17/12/2021, 08.54
RUSSIA
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Fine della federazione, Mosca torna un impero

di Vladimir Rozanskij

Il Parlamento russo abolisce i termini “presidente” e “governatore” per i leader degli enti federali. Putin vuole uno Stato “unitario” e centralizzato. I timori di gruppi etnici come i tatari di fronte al nazionalismo grande-russo. Nel Caucaso iniziano a “detestare i russi”.

Mosca (AsiaNews) – La Duma di Stato ha approvato la legge “Sui principi comuni di organizzazione dell’autorità pubblica nei soggetti della Federazione Russa”. Il provvedimento abolisce i termini “presidente” e “governatore” per i vertici dei quasi 100 soggetti federali (repubbliche, distretti autonomi, regioni, città metropolitane), che ora potranno chiamarsi soltanto “capi”.

Nella votazione del 14 dicembre,  su 400 deputati un quarto ha votato contro, esprimendo il disagio dei “difensori delle nazionalità”, che ritengono questo ulteriore passo di imposizione della “verticale del potere” come la pietra tombale sul concetto stesso di federazione in Russia.

Il regime putiniano ha iniziato ad affermarsi nel 2000 togliendo proprio ai leader regionali l’autonomia riconosciutagli dal consenso elettorale, rendendoli funzionari di nomina presidenziale. L’eleggibilità è stata parzialmente ripristinata nel 2012, contando sulla “normalizzazione” ormai compiuta di ogni forma di autonomia. Il tema è tornato però attuale negli ultimi anni, con l’affermarsi di una variante “imperiale” del potere centrale di Mosca a fronte di proteste e sorprese elettorali in molte provincie, soprattutto della Siberia.

Secondo Rkail Zajdullah, deputato del Consiglio di Stato del Tatarstan e presidente degli scrittori della repubblica dei tatari, questo passo prelude all’eliminazione dello status delle “repubbliche nazionali”, di cui il Tatarstan è una delle più storicamente significative, come ha affermato in un’intervista a Radio Svoboda. Le nazionalità sono circa duecento in tutta la Russia, e godono in diversi ambiti di un riconoscimento giuridico e politico, dall’uso della lingua nativa alle rappresentanze estere, che Mosca ha tollerato a fasi alterne. Era stato Boris Eltsyn negli anni ’90 a invitare i poteri locali a “prendersi tutta l’autonomia che siete in grado di digerire”.

Zajdullah parla di “un senso di impotenza di fronte a questa imposizione, che ci lascia con i pugni chiusi nelle tasche per l’offesa ricevuta. Non hanno accettato nessun correttivo, noi avevamo proposto almeno di inserire un referendum confermativo a livello locale”. Egli spiega che “non si tratta solo di titoli formali dei massimi dirigenti, capo o khan, come dice Žirinovskij; è in gioco la dignità delle istituzioni. Allora non dovremmo chiamare presidente neanche quelli dei club studenteschi, per non parlare dell’Accademia delle scienze”.

Per Zajdullah “il presidente del Tatarstan è il leader simbolico di tutti i tatari, non lo vogliamo mettere allo stesso livello di quello della Francia, e comunque gli verranno tolte molte facoltà, non solo il nome”. I presidenti post-sovietici di Kazan, l’84enne Mintimer Šaimiev e il suo successore Rustam Minnikhanov, in carica dal 2010, non hanno voluto appoggiare la rivolta dei deputati locali contro la legge, ben consapevoli che Putin non avrebbe fatto passi indietro sull’idea dello “Stato unitario”.

Del resto il presidente russo è intervenuto più volte negli ultimi mesi affermando che la Federazione è stata “un errore di Lenin, un grande rivoluzionario, ma un pessimo statista”, a cui Stalin ha dovuto porre parzialmente rimedio, “anche con le repressioni”. I tatari, e come loro altri gruppi etnici della Russia, temono non tanto di perdere la propria identità, di solito ben custodita nelle terre patrie, ma di non poter più difendere i propri connazionali nelle altre regioni della Federazione e all’estero, e quindi di essere “ghettizzati” e compressi dal nazionalismo grande-russo.

Alcuni temono che le forzature centraliste possano portare a forme di radicalizzazione dei gruppi etnici, cosa peraltro assai difficile in una Russia sempre più feroce nel reprimere ogni forma di “estremismo” e di interferenza straniera. Non a caso a reagire sono piuttosto i rappresentanti della cultura come Zajdullah, o come il noto regista Aleksandr Sokurov, che il 10 dicembre ha polemizzato con Putin in diretta tv, durante un incontro online con i membri del Consiglio per i diritti dell’uomo, chiedendo di “liberare” le regioni che vogliono separarsi dalla Russia, soprattutto nel Caucaso, perché “iniziano a detestare i russi”. Il presidente ha reagito duramente, come se si volesse “tornare alla Moscovia”, lo Stato originario della Russia centrale nel Medioevo, prima che Mosca iniziasse a costruire il suo impero eurasiatico.

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