30/08/2018, 09.04
INDIA
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Guru indù: l’alluvione in Kerala è colpa di chi mangia carne di vacca

di Nirmala Carvalho

Per il santone Chakrapani Maharaj, bisogna fornire gli aiuti solo se gli alluvionati promettono di non consumare carne bovina. Molti Stati indiani vietano la carne di vacca, ma in Kerala è legale e viene consumata anche dagli indù. Ma in Kerala ci sono grandi esempi di collaborazione fra le religioni.

Mumbai (AsiaNews) – Le devastanti alluvioni che hanno flagellato il Kerala nelle ultime settimane, causando oltre 410 morti, sono colpa di chi ha oltraggiato gli dei mangiando carne di vacca. Lo ha detto il santone indù Chakrapani Maharaj lo scorso 23 agosto. Per questo, ha aggiunto, “prima di dare assistenza, si deve chiedere alle vittime se esse hanno consumato carne bovina e in base alla loro risposta, decidere se concedere gli aiuti o meno”. Ad AsiaNews Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), lamenta: “È molto penoso che in un momento di grave calamità, devastazione e perdite, elementi settari alzano le loro brutte teste. L’umanità ha perso un battito con questi sentimenti”.

In India la vacca è considerata sacra per la religione indù e molti Stati ne impediscono il consumo, l’allevamento e la macellazione. Il solo sospetto di macellazione illegale dei bovini ha scatenato episodi di feroce violenza, con pestaggi, linciaggi e uccisioni.

In Kerala però il consumo di carne bovina è legale e pietanze a base di manzo sono servite nelle cucine di tutte le case, anche di quelle indù. Secondo il guru, gli aiuti agli sfollati devono essere concessi solo se “essi accettano di firmare una dichiarazione in cui promettono che non mangeranno più carne di vacca per il resto della loro vita”. Il motivo è semplice: il consumo della carne ha offeso gli dei e “il Kerala è stato colpito dalla furia della natura a causa del peccato di quelli che mangiano la carne”.

Per Sajan K George, “tali dichiarazioni divisive e con toni settari non impediranno il lavoro di recupero e gli aiuti. [I radicali indù] potranno anche seminare l’odio nella mente di pochi. È questo che distrugge il tessuto sociale della comunità”. Poi evidenzia che “discriminazioni simili non sono una novità per la vulnerabile comunità cristiana. In Andhra Pradesh, nel distretto di Kadapa, esiste il villaggio di Kesalingayapalle che è stato dichiarato ‘per soli indù’ e all’ingresso espone uno striscione color zafferano [il colore dei nazionalisti indù, ndr]. È proibito ogni tentativo di entrare da parte di persone di altre religioni che vogliano predicare il proprio credo. Se qualcuno viola la legge, si espone e pesanti ritorsioni”.

In realtà, accanto alle dichiarazioni critiche del santone, in India tutta la popolazione ha dato mostra di grande solidarietà per risollevare il Kerala. A partire dai pescatori locali, che hanno messo a disposizione le loro barche per recuperare gli sfollati. Anche i vescovi cattolici hanno lodato gli sforzi compiuti da tutti, superando barriere religiose, culturali e di appartenenza di classe. La Caritas ha aperto una raccolta fondi e ha messo in campo diverse squadre di recupero. Anche musulmani e indù hanno offerto il loro sostegno, ospitando i cristiani nelle moschee o custodendo immagini sacre salvate dalla furia delle piogge.

In India, conclude Sajan K George, “la libertà religiosa è garantita dalla Costituzione e nessuno viene convertito con la forza o con la seduzione. Secondo l’ultimo censimento sulle religioni effettuato dal governo nel 2011, i cristiani rappresentano il 2,3% dell’intera popolazione. In dieci anni il tasso di crescita della comunità è diminuito dal 22,52% al 15,5% tra il 2001 e il 2011. Questo è il mistero della croce”.

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