Autorità archeologica: 'Nessun documento su tempio preesistente alla moschea di Sambhal'
Costruita intorno al 1526, la struttura protetta è al centro di una disputa legale, che causò violenze: ricorrenti indù sostengono sia edificata sopra un tempio di Shiva. L'Archaeological Survey of India dichiara di non possedere documenti sullo stato del sito prima della costruzione. La Commissione centrale per l’informazione ha respinto il ricorso.
Sambhal (AsiaNews) - La moschea Shahi Jama Masjid di Sambhal - costruita intorno al 1526, la più antica dell’era Mughal nell’Asia meridionale - è al centro di una controversia legale a seguito delle affermazioni di alcuni ricorrenti indù secondo cui sarebbe stata costruita sopra un tempio di Shiva. L’Archaeological Survey of India (ASI) - agenzia governativa che protegge il sito - ha tuttavia comunicato di non avere documentazione che indichi che la moschea sia stata costruita dopo la demolizione di una struttura precedente, né di documenti che identifichino il proprietario del terreno durante l’edificazione.
Un’indagine dell’ASI nel novembre 2024 su ordine del tribunale aveva scatenato un violento scontro tra la popolazione locale e la polizia, in cui quattro persone erano morte per ferite da arma da fuoco; mentre diverse sono ancora in carcere in relazione alle violenze. Il tribunale aveva esaminato una richiesta di indù che sostenevano che la moschea fosse stata costruita demolendo un tempio di Shiva durante il regno dell’imperatore Aurangzeb. C’erano stati screzi, per cui alcuni nella squadra d’indagine irritavano con canti la popolazione minoritaria musulmana della zona.
Una commissione nominata dal tribunale distrettuale di Sambhal avrebbe affermato in un rapporto del 2024 che simboli associati all’induismo erano stati trovati nella maschea Shahi Jama Masjid, protetta dall’ASI dal 1920. In aggiunta, Satya Prakash Yadav, residente a Sambhal, aveva inoltrato richiesta - appellandosi al Right to Information Act del 2005 - di conoscere se la moschea dell’era Mughal fosse stata costruita demolendo delle rovine, o su un terreno libero, insieme al nome del proprietario terriero dell’epoca e ai documenti che ne attestavano i diritti di proprietà.
L’ASI, nella sua risposta, ha dichiarato che “nessuna informazione di questo tipo è disponibile in questo ufficio”. In merito alle domande relative alle costruzioni nel sito al momento in cui la moschea è stata posta sotto la protezione dell’ASI, alle eventuali costruzioni successive e alle controversie passate associate al luogo, l’ASI ha dichiarato esplicitamente alla Commissione centrale per l’informazione (CIC) che i suoi archivi non contengono “alcuna informazione di questo tipo” riguardo ai fatti.
Tuttavia, durante il primo procedimento di appello dinanzi alla Commissione centrale per l’informazione, l’ASI aveva affermato che, sebbene non siano consentite nuove costruzioni all’interno di un monumento protetto, nel 2018 era stata eretta una ringhiera in acciaio “illegale” nel sito della moschea Shahi Jama Masjid, e che il dipartimento aveva emesso un’ordinanza per fermare i lavori.
Il ricorrente aveva anche chiesto informazioni sul periodo di costruzione della moschea. L’ASI ha risposto che, secondo i suoi registri, “la Jama Masjid Sambhal è stata costruita nell’anno 1526”. Alla domanda se la struttura fosse conosciuta in precedenza con un altro nome, il dipartimento ha risposto che la moschea venne protetta dall’ASI senza cambiare il precedente nome del sito,
Durante l’udienza dinanzi alla Commissione centrale per l’informazione, il ricorrente aveva sostenuto che alcune informazioni fondamentali erano state erroneamente negate con la motivazione della loro indisponibilità. L’ASI ha sostenuto di aver fornito tutte le informazioni disponibili in archivio e di non essere obbligata a creare o raccogliere informazioni non in suo possesso.
Confermando la posizione dell’ASI, la Commissione ha osservato che la legge RTI obbliga le autorità pubbliche a divulgare solo i documenti esistenti e non richiede loro di generare nuove informazioni. Non trovando motivi per un ulteriore intervento, la Commissione ha quindi respinto il ricorso, ritenendo che le risposte dell’ASI - compresa la sua dichiarazione di non disporre di documenti che indicassero se la moschea fosse stata costruita su rovine o su un terreno libero - fossero conformi alla legge.





