21/06/2017, 12.24
PAKISTAN
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Sindh, Alta corte indaga sulla conversione forzata di una minorenne indù

Ravita Meghwar ha 16 anni e appartiene ad una casta povera. I genitori denunciano che è stata rapita, costretta ad abbracciare l’islam e a sposare un uomo di 20 anni più grande. La vicenda ha scatenato polemiche e proteste degli indù. La provincia ha respinto la legge che punisce le conversioni estorte con la forza.

Karachi (AsiaNews) – L’Alta corte del Sindh ha ordinato alla polizia di portare davanti ai giudici Ravita Meghwar, una giovane di 16 anni di religione indù. Il termine di comparizione è fissato per domani. La Corte vuole fare luce sul caso della ragazza, al centro del dibattito nella provincia pakistana da circa una settimana. La sua vicenda ha suscitato profonde proteste da parte di associazioni e studenti indù dopo che i genitori – il padre Satram Das Meghwar e la madre Haqu – hanno denunciato il suo rapimento da parte di esponenti dell’influente comunità islamica dei Syed. Essi l’avrebbero costretta a convertirsi all’islam e poi data in sposa ad un uomo più vecchio di 20 anni, Syed Nawaz Ali Shah.

Ravita – che dopo le nozze ha cambiato nome in Gulnaz – è già apparsa davanti ai magistrati, sostenendo che il suo matrimonio e la precedente conversione sono stati “frutto di una libera scelta” e che ora non potrebbe “più vivere” senza suo marito. Poi ha lanciato un appello ai genitori, chiedendo di “lasciarmi vivere in pace con mio marito”. Infine ha pregato i membri della sua ex comunità: “Smettete di sollevare la questione”. Al contrario, la madre Haqu insiste che le sue parole sono dettate dalle pressioni subite dalla nuova famiglia islamica e chiede un “immediato ritorno”.

I genitori contestano la illegalità del matrimonio, contratto prima dei termini stabiliti dalla legge. Secondo il Sindh Child Marriages Restraint Act 2013, chiunque contragga le nozze prima dei 18 anni è passibile di punizione. Satram Das Meghwar lamenta che la ragazza è “stata rapita dalla nostra casa” in un villaggio vicino Nagarparkar e “costretta contro la sua volontà a sposare un uomo che ha più del doppio della sua età”. Per questo ha sporto denuncia secondo la sezione 365 del Codice penale pakistano presso la stazione di polizia di Dano Dandhal.

Le conversioni forzate all’islam, in particolare delle ragazze, rappresentano una vera piaga per gli otto milioni di fedeli indù. Secondo un rapporto della Commissione asiatica per i diritti umani, ogni anno almeno 1000 giovani donne sono costrette a contrarre matrimonio islamico e a rinnegare la propria religione. Per prevenirle, lo scorso anno il governo del Sindh ha approvato una legge anti-conversione. La norma però ha attirato l’ira dei dottori coranici, che ne hanno imposto la cancellazione.

Nei giorni scorsi entrambe le comunità indù e islamica si sono schierate sulla vicenda, facendo salire la tensione a livelli altissimi. Da parte indù, il Pakistan Peoples Party-Shaheed Bhutto e associazioni di studenti. Essi lamentano un numero crescente di episodi di conversione e l’inerzia di governo e forze dell’ordine. Tutto questo “ha causato una grande angoscia nella comunità, che non si sente al sicuro. La nostra vita, le proprietà e l’onore sono in pericolo”.

Al contempo la famiglia Syed è appoggiata dagli attivisti musulmani di Ahle Sunnat Wal Jamat, Ghousia Jamat e Jeelani Jamat, che lamentano una diffusione di “contenuti blasfemi” sui social media. Capeggiando gli islamici, Noor Mohammad Udhepuri ha detto che “la propaganda pianificata contro l’islam non può essere tollerata”. Maulana Yaqoob ha poi affermato che il seminario di Khanqah-i-Gulzar Khalil, dove è stato registrato il matrimonio, “non ha convertito nessuno in maniera forzata”. Egli invece ha puntato il dito sulle “conversioni programmate delle comunità di casta inferiore da parte dei cristiani, che agiscono attraverso le scuole missionarie nella divisione di Mirpurkhas. Ma nessuno ne parla, perché essi offrono ricompense in denaro”.

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