13/03/2026, 12.11
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Dal gas all'acqua in bottiglia, la guerra in Medio Oriente pesa sui più poveri in India

Il conflitto che Israele e Stati Uniti hanno lanciato in Iran traduce in India in carenza di bombole di gas, rincari nelle rivendite di cibo e aumenti dei prezzi anche per l'acqua potabile. Una situazione che rischia di aggravarsi se si aggiunge il mancato arrivo di fertilizzanti, che Delhi ha chiesto a Pechino. Ancora una volta Washington sta favorendo un avvicinamento tra i due giganti asiatici.

New Delhi (AsiaNews) - L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sta innescando una crisi energetica globale che sta già facendo sentire i propri effetti nelle strade dell’India. Per milioni di cittadini indiani si sta traducendo in una drastica carenza di gas da cucina e un improvviso aumento del costo dei beni quotidiani essenziali.

L’India importa circa l’80% del gas naturale liquefatto (LNG) e tra il 60 e il 65% del gas di petrolio liquefatto (LPG), una miscela di propano e butano, che viene liquefatta per poter essere immagazzinata e trasportata facilmente in bombole o serbatoi che poi vengono utilizzati per cucinare. Con lo stretto di Hormuz paralizzato, le forniture sono rallentate, mandando nel panico famiglie e piccoli venditori. Per evitare carenze nelle abitazioni e possibili proteste della classe media, il governo indiano ha deciso di dare priorità alla distribuzione di bombole per uso domestico. Di conseguenza, però, si sono ridotte le forniture destinate ad attività commerciali come i dhaba lungo le strade, i luoghi in cui solitamente ci si può procurare un posto veloce in India a qualunque ora, e i servizi di tiffin che consegnano pasti economici ai lavoratori migranti e ai molti poveri delle città. 

In metropoli come Mumbai e Delhi il prezzo ufficiale di una bombola commerciale da 19 chilogrammi, che normalmente si aggira intorno alle 1.800–1.900 rupie (20 euro), è aumentato rapidamente, mentre sul mercato nero può arrivare fino a circa 2.800 rupie (circa 30 euro). In alcune città la differenza è ancora più forte, con prezzi illegali che superano anche 3.500–4.500 rupie (tra 38–49 euro).

Di conseguenza molti piccoli ristoranti e chioschi sono stati costretti ad aumentare i prezzi di prodotti di base come il tè o i samosa di 5-10 rupie, oppure a ridurre drasticamente i menu limitandosi a pochi alimenti essenziali, come riso e sottaceti. 

Una congiuntura che sta colpendo in particolare le famiglie musulmane che celebrano il mese sacro di Ramadan, quando si cucinano i piatti tradizionali dell’iftar, che sono sempre più costosi o addirittura difficili da trovare. In diversi casi, le cucine comunitarie che offrono pasti a basso prezzo hanno dovuto ridurre le porzioni o sospendere il servizio perché prive di combustibile.

Anche i funerali, in India, sono bloccati. In città come Pune e Kozhikode i crematori pubblici hanno esaurito le scorte di gas, costringendo molte famiglie a tornare alle pire funerarie alimentate a legna, una soluzione più costosa e anche più inquinante.

L’aumento del prezzo del petrolio sta facendo salire anche il costo dei polimeri utilizzati per produrre le bottiglie di plastica, oltre a quello di tappi, etichette e imballaggi in cartone. Secondo la Federation of All India Packaged Drinking Water Manufacturers’ Association, circa 2mila piccoli produttori hanno già aumentato i prezzi per i distributori di circa 1 rupia a bottiglia (circa 1 centesimo di euro), un incremento del 5%, ma ulteriori rialzi potrebbero arrivare nei prossimi giorni. 

In India una bottiglia da un litro costa generalmente meno di 20 rupie, si tratta di una questione particolarmente sensibile in un Paese di 1,4 miliardi di abitanti, dove secondo diversi studi circa il 70% delle acque sotterranee è contaminato, e dove quindi l’acqua potabile in bottiglia è una necessità quotidiana per milioni di persone.

Nel frattempo la rupia indiana è scesa a un minimo storico di 92,35 contro il dollaro statunitense. Già durante lo scorso anno la valuta indiana aveva registrato i peggiori rendimenti tra le principali monete asiatiche, ma il nuovo aumento dei prezzi dell’energia legato alla guerra sta accentuando la pressione sulla moneta: oggi ogni barile di petrolio importato risulta ancora più costoso, alimentando ulteriormente l’inflazione.

A complicare il quadro si aggiunge la situazione dei circa 9,1 milioni di lavoratori indiani emigrati nei Paesi del Golfo, le cui rimesse rappresentano circa il 38% del totale delle entrate dall’estero, una cifra pari a circa 50 miliardi di dollari l’anno, uno dei pilastri della stabilità economica nazionale. Se il conflitto dovesse prolungarsi, la perdita di posti di lavoro per questi migranti e l’eventuale necessità di evacuare milioni di persone potrebbero non solo trasformarsi in un incubo logistico e finanziario, ma anche mettere seriamente a rischio la sicurezza economica dell’India.

Come la politica statunitense dei dazi aveva spinto Delhi a riavvicinarsi a Pechino, anche con questa guerra gli Stati Uniti potrebbero finire per favorire involontariamente la Cina, a cui l’India si è di recente rivolta chiedendo l’invio di fertilizzanti, un altro bene di prima necessità per i Paesi asiatici che passa per lo Stretto di Hormuz. Gli stabilimenti indiani che producono i fertilizzanti localmente rischiano di fermarsi senza forniture di gas. A essere minacciata è in particolare la produzione di urea, nutriente essenziale per il vastissimo settore agricolo del Paese in cui trova occupazione circa il 30% dei lavoratori indiani. Con la stagione delle piogge monsoniche e delle semine prevista per giugno, Delhi ha chiesto a Pechino di allentare le restrizioni sulle esportazioni di urea verso l’India per evitare di generare una situazione diffusa di insicurezza alimentare.

Questa settimana il governo indiani aveva già deciso di allentare anche alcune regole sugli investimenti stranieri conosciute come “Press Note 3”, introdotte dopo gli scontri al confine tra India e Cina nel 2020 proprio per limitare l’influenza economica di Pechino. Le nuove linee guida consentono ora alle aziende con una quota di proprietà cinese inferiore al 10% di investire in India senza dover ottenere una preventiva approvazione governativa. L’obiettivo è sfruttare capitale e tecnologia cinesi per rafforzare il settore manifatturiero indiano in un momento di forte instabilità globale. Forse senza volerlo, gli Stati Uniti stanno favorendo un’alleanza economica tra i due giganti asiatici.

(ha collaborato Nirmala Carvalho)

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