30/07/2010, 00.00
RUSSIA
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Poetessa russa condannata come ribelle militante

di Nina Achmatova
Il caso di Yulia Privedennaya, del gruppo “Portos”, ha mobilitato noti difensori dei diritti umani: la donna è stata condannata a 4 anni di carcere con la condizionale, al termine di un controverso processo. L’avvocato: le autorità hanno paura di qualsiasi libera associazione che non rientri sotto il loro stretto controllo, in Russia una “giustizia a comando”.

Mosca (AsiaNews) – Un tribunale regionale di Mosca ha stabilito, lo scorso 28 luglio, che una aspirante poetessa ha valicato il confine tra arte e crimine, trasformando la comune dove aiutava bambini e anziani in un gruppo armato ribelle. Yulia Privedennaya (nella foto a destra), 36 anni, è stata condannata a 4 anni e mezzo di galera con condizionale. Tra le accuse confermate dal giudice, anche quella di aver segregato e costretto ai lavori forzati alcuni ragazzi che frequentavano la comunità.

Yulia si è dichiarata innocente e il suo avvocato ha ribadito che si tratta di un caso di persecuzione mirata e che tutto il processo è basato su mistificazioni. In favore di Yulia, si sono mobilitati alcuni dei nomi più noti nella difesa dei diritti umani in Russia: da Sergei Kovalyov a Svetlana Ganushkina e Ljudmila Aleksejeva. In aula era presente anche Yurij Samodurov, il curatore della discussa mostra d’arte“Attenzione: religione” che per la sua iniziativa è stato condannato a due anni di carcere.

Un processo pieno di ombre

La Privedennaya è membro di spicco di “Portos”, acronimo che sta per “Società poetica per lo sviluppo della teoria del bene comune”. L’associazione opera in Ucraina e Russia, si ispira all’utopismo del filosofo Tommaso Campanella ed è impegnata nell’aiutare i figli di genitori alcolizzati e gli anziani. “Educhiamo i bambini attraverso la poesia e il disegno, promuoviamo la pace tra i popoli, ma il giudice non ha voluto crederci”, ha dichiarato la donna. “Il tribunale ha ritenuto sufficiente la presenza nella comune di tre fucili da caccia, peraltro regolarmente registrati presso le autorità e inoltre acquistati prima che ‘Portos’ si formasse nel 2000, e di alcune pistole ad aria compressa per condannare Yulia come organizzatrice di un gruppo ribelle, come una terrorista!”, spiega il suo avvocato Michail Trepashkin (nella foto a sinistra). “Il giudice stesso ha infranto la legge – continua - per condannare un gruppo come criminale bisogna indicare con quale scopo sia stato formato, ma lui non lo ha fatto. Tutte le 43 presunte vittime di abusi hanno dichiarato di non aver ricevuto alcuna violenza, ma noi non le abbiamo mai potute neppure portare in tribunale. La sentenza è basata solo sulle idee del procuratore e su testimonianze scritte dalla polizia. Faremo appello e se non basterà andremo alla Corte di Strasburgo”.

All’inizio del processo, nel 2008, anche un membro della stessa “Portos”, Natalya Shako, aveva testimoniato contro Yulia salvo poi ritrattare, raccontando di essere stata costretta dalla polizia. Al momento non ci sono prove che nel campo di “Portos” si pratichi lavoro forzato. I membri della comunità svolgono lavori artigianali, aiutano i bambini o portano da mangiare a pensionati e veterani di guerra.

In Russia, una giustizia “a comando”

Il verdetto è l’ultimo capitolo di una lunga battaglia sferrata dalle autorità russe contro “Portos” e iniziata dieci anni fa, quando la polizia ha perquisito la loro comune nel distretto di Lyuberetsky, vicino Mosca. Nel 2002 due attivisti del gruppo sono stati condannati al carcere e altri due, compreso il fondatore Yury Davidov, a cure psichiatriche.

Per Trepashkin - ex agente del Kgb e prigioniero politico, ora impegnato nella causa dei diritti umani - quello di “Portos” è un caso esemplificativo dello stato della giustizia in Russia: “Si tratta di giustizia a comando, il giudice aiuta a fabbricare l’accusa formulata dal procuratore e a renderla   effettiva, entrambi nell’interesse di qualcuno più in alto di loro”. “Le autorità - continua l’avvocato - hanno paura di ogni associazione spontanea che non sia sotto il loro diretto controllo e non propugni le loro idee. In questo senso Testimoni di Geova, ‘Portos’, nazional-bolscevichi o anti-fascisti sono tutti uguali e da perseguitare, solo perché sono attivi nella società con manifestazioni e incontri pacifici”.

 

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