27/09/2018, 13.22
CINA-VATICANO
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Sinodo: domande sulla partecipazione di due vescovi cinesi

La notizia, se confermata – la Sala stampa vaticana afferma di non avere indicazioni in proposito – indicherebbe un cambiamento positivo della politica di Pechino. Ma chi ha deciso la loro presenza a Roma?

Roma (AsiaNews) – Fa sorgere alcune domande la notizia della partecipazione di due vescovi provenienti dalla Repubblica popolare cinese al Sinodo dei vescovi sui giovani, che si apre la settimana prossima. Diffusa da organi di stampa, l’informazione ha come fonte una comunicazione fatta da Wang Zuo'an, attuale numero due del “Fronte Unito” a rappresentanti dell'Associazione patriottica dei cattolici cinesi e della Consiglio dei vescovi cinesi.

La notizia, se confermata – la Sala stampa vaticana afferma di non avere indicazioni in proposito – indicherebbe un cambiamento positivo della politica di Pechino all’indomani della firma dell’Accordo provvisorio, visto che in precedenti occasioni il governo aveva negato il visto. Vescovi cinesi erano stati invitati da Giovanni Paolo II al Sinodo del 1998 e da Benedetto XVI a quello del 2005. In entrambi i casi non c’era stato nulla da fare, così come in altre occasioni, a partire dal Concilio Vaticano II.

C’è, però, un dubbio. La costituzione episcopale Episcopalis communio di papa Francesco sul Sinodo stabilisce (Art. 2) che “I Membri delle Assemblee del Sinodo sono quelli previsti dal can. 346 del CIC”. Il quale Codice di diritto canonico, al Can. 346 - §1 stabilisce che i vescovi partecipanti sono eletti dalle conferenze episcopali o hanno il diritto a partecipare in base alle norme delle conferenze stesse (in genere sono i presidenti) o sono nominati direttamente dal papa.

Nessuna delle indicate possibilità sembra riguardare i due vescovi cinesi, anche perché il Consiglio dei vescovi cinesi non è riconosciuto dal Vaticano, né può esserlo nella sua attuale composizione. E non per una questione nominale, ma perché la sua struttura non è quella di una conferenza episcopale: ci sono vescovi (i sotterranei) che non ne fanno parte, mentre vi sono ammessi anche dei laici.

È possibile che mons. Camilleri, sottosegretario per i rapporti con gli Stati, nei suoi incontri a Pechino per la firma dell’accordo con il governo cinese, abbia portato un invito papale. Ma il fatto che a dare notizia della partecipazione dei due vescovi al Sinodo sia un rappresentante del governo e che nulla abbia detto di un eventuale invito di Francesco rafforza la preoccupazione di chi teme che l’accordo finisca con l’essere un’autorizzazione al governo a controllare e “guidare” la Chiesa. In ogni caso verrebbe a mancare qualche vescovo rappresentante della comunità non ufficiale. Se ci fosse, potrebbe essere un nuovo passo verso la riconciliazione dei cattolici cinesi.

A rafforzare i dubbi, l’identità dei due “prescelti”. Mons. Giovanni Battista Yang Xiaotin, ha studiato alla Pontificia università Urbaniana e ha proseguito gli studi negli Usa. Nominato vescovo dal Papa e approvato dal governo, è iscritto all'Associazione patriottica e ne è un protagonista. In occasioni pubbliche, ha glorificato il regime ripetendo gli slogan sulla “indipendenza” della Chiesa.

Mons. Giuseppe Guo Jincai (v. foto) è uno dei sette vescovi scomunicati e ora riammesso nella comunione ecclesiale. Ha frequentato il seminario di Shijiazhuang, nell’Hebei. È il segretario generale del Consiglio dei vescovi cinesi, posto chiave per il controllo della Chiesa da parte del regime. Il ruolo è infatti affidato dal Partito comunista a una persona di estrema fiducia che lavora pubblicamente come un funzionario di Stato, con il suo rango, stipendio e posizione politica. (FP)

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