25/04/2013, 00.00
SIRIA - GIORDANIA
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Karak, un ospedale cattolico per i siriani in fuga da guerra e campi profughi

Situato nel sud della Giordania l'istituto aiuta oltre 30mila siriani accampati nel deserto. La vita nei campi Onu sul confine è ormai impossibile, fra pochi mesi mancheranno anche gli aiuti più essenziali. Suor Adele Fumagalli:"basiamo il nostro servizio sulla carità e accogliamo questo popolo sul quale sta calando il silenzio".

Karak (AsiaNews) - La guerra in Siria e il sovraffollamento dei campi profughi costringono sempre più persone a cercare la "salvezza" nel deserto giordano a centinaia di chilometri dalla capitale Amman e dal confine siriano. Intervistata da AsiaNews, suor Adele Fumagalli, religiosa comboniana dell'ospedale italiano di Karak, racconta il dramma di chi tenta di fuggire dagli orrori della guerra e dei campi profughi. Ogni giorno l'ospedale apre le sue porte a decine di donne incinta, bambini rimasti orfani, padri giovanissimi a cui mogli in fin di vita hanno affidato i propri figli. "Alla sera e alla mattina - afferma suor Adele - quando ci troviamo in cappella, il nostro primo pensiero va a chi ha attraversato nella notte il deserto per salvarsi...noi basiamo il nostro servizio sulla carità e accogliamo questo popolo sul quale sta calando il silenzio".

La suora confessa che la gente rifugiata nei campi profughi vive una situazione drammatica di grande emergenza e precarietà. Secondo la religiosa i rifugiati in Giordania sono circa il 10% della popolazione e ciò costringerà il regno Hashemita ad aprire nuovi campi, ma potrebbero non bastare le risorse del piccolo Stato, che in meno di un anno ha accolto oltre 500mila siriani. La popolazione inizia a chiedere altre soluzioni e in queste settimane vi sono state numerose proteste in vari centri del Paese. Per le agenzie umanitarie, compreso l'Onu, fra qualche mese non potrà essere più garantito il rifornimento di acqua, servizi igienico-sanitari, istruzione, assistenza medica. Per sopravvivere molti fuggono verso Amman. "Sulla strada che porta alla capitale - sottolinea suor Adele - vi sono numerosi bambini siriani, che durante il viaggio sono stati separati dai loro familiari. Essi sono completamente abbandonati a sé stessi. Per sopravvivere vendono sigarette, tè, oppure chiedono l'elemosina ai passanti".

Al momento sono oltre 30mila i siriani che si sono stabiliti nella provincia di Karak. In gennaio erano circa 10mila. La maggior parte sono persone che non hanno trovato posto nel campo profughi di Zarqa, nel nord del Paese, altri giungono direttamente dalla Siria. I più fortunati vivono in piccole abitazioni in affitto. In un appartamento vivono fino a tre famiglie con più figli. A volte portano con se anche gli anziani o persone ammalate.

"Questa gente - spiega suor Adele - ha bisogno di assistenza medica e ricovero ospedaliero. Noi curiamo soprattutto donne gravide che molto spesso non hanno avuto nessuna cura pre-natale, e bambini piccolissimi che a causa del disagio, del freddo, della mancanza di medicinali hanno diverse patologie che vanno dalle infezioni respiratorie a seri problemi gastrointestinali". Per la religiosa ciò che accumuna queste persone, oltre alla sofferenze fisiche, è il dramma psicologico. "Alcuni giorni fa - racconta - è venuto un padre con una bambina che per lo shock aveva perso tutti i capelli. La maggioranza dei piccoli che giungono al nostro ospedale ha il terrore negli occhi".

Fondato dal 1939, l'Ospedale italiano di Karak è l'unica clinica attrezzata della regione e dispone di circa 40 posti letto. Esso è sostenuto dalla Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), la speciale agenzia vaticana per l'aiuto alle Chiese cattoliche e alle popolazioni del Medio Oriente. Per far fronte all'emergenza in Siria la struttura ha stabilito con Caritas e UNHCR un programma di assistenza e di accoglienza per le persone bisognose e i malati.

"Altri organismi locali - spiega suor Adele Fumagalli - chiedono la nostra collaborazione. Il nostro ospedale rimane il punto di riferimento per la parte meridionale della Giordania. Il nostro servizio continua grazie al sostegno della Chiesa e dei benefattori ai quali ci raccomandiamo". (SC)

 

 

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