’Oro” delle antiche capitali a 200 km da Mosca, ha vinto il 48enne Vladimir Sipjagin con il 57.03% dei voti, mentre a Khabarovsk il suo coetaneo Sergej Furgal, deputato alla Duma per i lib-naz, ha raccolto addirittura il 69,57%. Difficilmente i due membri del partito LDPR di Žirinovskij diventeranno leader di una vera opposizione al governo. In quasi 20 anni di putinismo il partito è rimasto comunque un fedele alleato del presidente, evidenziandosi più che altro per le paradossali espressioni di sapore quasi razzista e ultra-conservatore del suo fondatore.

Rimane evidente la spallata alla politica “centralista” proveniente dalle regioni che si sentono sfruttate in favore della grandezza di Mosca e San Pietroburgo. Khabarovsk si trova sul fiume Amur al confine con la Cina; Vladimir è una delle più prestigiose regioni della Russia europea: ciò è segno che il malcontento non riguarda solo sparuti gruppi marginali. Per molti, potrebbe essere l’inizio di un cambiamento generale della politica russa.

In un’intervista al giornale Kommersant del 25 settembre, Igor Artemev, presidente dell’Agenzia federale contro i monopoli, ha fatto notare che l’economia russa è ancora molto arretrata. La concorrenza e il mercato sono di fatto assenti nelle provincie, per concentrarsi solo a Mosca e nelle grandi città; il ruolo dello Stato nell’economia occupa ancora più del 70% della percentuale totale, molto più che in Cina o in altri Paesi a forte impostazione statalista. Per Artemev, la Russia è ancora un Paese “feudale”, dipendente dal volere dello zar e dei suoi boiari; il post-comunismo, più che al futuro, si è rivolto finora al passato, e un cambiamento appare inevitabile.

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