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  • » 06/12/2017, 11.06

    ONU-MYANMAR

    Rohingya, Onu: l’esercito birmano colpevole di ‘probabili crimini contro l’umanità’



    L’accusa per le operazioni dell’ottobre 2016 e dello scorso agosto. “Rapporti credibili” su attacchi diffusi, sistematici e brutali nel Rakhine. La risoluzione richiesta da Bangladesh ed Arabia Saudita approvata on 33 voti favorevoli, Pechino contraria. Governo ed esercito birmano respingono le accuse.

    Ginevra (AsiaNews/Agenzie) – Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) condanna con durezza il Myanmar per la “probabili crimini contro l'umanità” da parte delle forze di sicurezza nel tormentato Stato di Rakhine. Zeid Ra'ad Al Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani, ha esortato il Consiglio a richiedere che l'Assemblea generale stabilisca un nuovo meccanismo per sostenere indagini penali contro gli autori delle violenze verso la minoranza islamica Rohingya.

    L'esercito del Myanmar è accusato di aver commesso atrocità contro i musulmani residenti nello Stato occidentale del Rakhine, durante due recenti operazioni militari: nell'ottobre 2016 e lo scorso agosto. In occasione delle ultime violenze etniche, i militari dichiarano di aver operato per garantire la stabilità della regione, minacciata dai “terroristi bengali” dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). I vertici delle forze armate giustificano la propria gestione della crisi denunciando le brutalità degli islamisti verso i gruppi etnici locali e il rinvenimento di alcune fosse comuni dove i membri dell’Arsa hanno gettato i corpi di decine di indù.

    A settembre, Zeid ha definito la controffensiva del Tatmadaw [l’esercito birmano, ndr] nel nord dello Stato un “esempio da manuale di pulizia etnica”. Durante la sessione tenuta ieri, egli ha citato la discriminazione sistematica contro i Rohingya, le politiche di segregazione e le recenti accuse di omicidi. A queste si aggiungono pugnalate, pestaggi a morte, incendi di case con famiglie all'interno, stupri e abusi sessuali, sfollamenti forzati e la sistematica distruzione di villaggi, case e mezzi di sussistenza.

    L’Onu, gli Stati Uniti ed altri organismi internazionali hanno già affermato che le operazioni dell’esercito birmano, che hanno costretto circa 626mila Rohingya ed altri gruppi etnici minoritari a fuggire dal Rakhine, equivalgono a “pulizia etnica”. Il governo civile del Myanmar, per voce della leader Aung San Suu Kyi ha più volte respinto le accuse, denunciando “un enorme iceberg di disinformazione” ed ha varato alcuni progetti per la risoluzione dell’emergenza. Attraverso la Union Enterprise for Humanitarian Assistance, Resettlement and Development in Rakhine (Uehrd), iniziativa guidata dalla leader democratica, Naypyitaw si impegna per l’attuazione delle direttive della Commissione consultiva sul Rakhine condotta da Kofi Annan. Inoltre, il Myanmar ha sottoscritto con il Bangladesh accordi per il progressivo rimpatrio dei profughi.

    La risoluzione di ieri, richiesta dal Bangladesh ed Arabia Saudita, ha ricevuto 33 voti a favore, nove astenuti, due assenze e tre contrari, tra cui la Cina. Pechino propone una soluzione in tre fasi per affrontare la crisi: porre fine alle violenze e ripristinare la stabilità della regione, rimpatriare i rifugiati e infine sviluppare soluzioni a lungo termine per la povertà nello stato di Rakhine come causa principale del conflitto. L'ambasciatore del Myanmar a Ginevra, Htin Lynn, dichiara che il suo governo "si dissocia" dal testo e denuncia ciò che definisce “politicizzazione e parzialità”.

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