26/03/2026, 12.37
LIBANO - ISRAELE - IRAN
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Beirut sfida Teheran espellendo l'ambasciatore, ma aggrava la spaccatura con gli sciiti

di Fady Noun

Analisti ed esperti parlano di situazione “deprimente e grave” interna al Paese. Le accuse di tradimento da parte di Hezbollah con la sfida aperta all'esecutivo rischiano di incendiare ancora di più il fronte interno. L’arrivo nella regione dei Marines Usa alimenta i timori di escalation. Intanto Israele continua ad avanzare oltre-confine nel sud. 

Beirut (AsiaNews) - “È deprimente e grave”. È con queste parole che Scarlett Haddad descrive ad AsiaNews il “marciume” interno al Libano, facendo particolare riferimento alla dichiarazione di persona non grata nei confronti dell’ambasciatore iraniano a Beirut pronunciata dal ministro libanese degli Esteri Joe Raggi. Il diplomatico ha tempo fino al prossimo 28 marzo per lasciare il Paese dei cedri. E per molti commentatori e analisti, si tratta di una svolta. Respinta da Hezbollah, dal movimento Amal e dal Consiglio superiore islamico sciita - che hanno invitato il diplomatico della Repubblica islamica a rimanere nella capitale -, la decisione di Raggi è la sfida ufficiale più importante lanciata a Teheran da anni.

Se confermata, essa potrebbe comportare il ritiro dei ministri di Hezbollah dal governo. Oggi si terrà un Consiglio dei ministri per decidere quali passi intraprendere in merito. Tuttavia, qualunque sia l’esito, il potere centrale ne uscirà indebolito in una fase di già grave incertezza per tutta la nazione. In caso di marcia indietro, si tratterà infatti di una smentita del ministro degli Esteri, rappresentante del partito Forze Libanesi. Di contro, se la decisione venisse confermata l’esecutivo finirebbe per perdere - assieme alla componente - la sua “legittimità sciita”.

Questa decisione aggrava ulteriormente il livello di tensioni e divisioni politiche interne che potrebbero sfociare in una “deflagrazione”, avvertono gli osservatori. Secondo L’Orient-Le Jour (LOJ) “la polarizzazione ha raggiunto il suo apice: il minimo incidente potrebbe far precipitare la situazione in scene di violenza, cosa che le diverse forze stanno ancora cercando di evitare”.

Ciò che emerge oggi dalla vicenda dell’espulsione dell’ambasciatore - al di là dell’aspetto diplomatico - è l’affermarsi di due fonti di autorità rivali in Libano, che si accusano a vicenda di “tradimento”: l’una per aver stretto patti con “il nemico israeliano”, l’altra per aver “venduto il Libano all’Iran”. La frattura si aggrava all’interno della popolazione e riappare lo spettro della guerra civile. In quadro infuocato entra in gioco anche il fronte mediatico. “Le televisioni non sono più mezzi di comunicazione, ma barricate” confida un ex miliziano. Una terza via è presa in considerazione anche dai partiti che rappresentano i cristiani: “il divorzio”, sotto forma di una decentramento spinto che frammenterebbe il Paese dei cedri in zone prevalentemente omogenee dal punto di vista comunitario e confessionale. 

In ogni caso, è con un tono che vuole essere forse inoppugnabile che Samir Geagea ha rifiutato l’istituzione di un centro di accoglienza a Qarantina, un ex campo profughi palestinese raso al suolo, riconvertito in mercato coperto e poi abbandonato, all’ingresso est di Beirut? Del resto questo spazio simboleggia da solo la guerra civile. “Finché Hezbollah detiene armi, questo spazio potrebbe diventare una nuova zona di illegalità, all’ingresso delle ‘regioni cristiane’ così come a quello dei quartieri cristiani di Beirut. Le due vie verso l’aeroporto e il porto - assicura Amine Iskandar, intellettuale e professore a Kaslik - sarebbero così sotto controllo”.

Monta il degrado

“Il degrado accelera di giorno in giorno” prosegue Scarlett Haddad, nella sua riflessione affidata ad AsiaNews. “Il rifiuto da parte dell’Iran - prosegue - del piano di pace del presidente [Usa Donald] Trump, la sua insistenza sull’unità dei fronti iraniano e libanese e l’arrivo nella regione dei Marines americani rafforzano la convinzione che ci si stia avviando verso un’escalation”. Sul piano umano, la popolazione è allo stesso tempo “disorientata e divisa, vittima, oltre che dei conflitti, di un notevole impoverimento e di un grave deterioramento economico”. La guerra ha fatto precipitare il Paese in una grave crisi, con un milione di sfollati su una popolazione di 5,5 milioni.

Raggruppati per famiglie o quartieri, vicino ai negozi, i residenti espulsi dalla periferia sud hanno invaso con le loro auto alcune arterie di Beirut. In via Hamra, il parcheggio su entrambi i lati della strada ha trasformato quella che era un’elegante arteria in uno stretto corridoio, simile a un souk dove può avanzare solo un’auto alla volta. Gli agenti del traffico non hanno trovato di meglio che intervenire con severità. “È assurdo” protesta il proprietario di un’auto, trasportata da un camion a rimorchio del Comune in un’area di parcheggio gratuita. “La mia famiglia è lì, ma se ho bisogno dell’auto, è a chilometri di distanza!”. Gli sfollati della periferia, ancora soggetta a bombardamenti sporadici, tornano a casa durante le ore di tregua per assicurarsi che le loro abitazioni siano ancora in piedi, farsi una doccia, per poi ripartire con alcuni effetti personali e provviste. In questo momento sono le stazioni di servizio “Al-Amana”, una rete di Hezbollah, ad essere prese di mira dall’aviazione israeliana, che emette ordini di evacuazione giorno e notte. La guerra ha già causato, ad oggi, più di 1.000 morti e oltre del triplo di feriti.

Invasione israeliana

Sul campo, Israele continua ad ampliare la propria offensiva terrestre: il suo esercito avanza in modo orizzontale per disperdere i combattenti di Hezbollah e frammentare il territorio. È in questo contesto che, per tagliare fuori i combattenti del movimento filo-iraniano dalle loro retrovie, sono stati presi di mira tutti i ponti sul Litani. Peraltro, la strategia di frammentazione del sud si inserisce in un piano più ampio: controllare una vasta zona a sud del Litani e trasformarla in un’area cuscinetto vietata alla popolazione. Ciò si traduce già nella distruzione sistematica dei villaggi di confine e delle infrastrutture civili.

Consapevole che Teheran considera questo fronte come parte integrante del proprio, Tel Aviv prevede un conflitto di lunga durata, destinato a intensificarsi. Alcuni ministri israeliani, come il titolare delle Finanze Bezalel Smotrich, hanno persino avanzato l’idea di un’annessione. Il collega della Difesa Israel Katz ha chiaramente affermato che gli abitanti non sarebbero autorizzati a tornare a nord del Litani prima dello smantellamento di Hezbollah. A questo si aggiunge, secondo i vertici dellO stato ebraico, la conclusione di un accordo che garantisca la sicurezza di Israele aprendo al contempo la strada a negoziati che potrebbero portare a un accordo di pace.

Secondo alcune indicazioni, l’offensiva terrestre mirerebbe a stabilire un controllo duraturo sul sud del Litani, prima di imporre condizioni quali la creazione di una milizia locale sul modello dell’Esercito del Libano del Sud, incaricata di impedire qualsiasi azione armata contro Israele. In questa logica, lo Stato ebraico cercherebbe di influenzare la natura della forza militare schierata nel Sud, i tipi di armamenti autorizzati e persino i nomi degli ufficiali. Parallelamente, diversi Paesi europei chiedono lo schieramento di una forza internazionale o multinazionale incaricata di supervisionare il disarmo del Partito di Dio. Molti ritengono infatti che Israele non sarà in grado di smantellarne completamente l’infrastruttura militare, né di disarmarlo. E che, in caso di occupazione, Hezbollah continuerebbe - legittimandola - la resistenza per liberare il territorio. Alle ripetute aperture del presidente Joseph Aoun, sostenuto dalla Francia, Tel Aviv ha replicato che esige come condizione preliminare il disarmo di Hezbollah, che equivale a un rifiuto mascherato.

Le Drian: “pericolo di morte”

Molto vicino al Libano, dove si reca spesso, l’inviato del presidente Emmanuel Macron ed ex ministro degli Affari esteri, Jean-Yves Le Drian, ha espresso nei giorni scorsi viva preoccupazione per il deterioramento della situazione in Medio oriente. In un’intervista a La Tribune ha lanciato l’allarme sul fatto che “il Libano è in pericolo di morte”. Per l’ex ministro, il Paese dei cedri è diventato “il campo di battaglia dello scontro tra Israele e l’Iran” ed è ormai “cruciale” ricorrere a negoziati con Hezbollah, sottolineando l’importanza di un dialogo per disinnescare la crisi. Le Drian ha messo in guardia contro “la possibilità di un incendio regionale”, insistendo sulla necessità che la risposta israeliana sia “mirata e proporzionata”. L’obiettivo della diplomazia è di scongiurare un'escalation incontrollabile che potrebbe destabilizzare l’intera regione e trascinare con sé il Libano, nonostante tutti gli sforzi del Vaticano per impedire una simile catastrofe.

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