05/02/2015, 00.00
THAILANDIA - NUOVI SCHIAVI
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Thailandia: i Rohingya, vittime della tratta di esseri umani

di Weena Kowitwanij
Nel Paese cresce lo sfruttamento di lavoratori, minori e la tratta di vite umane; fra i più colpiti, la minoranza musulmana in fuga da violenze e abusi in Myanmar. Attorno alle rotte della disperazione, che attraverso la Thailandia puntano alla Malaysia, si è formato un commercio da milioni di dollari. Necessario restituire valore, dignità e diritti ai Rohingya.

Bangkok (AsiaNews) - Pescatori sfruttati, costretti a turni di lavoro massacranti in mezzo ai pericoli e privi di qualsiasi tutela legale; minori, spesso poco più che bambini, provenienti dal Laos o dalle zone interne del Paese, obbligati a prostituirsi o a mendicare denaro per le vie della capitale e dei centri turistici più frequentati; e ancora, membri delle tribù montane del nord, una minoranza, anch'essi sfruttati per accattonaggio o costretti a emigrare per guadagnare il denaro col quale arricchire i propri aguzzini; infine i Rohingya, minoranza musulmana del vicino Myanmar cui il governo di Naypyidaw non concede lo status di cittadini, una delle etnie al mondo più sfruttate e vittime della tratta di esseri umani.

Sono molti gli elementi critici in tema di diritti umani e rispetto della persona, che hanno fatto scattare il campanello d'allarme in Thailandia; nell'ultimo anno è cresciuto il fenomeno della tratta degli esseri umani e il Paese è retrocesso al livello più basso - con un giudizio complessivo ritenuto "insoddisfacente" - nella lotta al traffico di singoli individui e gruppi. 

Il lavoro minorile resta una pratica diffusa, così come il loro sfruttamento nel mercato della prostituzione; il 17 gennaio scorso la polizia thai, in collaborazione con la Children and Woman Foundation, ha scoperto 70 minori laotiani, immigrati in modo clandestino per essere sfruttati in bordelli e karaoke della provincia meridionale di Suphanburi. 

Fra lavoratori sfruttati e minori abusati, il gruppo etnico che più di ogni altro è soggetto a violenze, vessazioni e traffico illegale è quello dei Rohingya. Originari dello Stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, essi abbandonano il Paese di origine - dove i loro diritti sono negati - in cerca di asilo in nazioni a maggioranza musulmana come il Bangladesh, la Malaysia o l'Indonesia. E la Thailandia, nella maggior parte dei casi, è una tappa obbligata del loro percorso di fame, miseria e disperazione. 

Nel traffico dei Rohingya sono implicati anche funzionari statali e membri delle amministrazioni locali, che li vendono a sfruttatori che poi li indirizzano nei campi, a bordo di pescherecci, nelle fabbriche. I padroni sequestrano i documenti, passaporto e permessi di lavoro, mantenendoli in condizioni di semi-schiavitù. Altri tentano la fuga all'estero, nella maggior parte dei casi in Malaysia, dove sono già emigrati in precedenza amici o parenti. 

Ciascun Rohingya deve pagare fra i 40 e i 50mila baht - l'equivalente di 1.300/1.600 dollari - prima di poter intraprendere il viaggio della speranza; a questo si sommano le spese effettive del trasporto, attorno ai 3mila dollari. Solo nelle ultime settimane la polizia ha scoperto un gruppo di oltre 300 membri della minoranza musulmana che cercavano di partire per la Malaysia, bloccandone 97; gli altri si sono nascosti all'interno di una piantagione di caucciù, facendo perdere le loro tracce. 

Ad oggi non vi sono dati certi sul numero di Rohingya che, abbandonato il Myanmar, transitano per la Thailandia prima di partire per la destinazione finale. Le stime relative agli arresti parlano di 1300/1500 fermi nel 2014, con un dato in flessione rispetto ai 2mila bloccati nel 2013. Tuttavia, si tratta di cifre al ribasso perché sull'altra sponda il flusso di persone appartenenti alla minoranza musulmana che transitano per il golfo del Bengala, linea di demarcazione fra ex Birmania e Bangladesh, si aggira attorno ai 53mila nel 2013 e 40mila nel 2014. Del resto Bangkok non ha norme specifiche atte a contrastare il contrabbando, se si esclude una legge del 1979 in vigore per i rifugiati provenienti da Myanmar e penisola di Indocina, che consente solo una permanenza limitata a un periodo breve di tempo. La mancanza di norme e la negazione dei diritti di base ai Rohingya ha originato una tratta dal valore milionario: facendo riferimento ai dati relativi al 2014, a fronte di 53mila persone finite nel racket del commercio illegale a un costo di 1700 dollari per singolo individuo, si viene a determinare una somma complessiva di 84 milioni di dollari. 

Gli attivisti impegnati nella difesa dei diritti della minoranza musulmana spiegano che è essenziale restituire dignità e valore al popolo Rohingya, perché non sia solo oggetto di sfruttatori e trafficanti senza scrupoli. Del resto anche in queste prime settimane del 2015 non sono mancati i casi di cronaca che hanno visto per protagonisti, loro malgrado, esponenti della comunità musulmana del Myanmar. L'11 gennaio scorso le autorità della provincia di Nakhonsrithamraj hanno fermato un gruppo di 97 Rohingya che viaggiavano in condizione di clandestinità, ammassati all'interno di cinque camion. La polizia ha arrestato i conducenti dei mezzi, all'interno dei quali vi era il corpo di una donna priva di vita, deceduta di fame e di stenti. Altre cinque persone sono state trasportate in ospedale in precarie condizioni di salute; una di queste è morta nei giorni successivi al ricovero, per le gravi ferite riportate. La destinazione finale del gruppo era la Malaysia, dove avrebbero voluto iniziare una nuova vita con le loro famiglie e trovare un lavoro. 

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