03/11/2020, 12.54
MYANMAR
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Yangon: il ‘Bin Laden buddista’, già latitante, si consegna alla polizia

Dopo oltre un anno è ricomparso in pubblico il monaco radicale U Wirathu. Egli si è rivolto alla folla attaccando la Lega nazionale per la democrazia e Aung San Suu Kyi. Timori per una possibile influenza sulle imminenti elezioni politiche. Esperto ad AsiaNews: un colpo dell’ex regime militare per destabilizzare il voto.

Yangon (AsiaNews) - Si è consegnato alla polizia dopo oltre un anno di latitanza il monaco radicale birmano U Wirathu, noto con il soprannome di “Bin Laden buddista”, famoso per i suoi discorsi di odio, il sostegno ai militari e la repressione della minoranza musulmana Rohingya. Il leader religioso è famoso per i suoi discorsi di odio che, oltre alla minoranza islamica, hanno colpito con forza anche la stessa leader e Nobel per la pace Aung San Suu Kyi (Assk) e il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Nld).

Proprio per questi suoi interventi, egli era finito alla sbarra con l’accusa dei sedizione di cui avrebbe dovuto rispondere in tribunale. La sua resa giunge a pochi giorni dalle elezioni politiche in programma l’8 novembre in Myanmar che, secondo gli esperti, dovrebbero concludersi con la vittoria della Nld, sebbene il margine potrebbe essere inferiore rispetto al voto del 2015. 

Prima di consegnarsi alla polizia, il monaco radicale attorniato da una folla di fedelissimi ha cercato (invano perché è stato respinto) di incontrare alte personalità buddiste birmane della National Buddhist Monk Association (MahaNa), per poi lanciare un appello in vista del voto. “Per prima cosa, vorrei chiedere a tutti i miei confratelli monaci di invitare i loro seguaci a votare per i partiti che lavorano per proteggere la razza e la religione”. Il riferimento è all’ex partito di governo Union Solidarity and Development Party (Usdp), emanazione politica della dittatura militare birmana, da sempre oggetto degli apprezzamenti e del sostegno di Wirathu. 

Interpellato da AsiaNews l’analista Lawrence Mung Song sottolinea che “per molti monaci buddisti l’arresto e l’incriminazione di Wirathu è un attacco al buddismo stesso e alla classe dei monaci”. Per questo vi è un “malcontento strisciante verso la Nld e il governo” che sarebbero accusati di “oppressione religiosa”. L’esperto aggiunge che “molti lo considerano controllato dall’ex regime militare, che vuole destabilizzare le prossime elezioni. Il fatto che sia riapparso ora, è segno di una agenda che vuole creare instabilità” perché “in Myanmar quando si parla di politica niente succede per caso”. E questo è “un elemento preoccupante” in vista della tornata elettorale e per il futuro. 

“Vi sono molti buddisti comuni - prosegue Lawrence Mung Song - che non lo amano e non sopportano il suo carattere e modo di agire, altri ancora che ritengono il buddismo indebolito negli ultimi tempi” dall’aumento di una popolazione non buddista, come quella “musulmana e cristiana”. Egli gode del sostegno di molti e “può ancora creare caos in Myanmar, specialmente in questo periodo elettorale. Ecco perché molti attivisti pro diritti umani e politici sono preoccupati” per un suo rilascio. “Questo è un evento inaspettato e di primaria importanza - conclude - e non sono da escludere pesanti ripercussioni in seguito al suo ritorno”.

Wirathu era diventato famoso nel 2012 durante uno dei periodi di massima tensione e scontri fra buddisti e musulmani Rohingya nello Stato occidentale di Rakhine. Egli aveva fondato una organizzazione nazionalista, poi messa al bando, accusata di fomentare la violenza contro le minoranze religiose e, in particolare, i seguaci dell’islam. 

L’appello lanciato ieri è visto come un altro endorsement per lo Usdp, unico in grado di contendere il potere di Assk. Nel maggio 2019 un tribunale aveva emesso un mandato di arresto, accusando U Wirathu di sedizione per le parole pronunciate durante una manifestazione nazionalista contro la leader democratica; se ritenuto colpevole, egli rischia fino a tre anni di carcere. 

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