03/07/2008, 00.00
HONG KONG - CINA
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Card. Zen: Speranze e timori a 11 anni dal ritorno di Hong Kong alla Cina

di Card. Joseph Zen
Critiche alla gestione del governo di Donald Tsang, incapace a rispondere al bisogno di democrazia e benessere della popolazione; elogio verso “l’imperatore lontano” (la Cina) per il modo in cui ha affrontato l’emergenza terremoto in Sichuan. Il testo integrale del discorso del vescovo di Hong Kong alla marcia del 1° luglio.

Hong Kong (AsiaNews) – Dopo 11 anni dal ritorno di Hong Kong alla madrepatria, la popolazione è segnata dalla tristezza e dall’impotenza. Gli unici segnali di speranza derivano dalla fede in Dio. Così si è espresso il card. Joseph Zen parlando a un incontro di preghiera tenutosi al Victoria Park, prima della marcia del 1° luglio, a cui hanno partecipato – sotto un sole cocente - circa 48 mila persone. Il card. Zen ha puntato il dito soprattutto sulla leadership del territorio (il governo di Donald Tsang), incurante delle richieste di democrazia e di maggior benessere della popolazione. Egli invece ha avuto parole di elogio verso la leadership cinese (“non critichiamo l’imperatore”), in particolare per l’impegno da esso svolto verso i terremotati del Sichuan. Riportiamo di seguito il breve discorso da lui pronunciato prima di partecipare alla marcia (traduzione a cura di AsiaNews).

 Comincerò questo incontro di preghiera con una citazione del Salmo 12 (13):

 Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?

Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?

Fino a quando nell'anima mia proverò affanni,

tristezza nel cuore ogni momento?

Fino a quando su di me trionferà il nemico?

 

Guarda, rispondimi, Signore mio Dio,

conserva la luce ai miei occhi,

perché non mi sorprenda il sonno della morte,

perché il mio nemico non dica: "L'ho vinto!"

e non esultino i miei avversari quando vacillo.

 

Nella tua misericordia ho confidato.

Gioisca il mio cuore nella tua salvezza

e canti al Signore, che mi ha beneficato.

 

Ogni anno ricordiamo l’anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina. Ogni anno siamo pieni di tristezza. Ogni anno rinnoviamo la nostra speranza.

Se ci guardiamo attorno, rimaniamo pieni di tristezza, impotenza e disperazione. Questo è già l’11° anno e noi non siamo ancora i padroni di noi stessi. La democrazia rimane una promessa vuota. Il suffragio universale è ancora un sogno lontanissimo. E i veri padroni, cosa hanno fatto per Hong Kong? Cosa hanno fatto per noi, dalla posizione di vantaggio che essi occupano?

Nel cap. 34 di Ezechiele il Signore dice: “Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. …. Dice il Signore Dio: …..strapperò loro …. le mie pecore”.

Qualcuno a promesso: “Farò miei i bisogni urgenti della popolazione”. Ma l’urgente bisogno del 60% della popolazione[1] rimane fermo e rimandato ulteriormente. E non è ancora chiaro se le promesse di suffragio universale per il 2017 e il 2020 sono reali. E priorità attuali sembrano essere la messa a punto di una nuova sconcertante organizzazione politica e la creazione di una “nuova aristocrazia” per servire chissà quali interessi.

È stato detto: “Mettiamo da parte le discussioni politiche e concentriamoci nel risolvere[i problemi] della vita della gente”. Davvero si preoccupano della vita della gente? A vantaggio di chi è andato il considerevole surplus finanziario? Noi del clero non abbiamo famiglia e la Chiesasi prende cura di noi quando diveniamo vecchi. Ma le altre persone anziane? È questa una società che si prende cura? È questo il modo in cui educhiamo le generazioni future?

“L’imperatore è troppo lontano”[2]. Non critichiamo l’imperatore. Nel disastro del terremoto in Sichuan, abbiamo visto quanto aperti siano i leader di Pechino. Ma in qualche modo l’imperatore continua ad essere troppo lontano. Il governo centrale ha inviato persone per compiere il lavoro di liaison (di rapporto). Ma chi sono le persone che essi contattano? Non contattano forse solo gli “yes-men”, quelli che dicono sempre di “sì”? Dobbiamo vendere la nostra coscienza per essere riconosciuti come “patrioti”? Siamo scesi così in basso qui ad Hong Kong? Questa sarebbe una città internazionale? In realtà a me sembra che essa sia divenuta una tana di topi.

Abbiamo di che essere pessimisti. Ma siamo dei credenti. Noi crediamo in Dio. Il salmo dice: “Nella tua misericordia ho confidato”.

Gettate tutte le vostre preoccupazioni su di Lui, perchè Egli ha cura di voi.

[1] Secondo dati del governo di Hong Kong, la piena democrazia del territorio è desiderata dal 60% della popolazione.

[2] Tradizionale modo di dire cinese: l’autorità centrale e ultima è lontana, mentre la vita di tutti i giorni è determinata da signorotti e mandarini locali.

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