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» 09/06/2012
ARABIA SAUDITA
Jeddah, restano in carcere i 35 cristiani etiopi sorpresi a pregare in una casa privata
Il loro arresto risale al dicembre 2011. Nonostante le pressioni del governo degli Stati Uniti le autorità saudite negano di aver agito per ragioni legate alla religione. Dal 2006 in Arabia Saudita è permesso pregare in privato.

Jeddah (AsiaNews/ Agenzie) - Restano in carcere i 35 cristiani di nazionalità etiope arrestati nel dicembre 2011 a Jeddah sorpresi a pregare in un'abitazione privata. Il 7 giugno, l'International Christian Concer (Icc), associazione statunitense per la difesa dei cristiani nel mondo, ha lanciato un appello per la loro liberazione. L'Icc sottolinea che le accuse mosse contro di loro dalle autorità saudite sono contradditorie. A tutt'oggi l'Arabia Saudita nega di aver imprigionato i 35 cristiani, fra cui 29 donne, per ragioni legate alla religione. In questi mesi, essi sono stati più volte picchiati e costretti ad interrogatori e perquisizioni.

In Arabia saudita l'unica religione ammessa è l'islam, ma dal 2006 le autorità del Regno si sono impegnate con gli Stati Uniti a "garantire e proteggere il diritto dei non musulmani, che si riuniscono in casa, di pregare in privato". Resta invece  proibito pregare in pubblico per qualsiasi fede che non sia l'islam.

Il 15 dicembre 2011 i 35 etiopi si erano riuniti in casa di uno di loro per pregare durante l'Avvento. La polizia religiosa (Muttawa) ha fatto irruzione nell'abitazione e gli ha arrestati. I cristiani sono stati portati prima in una stazione di polizia e in seguito trasferiti alla prigione di Buraiman. Qui, la polizia ha costretto le donne a spogliarsi, sottoponendole a perquisizione corporale, mentre gli uomini sono stati picchiati e insultati come "non credenti". Dieci giorni dopo l'arresto, i prigionieri sono stati portati in un ufficio del tribunale dove sono stati costretti a porre le loro impronte digitali su un documento che non è stato loro permesso di leggere. L'accusa iniziale nei loro confronti era di "commistione illecita" di persone di sesso opposto non sposate tra loro. 

Per fare luce sul caso, in maggio il Congresso degli Stati Uniti ha chiesto spiegazioni all'Ambasciata dell'Arabia Saudita a Washington. Sarah Nezamuddin, funzionario saudita, in un primo tempo ha giustificato l'arresto come parte di una campagna contro il traffico illecito di persone. In un successivo incontro risalente al 21 maggio scorso, la donna ha cambiato versione, affermando che i cristiani erano in carcere per non precisate irregolarità nei permessi di soggiorno e traffico di stupefacenti. Secondo i funzionari del Congresso, i cristiani non hanno commesso alcun reato e dovrebbero essere liberati.

Fonti dell'Icc raccontano che pochi giorni dopo l'incontro avvenuto a Washington, i prigionieri sono stati portati in tribunale per la prima volta dopo sei mesi di carcere. Ma dopo due sedute le autorità li hanno rinchiusi in cella senza specificare nulla sulle ragioni della detenzione o su un' eventuale scarcerazione.

Ryan Morgan, legale dell'Icc, afferma: "Sono sconcertata dal comportamento del governo saudita che continuano a cambiare versione e non spiegano perché 35 persone arrestate mentre pregavano in privato sono in carcere da più di sei mesi senza accuse specifiche". "È scandaloso - continua la donna - che un alleato chiave degli Stati Uniti in Medio Oriente menta in modo spudorato  anche di fronte alle pressioni  di funzionari del governo Usa e si rifiuti di riferire sulle violenze contro le minoranze religiose". 

 

 


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