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  • » 05/01/2018, 09.50

    TURCHIA

    Erdogan e il bavaglio sulla stampa: 189 giornalisti fermati, 58 arrestati nel 2017



    Le cifre relative allo scorso anno pubblicate in un rapporto del Free Journalists Initiative (ÖGİ). In questi giorni il ministero delle Telecomunicazioni ha bloccato quattro siti di informazione. Dal fallito golpe a 81 giornalisti inflitti un totale di 183 anni di carcere e quasi 100mila dollari di multa. 

    Istanbul (AsiaNews) - Nell’anno che si è da poco concluso le autorità turche hanno fermato e trattenuto per interrogatorio 189 giornalisti; di questi, almeno 58 sono stati trasferiti in prigione dove si trovano tuttora in stato di arresto in attesa di processo. Sono le cifre relative al 2017 e contenute in un rapporto, pubblicato in questi giorni, dal Free Journalists Initiative (ÖGİ). Una analisi dettagliata che conferma, una volta di più, la caccia alle streghe lanciata dal governo di Ankara e dal presidente turco, all’indomani del fallito golpe del luglio 2016.

    In queste ore il ministero turco delle Telecomunicazioni (Btk) ha inoltre bloccato l’accesso a quattro siti web, in ottemperanza al provvedimento di un giudice. Nel mirino della magistratura l’agenzia di informazione Mezopotamya (MA), la Özgürlükçü Demokrasi, 1HaberVar e il Demokrat Haber. Si tratta in prevalenza di siti che diffondevano una informazione filo-curda, invisa al governo.

    Nel “Rapporto sulle violazioni alla libertà di stampa nel 2017” i responsabili di ÖGİ affermano che a tutt’oggi vi sono 165 giornalisti trattenuti in carcere, in attesa di processo o di formalizzazione del capo di imputazione. Lo scorso anno le autorità hanno presentato 189 denunce contro altrettanti cronisti e, di questi, 58 sono finiti in prigione.

    Dai dati contenuti nel rapporto, emerge inoltre che lo scorso anno: sono stati chiusi 35 giornali o riviste, in attuazione al decreto di emergenza post-golpe; impedito l’accesso a 37 siti web; altri 25 giornalisti sono stati cacciati da istituzioni pubbliche o dipartimenti governativi; revocato il tesserino di abilitazione professionale a circa un centinaio di giornalisti; agli 81 giornalisti finiti a processo sono stati comminati un totale di oltre 183 anni di carcere e una multa di 95mila dollari.

    A circa un anno e mezzo dal fallito golpe in Turchia, che nella notte fra il 14 e il 15 luglio 2016 ha visto vacillare per alcune ore il dominio del presidente Recep Tayyip Erdogan, prosegue dunque la campagna di repressione lanciata dalle autorità contro presunti complici o sostenitori. Fra le accuse, il più delle volte pretestuose, l’affiliazione a gruppi “terroristi” curdi o l’appartenenza al movimento che fa capo al predicatore islamico Fethullah Gülen, in esilio in Pennsylvania (Usa).

    Secondo Erdogan e i vertici di governo, egli sarebbe la mente del colpo di Stato in Turchia in cui sono morte 270 persone, migliaia i feriti. Nei mesi scorsi il leader turco - che ha definito il colpo di Stato “dono di Dio” - ha promosso (e vinto con margine risicato e accuse di brogli) un referendum sul presidenzialismo che ne ha ampliato. Ora, egli è di fatto il padre padrone della nazione.

    La scure delle autorità turche nei confronti della stampa non si è fermata nemmeno durante le feste di Natale. Il 25 dicembre scorso 17 fra giornalisti e responsabili del più antico quotidiano turco, il Cumhuriyet, sono finiti alla sbarra, con l’accusa di aver sostenuto organizzazioni terroriste.

    Uno degli imputati, il famoso cronista di inchiesta Ahmet Șık, ha cercato di leggere una memoria difensiva ed è stato per questo espulso dall’aula. Egli aveva definito la vertenza intentata contro lo storico giornale una “cospirazione basata sulla menzogna”.

    Il giorno successivo alla sbarra sono finiti il rappresentante di Reporter senza frontiere (Rsf) in Turchia Erol Önderoğlu e alcuni accademici di primo piano. Anche per questi ultimi il capo di accusa è quello di propaganda per una organizzazione terroristica. Per molti la repressione promossa da Erdogan è addirittura peggiore di quella innescata dal colpo militare del 1980. 

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