16/09/2013, 00.00
VIETNAM
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Nuovi attacchi da governo e tv di Stato vietnamita contro il vescovo di Vinh

di J.B. An Dang
Un servizio di 10 minuti andato in onda ieri sera ha lanciato accuse diffamatorie contro mons. Paul Nguyen Thai Hop e la comunità cattolica locale. Il prelato inciterebbe alla rivolta, sfruttando una vicenda legale per creare casi di persecuzione religiosa. A rischio chiusura anche il sito web della diocesi. Cattolici vietnamiti in patria e all’estero uniti in difesa del prelato.

Vinh (AsiaNews) - Le autorità vietnamite, col sostegno dei media, hanno lanciato un nuovo, violento attacco contro la diocesi di Vinh e mons. Paul Nguyen Thai Hop, "colpevole" di chiedere la liberazione di due parrocchiani, rinchiusi da mesi e senza alcun motivo in carcere. In un servizio di 10 minuti trasmesso ieri sera dalla Tv di Stato sono emerse accuse durissime nei confronti del prelato, colpevole di aver "mentito, infranto la legge di proposito e incitato alla rivolta" contro Hanoi. I cattolici avrebbero "montato ad arte" una vicenda giuridica - questo è quanto affermano le autorità - per trasformarla in un caso di "persecuzione religiosa". E alla campagna diffamatoria seguono poi le minacce contro la comunità cattolica di My Yen e Nghe An, con la promessa di "nuovi arresti" nel caso in cui la protesta continui.

"In un'intervista a giornali stranieri - accusa la tv di Stato di Hanoi nel servizio in onda ieri - il vescovo Nguyen Thai Hop ha manipolato la verità, lanciato false accuse verso il governo del Vietnam al fine di trasformare quella che è una normale procedura in un caso di persecuzione contro la Chiesa". Il prelato avrebbe inoltre "sfruttato" i cattolici e la loro buona fede per "fomentare rivolte". Il servizio si è chiuso con un monito, che è più simile a una minaccia: "nessuno è al di sopra della legge" e vi saranno "altri arresti" se la ribellione continua.

Insieme al vescovo, le autorità vietnamite hanno preso di mira anche il sito web della diocesi di Vinh. Ngo Ba Hao, vice-presidente del Comitato per le telecomunicazioni, ha inviato una lettera urgente a mons. Paul intimandogli di chiudere il sito, perché "opera senza il permesso delle autorità". Peraltro un permesso mai concesso dalle autorità alla Chiesa, anche se oggi è sempre più necessaria la pagina web per poter far fronte alle esigenze pastorali.

A difesa della diocesi di Vinh si schiera l'intera comunità cattolica vietnamita, in patria e all'estero, contro quelli che sembrano sempre più "attacchi diffamatori" per screditare il vescovo e la diocesi. Dalla curia respingono al mittente le accuse, riaffermando una volta di più la bontà dell'operato di mons. Paul e la pretestuosità degli attacchi delle autorità, privi inoltre di qualsiasi fondamento.  

Al centro della controversia la vicenda legata alla parrocchia di My Yen, che chiede la liberazione di due fedeli in carcere dal giugno scorso senza nemmeno un capo di accusa formale a loro carico. La diocesi di Vinh e il suo vescovo sono intervenuti a difesa dei parrocchiani in cella, chiedendone la liberazione, e dell'intera comunità, legittimandone le proteste. Il sostegno dei vertici cattolici diocesani ha scatenato la reazione delle autorità locali e centrali, che hanno avviato una campagna diffamatoria verso mons. Paul Nguyen Thai Hop e minacciato di intervenire con durezza per sedare la protesta.

Da tempo il governo vietnamita ha lanciato una campagna di repressione verso blogger, attivisti e dissidenti che chiedono libertà religiosa, il rispetto dei diritti civili o la fine dell'egemonia del partito unico, per la quale è stata anche lanciata una petizione. Solo nel 2013, Hanoi ha arrestato oltre 40 attivisti per crimini "contro lo Stato", in base a una norma che gruppi pro diritti umani bollano come "generiche" e "vaghe". Anche la Chiesa cattolica deve sottostare a vincoli e restrizioni e i suoi membri sono vittime di persecuzioni: a gennaio un tribunale vietnamita ha condannato 14 persone, fra cui cattolici, al carcere con l'accusa di aver tentato di rovesciare il governo, in una sentenza criticata con forza da attivisti e movimenti pro diritti umani.  

 

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