16/03/2026, 12.57
THAILANDIA - CINA
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Bangkok: crollano i prezzi del cocco, i coltivatori thai accusano gli imprenditori cinesi

Il prezzo di una noce di cocco in Thailandia, che prima del 2020 costava 20 baht, oggi è sceso fino a 2 baht, mettendo in crisi i piccoli coltivatori. Secondo i produttori locali, poche società legate a capitali cinesi controllano ormai gran parte della filiera, imponendo prezzi bassissimi e distorcendo il mercato. 

Bangkok (AsiaNews) – I coltivatori thailandesi hanno accusato la Cina di essere responsabile del calo dei prezzi delle noci di cocco, scesi fino a 2 baht per frutto (circa sei centesimi di dollaro). Gli investitori cinesi oggi infatti dominano la filiera, riducendo i guadagni dei piccoli agricoltori, che potrebbero essere costretti ad abbandonare il se4ttore, se il governo di Bangkok non adotterà misure di risposta urgenti. 

I rappresentanti dei coltivatori della penisola di Sathing Phra, nella provincia meridionale di Songkhla, minacciando di indire una protesta davanti al Parlamento, hanno spiegato che il prezzo all’ingrosso, che prima della pandemia era a 20 baht per noce di cocco, è precipitato da 10 baht a 2 baht, mentre i frutti di qualità inferiore vengono pagati appena 1 baht. In molti casi i ricavi non riescono più a coprire i costi di produzione, spingendo alcuni agricoltori a lasciare i frutti sugli alberi o a valutare l’abbattimento delle piantagioni.

Secondo un senatore che ha raccolto le denunce dei produttori, la crisi non dipende soltanto da un eccesso di offerta, ma da meccanismi di mercato distorti: poche grandi società legate a investitori cinesi dominano la filiera, controllando l’acquisto e l’esportazione verso la Cina, potendo così imporre i propri prezzi, mentre gli agricoltori thailandesi non hanno possibilità di vendere i loro raccolti ad altri compratori.

Il problema riguarda in particolare la filiera delle noci di cocco aromatiche nam hom, molto richieste sul mercato cinese per la produzione di bevande. Negli ultimi anni l’intera catena commerciale, dalla raccolta all’esportazione, è stata progressivamente occupata da imprese registrate a nome di cittadini thailandesi ma vicine a investitori cinesi, che talvolta operano in maniera fraudolenta. Secondo alcune stime, solo sei o sette grandi società controllano ormai gran parte del settore.

Secondo le indagini della polizia, queste aziende acquistano i frutti a prezzi molto bassi, tra 2 e 5 baht, per poi esportarli in Cina a 35-50 baht l’uno. A inizio mese la polizia ha effettuato perquisizioni in diversi magazzini e centri di lavorazione nella provincia di Ratchaburi, cuore del commercio delle noci di cocco, interrogando oltre una dozzina di persone, tra cui diversi cittadini cinesi, nell’ambito di un’indagine su una rete di società prestanome.

Negli ultimi anni la crescente presenza di capitali cinesi ha ridimensionato anche il ruolo dei tradizionali intermediari locali, noti come lhong. Si tratta di grossisti che raccolgono i prodotti direttamente nelle aziende agricole e li trasportano ai magazzini o ai centri di smistamento, dove vengono stabiliti i prezzi in base alla qualità del raccolto e alla domanda del mercato. Secondo alcuni operatori del settore, oggi oltre l’80% del commercio all’ingrosso delle noci di cocco sarebbe controllato da capitali cinesi, una situazione che riduce ulteriormente lo spazio di negoziazione per i piccoli coltivatori.

Negli ultimi anni, i coltivatori thailandesi avevano riconvertito le loro coltivazioni in seguito alla forte domanda di acqua di cocco dolce proveniente dalla Cina. In alcune aree della Thailandia le piantagioni di zucchero di palma e gli allevamenti di gamberi sono stati abbandonati per passare alla produzione di noci di cocco nam hom, più redditizia e meno laboriosa. 

In questo modo è aumentata l’offerta: oggi la Thailandia produce circa due milioni di noci di cocco al giorno, ma la domanda estera non è cresciuta allo stesso ritmo, generando una pressione al ribasso sui prezzi. Secondo il Think Forward Center, un think tank legato al People’s Party, il principale partito progressista della Thailandia, il Paese produce circa 550 milioni di noci di cocco per l’esportazione all’anno, di cui oltre l’80% nelle regioni centrali. Nel 2025 l’offerta è aumentata di oltre il 55%, mentre  i volumi esportati sono aumentati di circa il 9,7%. In questo modo il valore complessivo delle vendite è sceso a 6,5 miliardi di baht.

Il settore frutticolo rappresenta oltre un quarto delle esportazioni agricole della Thailandia e impiega decine di milioni di lavoratori, molti dei quali in maniera informale. Nonostante le crescenti difficoltà poste dai cambiamenti climatici, come gravi indondazioni e periodi di siccità, il mercato delle noci di cocco vale sei miliardi di dollari. Oggi, però, il settore è ulteriormente esposto alle fluttuazioni di mercato a causa della progressiva riduzione dei fertilizzanti, che come il petrolio, passano per la maggior parte attraverso lo Stretto di Hormuz, bloccato a causa della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. 

Il governo thailandese ha inserito le noci di cocco tra i prodotti agricoli sotto monitoraggio e ha previsto alcune misure di sostegno agli agricoltori, come l’acquisto di una parte di frutti a 5 baht l’uno e l’avvio di indagini sui centri di acquisto sospettati di operare tramite prestanome. Anche con questi interventi, però, a febbraio i prezzi sono arrivati a una media di 3,20 baht, mentre a dicembre il prezzo si aggirava intorno ai 5,75 baht per cocco.

Secondo il Think Forward Center, per ristabilire i prezzi sarebbe necessario assorbire circa 20 milioni di noci di cocco in eccesso e sostenere le piccole e medie imprese che utilizzano prodotti derivati dal cocco, con l’obiettivo di riportare il prezzo alla produzione a 7,5 baht per frutto entro il terzo trimestre del 2026.

Foto di Nipanan Lifestyle su Unsplash

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