08/03/2017, 11.09
VIETNAM

Vietnam, festa della donna: appelli al governo per la liberazione di attiviste e dissidenti

Il Comitato vietnamita per i diritti umani ricorda le molte donne in carcere o vittime di abusi per aver lottato per i diritti e la democrazia nel Paese. La richiesta di riforma del Codice penale e “riforme politiche” per fermare gli abusi. Fra le attiviste in prigione vi sono anche personalità cattoliche di primo piano.

 

Hanoi (AsiaNews) - In concomitanza con l’8 marzo, festa della donna, attivisti e Ong vietnamite e internazionali lanciano un appello al governo di Hanoi, per la liberazione di quante sono in carcere per reati di opinione o per la loro battaglia pro-democrazia e diritti umani nel Paese. Celebrando la giornata, il Comitato vietnamita per i diritti umani (Vchr) ha diffuso un appello per sensibilizzare la comunità internazionale sulla situazione delle attiviste finite nel mirino del governo comunista. Chiedendo il rilascio di quante sono in cella per reati di opinione, i vertici del gruppo auspicano una “revisione” delle norme del Codice penale usate per “imprigionare le attiviste”.

Nel mirino degli attivisti di Vchr gli articoli 79, 88 e 258 del Codice penale, insieme a una serie di decreti attuativi sfruttati dalle autorità per imprigionare donne che lottano per i diritti umani e denunciano gli abusi. Gli articoli fanno parte del Codice redatto nel 1999 con lo scopo di “silenziare la dissidenza” e colpire quanti lottano per una vera democrazia in Vietnam.

Insieme alla riforma del Codie penale, spiegano gli attivisti, sono necessarie “riforme politiche” che promuovano il pluralismo. Si tratta di provvedimenti essenziali per favorire la partecipazione femminile all’attività politica e allo “sviluppo sociale, economico, intellettuale e politico” del Paese. “Donne attiviste pro-diritti umani, blogger, giornaliste, attiviste per i diritti delle terre e del lavoro, dissidenti politiche e religiose - prosegue la nota - sono oggetto di attacchi brutali, intimidazioni e arresti arbitrari. A questo si aggiungono regimi di carcere duro, solo per aver chiesto o rivendicato in modo pacifico l’esercizio dei propri diritti di base”.

Fra le molte donne ancora oggi rinchiuse nelle celle delle carceri comuniste, il Comitato vietnamita per i diritti umani ricorda la vicenda della 37enne blogger cattolica Nguyen Ngoc Nhu Quynh, meglio nota come “Mother Mushroom” (nella foto). La donna è stata più volte oggetto di attacchi e violenze per aver commentato sui social questioni sociali e politiche. Di recente l’attivista ha denunciato il disastro ambientale del Formosa Group, che tanto scandalo ha sollevato nel Paese.

Vi è poi anche la storia della 40enne attivista pro-diritti umani e sindacalista Tran Thi Nga, arrestata il 21 gennaio nel nord del Paese. Secondo l’accusa la donna avrebbe violato l’articolo 88 per aver usato internet “per divulgare video e testi” contenenti propaganda anti-governativa. Fermata e malmenata per l’opera di denuncia in rete, rischia fino a 20 anni di galera.

E ancora, la 45enne Tran Thi Thuy, buddista Hoa Hao, che sta scontando otto anni di carcere per “attività mirate a rovesciare” l’ordine precostituito. In realtà la donna si è spesa a favore dei diritti sull'uso dei terreni; ad aggravare una situazione già di per sé drammatica, la donna ha un tumore all’utero, ma le guardie carcerarie le hanno finora negato cure mediche appropriate. La sua vicenda costituisce una chiara violazione della Convenzione Onu contro la tortura, sottoscritta e ratificata nel 2015 dalle autorità di Hanoi.

In passato ha tenuto banco a lungo la vicenda della blogger cattolica Maria Ta Phong Tan, incarcerata per “propaganda anti-governativa” attraverso il suo blog. Per protesta contro l’arresto della figlia, la madre si era data fuoco ed era morta per le gravi ferite riportate. Durante il periodo detentivo l’attivista ha intrapreso uno sciopero della fame, per protestare contro gli abusi subiti in prigione. Nel settembre 2015 le autorità di Hanoi ne hanno disposto la scarcerazione; oggi la dissidente vive in esilio negli Stati Uniti, da dove prosegue la sua lotta per i diritti umani e la democrazia in Vietnam.

 

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