19/05/2014, 00.00
VIETNAM - CINA

Mar Cinese meridionale: dopo le violenze, Pechino evacua migliaia di lavoratori dal Vietnam

Un volo aereo di emergenza ha rimpatriato 16 operai feriti in modo grave. Altri 4mila pronti a partire nei prossimi giorni; nel fine settimana 3mila lavoratori hanno lasciato il Paese. Resta alta la tensione. Vescovo vietnamita: Hanoi ha mantenuto una politica “troppo accomodante” con la Cina; basta “colloqui bilaterali”, necessario “internazionalizzare” il conflitto.

Hanoi (AsiaNews) - Pechino ha organizzato un volo aereo di emergenza, per riportare in patria un gruppo di 16 lavoratori cinesi feriti in modo grave durante gli assalti dei giorni scorsi di nazionalisti vietnamiti a fabbriche straniere nel centro del Paese. Nel frattempo il ministero cinese dei Trasporti ha disposto l'invio di altre cinque imbarcazioni, per completare l'opera di evacuazione di propri concittadini dalla zona. A rischio l'accordo firmato lo scorso anno fra Pechino e Hanoi, che fissava a 60 miliardi di dollari il volume totale del commercio bilaterale fra i due Paesi da raggiungere entro il 2015. Il ministero cinese degli Esteri ha annunciato ieri la sospensione di alcuni programmi congiunti, invitando i connazionali a evitare viaggi nel Paese vicino.

Dietro le violenze, la decisione della Cina di piazzare il Primo maggio scorso una piattaforma per l'esplorazione petrolifera, la Haiyang Shiyou 981, seguita dall'invio di navi della marina, aerei da caccia ed elicotteri al largo della costa orientale vietnamita per pattugliare la zona. Una mossa che ha esacerbato il nazionalismo di una fetta consistente della popolazione vietnamita, che ha promosso proteste di piazza che hanno assunto una deriva violenta caratterizzata da roghi e assalti e ha causato almeno due morti e oltre 140 feriti.

Questa mattina quattro navi traghetto battenti bandiera cinese, con una capacità di 1000 passeggeri ciascuna, hanno raggiunto il porto di Vung Ang, nella provincia centrale di Ha Tinh, 250 km a sud di Hanoi. Sono almeno 4mila gli operai cinesi, oltre ai 16 feriti gravi partiti ieri grazie al ponte aereo, che attendono di essere evacuati dal Vietnam all'indomani delle violenze della scorsa settimana. Vung Ang è un porto che sorge all'interno del mega impianto siderurgico, il più grande del Paese, di proprietà di Taiwan e preso d'assalto dai nazionalisti vietnamiti per protestare contro "l'imperialismo" di Pechino nel mar Cinese meridionale. Fonti del governo cinese riferiscono che, la sera del 17 maggio, già 3mila concittadini avevano abbandonato in tutta fretta il Paese. 

Intanto Hanoi è preoccupata per le ripercussioni economiche e commerciali con Taiwan: il presidente Ma Ying-jeou ha disposto la preparazione di alcuni voli di linea, pronti sulla pista nel caso di evacuazione urgente di cittadini taiwanesi dagli impianti in Vietnam. L'inviato vietnamita a Taipei ha offerto le scuse formali di Hanoi per l'incidente, mettendo sul piatto un consistente taglio di tasse per compensare le perdite delle aziende di Taiwan. 

Sulla controversia che vede opposte Cina e Vietnam, che ha assunto una preoccupante deriva violenta nell'ultima settimana, è intervenuto anche mons. Paul Nguyên Thai Hop, responsabile della Commissione di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica vietnamita. Il prelato condanna l'opportunismo politico della Cina, che ha piazzato la piattaforma petrolifera mentre il Vietnam festeggiava l'anniversario della fine della guerra (30 aprile 1975) e gli Stati Uniti - attivi nella regione Asia-Pacifico - avevano rivolto le loro attenzione alla vicenda in Ucraina. Mons. Thai Hop sottolinea che è necessario "internazionalizzare" la controversia sui mari e "non bisogna continuare i colloqui bilaterali con Pechino" perché "sono proprio questi colloqui bilaterali" ad aver condotto le due nazioni "alla drammatica situazione attuale". Il Vietnam, aggiunge, "deve far conoscere al mondo" il problema e auspica al contempo che questa controversia "serva da lezione" alle autorità di Hanoi, perché "rivedano la loro politica degli ultimi anni", il sistema del Partito unico e il legame stretto con altre nazioni comuniste dell'area, come la Cina. Il nostro governo, conclude, ha tenuto una politica "troppo accomandante, che alcuni definiscono poco coraggiosa nei confronti della Cina". 

Da tempo Vietnam e Filippine manifestano crescente preoccupazione per "l'imperialismo" di Pechino nei mari meridionale e orientale; il governo cinese rivendica una fetta consistente di oceano, che comprende isole contese - e  la sovranità delle Spratly e delle isole Paracel - da Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia (quasi l'85% dei territori). A sostenere le rivendicazioni dei Paesi del Sud-est asiatico vi sono anche gli Stati Uniti, che a più riprese hanno giudicato "illegale" e "irrazionale" la cosiddetta "lingua di bue", usata da Pechino per marcare il territorio. L'egemonia riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino, in un'area di elevato interesse per il passaggio dei due terzi dei commerci marittimi mondiali.

 

 

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