Bangkok verso il voto, il People's Party resta in testa ai sondaggi
A poco più di una settimana dalle elezioni generali dell’8 febbraio, un sondaggio nazionale ha evidenziato come il partito progressista resti nettamente in testa nelle preferenze degli elettori, seguito dal Pheu Thai e dal Bhumjaithai del premier Anutin. I vescovi cattolici invitano i fedeli a un voto responsabile fondato sul bene comune, la dignità umana e la giustizia sociale.
Bangkok (AsiaNews) – A poco più di una settimana dalle prossime elezioni generali, previste l’8 febbraio, il People’s Party, partito progressista thailandese, mantiene un netto vantaggio sul Pheu Thai, al secondo posto, e il partito Bhumjaithai, da cui proviene l’attuale primo ministro, Anutin Charnvirakul. A dirlo è il sondaggio Rajabhat, condotto su scala nazionale da un rete delle università pubbliche presenti soprattutto nelle aree provinciali.
L’indagine è stata effettuata tra il 19 e il 25 gennaio su un campione di 11.700 persone. Alla domanda su chi preferirebbero come primo ministro, il 39,2% degli intervistati ha indicato come scelta Natthaphong Rueangpanyawut, leader del People’s Party. Rispetto a dicembre, la sua popolarità è cresciuta di quasi 7 punti percentuali. Yodchanan Wongsawat del Pheu Thai si è fermato al 15,9% e Anutin Charnvirakul di Bhumjaithai al 15,2%. Il leader del Partito democratico, Abhisit Vejjajiva, ha raccolto il 9,1% delle preferenze, mentre Pirapan Salirathavibhaga (United Thai Nation) e Thammanat Prompow (Klatham) si sono fermati rispettivamente al 3,3% e al 2,3%. Un ulteriore 12,9% ha espresso preferenze per altri candidati. Tra i tre principali contendenti, il dato più rilevante è il calo di popolarità di Anutin Charnvirakul, che ha perso 9,2 punti percentuali, mentre Yodchanan Wongsawat ha registrato un aumento di 7,5 punti.
Anche nelle intenzioni di voto per i 100 seggi assegnati con il sistema proporzionale (basato sulle liste di partito), il People’s Party resta in testa con il 38,8%, seguito da Pheu Thai al 17,9% e dal Bhumjaithai al 15,6%, in calo di 5,7 punti. Più difficili da prevedere quelli che saranno i vincitori nei 400 collegi uninominali, dove il Bhumjaithai potrebbe comunque emergere come primo partito in Parlamento grazie alla sua radicata presenza territoriale, conquistando circa 150 seggi. Il People’s Party, che nella precedente tornata elettorale aveva ottenuto 141 seggi, potrebbe scendere a una quota compresa tra 100 e 120. Le previsioni su Pheu Thai restano le più incerte, con stime che oscillano tra 45 e 120 seggi. Tuttavia, oltre il 70% degli intervistati ha dichiarato di avere intenzione di votare per lo stesso partito in entrambi i sistemi.
Il sondaggio Rajabhat ha evidenziato anche un minore peso delle figure individuali rispetto alla proposta di politiche efficaci. Per esempio, le misure economiche legate al reddito e al sostentamento quotidiano hanno rappresentato il fattore più importante per il 52,9% degli intervistati, riflettendo la preoccupazione diffusa per l’aumento del costo della vita.
Erede di Pita Limjaroenrat e del suo partito Move Forward, vincitore alle ultime elezioni e poi escluso dalla vita politica con delle decisioni giudiziarie sostenute dall’establishment conservatore e filo-militare, ieri Natthaphong Rueangpanyawut ha scritto su Facebook: “Siamo pronti a tradurre i voti nella formazione di un governo e a realizzare un cambiamento tangibile”.
Nel clima di campagna elettorale è intervenuta anche la Chiesa cattolica. Il 27 gennaio la Conferenza episcopale cattolica della Thailandia (CBCT) ha diffuso una lettera pastorale in cui invita i fedeli a votare in modo responsabile. Nel messaggio rivolto alle parrocchie di tutto il Paese, l’arcivescovo Francis Xavier Vira Arpondratana, presidente della CBCT, ha ricordato che il voto non è soltanto un diritto civile: “La Chiesa invita tutti i cristiani a riconoscere che votare è un obbligo morale per il bene comune”, ha affermato l’arcivescovo. “Esercitare il diritto di voto non è semplicemente un dovere legale, ma un’esigenza morale che i cittadini devono adempiere collettivamente per il bene della società”. Citando il Catechismo della Chiesa cattolica, il presule ha sottolineato che i cittadini contribuiscono al bene comune attraverso azioni concrete, aggiungendo che astenersi dal votare equivale a sottrarsi alle proprie responsabilità civiche. Allo stesso tempo, la partecipazione democratica non si esaurisce nel momento del voto: “La partecipazione include il monitoraggio, la vigilanza e la difesa della verità morale in ogni fase del processo elettorale”, afferma il testo, precisando che l’astensione può essere moralmente giustificata solo in casi eccezionali, quando nessun candidato rispetti standard etici minimi. I vescovi hanno inoltre messo in guardia contro una visione riduttiva della democrazia: “La vera democrazia non è semplicemente il risultato di leggi e regolamenti”, ha detto l’arcivescovo Vira, “ma nasce dall’accettazione di valori fondamentali come la dignità umana, i diritti umani e il bene comune”. In assenza di questi valori, ha avvertito citando il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, la democrazia rischia di trasformarsi in “una dittatura mascherata”.
Richiamandosi alle Scritture, la CBCT ha invitato gli elettori a scegliere leader “capaci, timorati di Dio, affidabili e incorruttibili”, esortando a scegliere candidati che rispettino la dignità umana, diano priorità al bene comune rispetto agli interessi personali o di fazione e dimostrino una sincera preoccupazione per le comunità locali, in particolare per i poveri e i vulnerabili.
Ai leader politici e ai funzionari pubblici, i vescovi hanno rivolto un appello alla correttezza, ammonendo che anche piccoli atti di compravendita di voti o frodi elettorali “seminano i semi della corruzione che possono distruggere una nazione”. Pur riconoscendo le attuali sfide politiche, tra cui la crescente polarizzazione all’interno della società, la Chiesa ha espresso la speranza che le elezioni dell’8 febbraio possano diventare “una testimonianza del nostro amore per Dio e per il prossimo”.



