Il 'passo lento' della Via Polare della seta
La Cina non si è lasciata trascinare nella polemica sulle mire di Trump sulla Groenlandia. Consapevole che per realizzare davvero il “corridoio artico” serve prima una grande logistica ancora tutta da organizzare, individuare gli itinerari realmente percorribili e rafforzare i rapporti con la Russia.
Mosca (AsiaNews) - Il sinologo russo Andrej Šarogradtskij, redattore di Radio Svoboda e osservatore internazionale, già corrispondente a Pechino, ha cercato di riflettere sulle reazioni in Cina alle pretese di Donald Trump di prendersi la Groenlandia, principalmente per difendersi proprio dalla minaccia dei cinesi, che ambiscono a controllare le zone più promettenti nella zona dell’Artico e dell’Estremo Nord.
Egli ricorda che in cinese il saluto di “buon viaggio” si esprime nella forma di “vai piano”, non avere fretta e sii prudente. Proprio questo tipo di approccio sembra adeguato di fronte al gran rumore che viene a livello mondiale per la pacifica e gelida Groenlandia, per la quale è sembrata scricchiolare perfino l’alleanza della Nato tra americani ed europei, salvo poi essere subito dimenticata, per concentrarsi sugli eventi in Iran o sui dossier Epstein. Avendo ripreso il “passo lento”, secondo l’esperto è il momento giusto per analizzare le reazioni della Cina a questa situazione molto critica a livello internazionale.
Le dichiarazioni roboanti di Trump sono apparse più un elemento del grande gioco imprevedibile e impulsivo del presidente americano, che non una reale risposta all’urgente pericolo proveniente da Pechino, nonostante questa sia la giustificazione più volte ripetuta dallo stesso Trump. È il gioco della classe al potere a Washington, che intende spaccare l’intero ordine mondiale, contrapponendosi alla “palude liberale” di quanti hanno paura dei cambiamenti repentini. Pechino in realtà guarda con interesse alla Groenlandia e al grande nord, soprattutto in relazione ai cambiamenti climatici che spingono alla ricerca di nuovi itinerari marittimi, e all'estrazione di importanti risorse minerarie. Si tratta della Via Polare della Seta, detta anche “Glaciale”, una strategia certamente a lunghissimo termine.
La reazione della Cina agli affondi di Trump, secondo cui le navi cinesi stanno girando intorno alla Groenlandia per occuparla, sono state quindi molto contenute, senza forti dichiarazioni o movimenti bruschi, nonostante le accuse pretendessero dure risposte immediate. A differenza del Venezuela, con cui la Cina ha costruito da tempo relazioni molto solide, la Groenlandia per ora non è un tema cruciale per Pechino, e non lo sarà ancora per molto tempo. Per realizzare il “corridoio artico” serve una grande logistica ancora tutta da organizzare, individuare gli itinerari realmente percorribili, rafforzare i rapporti con la Russia, senza la quale non è possibile sfruttare tutte le possibilità di queste nuove prospettive, e anche diversificare il commercio e la politica energetica con tutti i Paesi del Sud globale, senza sbalzi improvvisi o conflitti rischiosi, un approccio applicato negli ultimi vent’anni in Africa e in Sudamerica.
Come riassume Šarogradtskij, la strategia della Cina non è quella del confronto diretto con gli Stati Uniti, ma quella di un rafforzamento accurato, silenzioso e sistematico delle proprie posizioni nel mondo intero. Il rumore intorno alla Groenlandia non è altro che l’ennesimo segnale che il mondo sta diventando più complesso e violento, e la geopolitica si costruisce sempre di più con il controllo dei territori e dei punti strategici, come commenta anche un servizio del giornale South China Morning Post di Hong Kong.
Anche la tradizionale pazienza cinese è un modo di intervenire nei cambiamenti dell’ordine mondiale, difendendo i propri interessi. L’esperto si chiede fino a che punto questo atteggiamento possa risultare efficace, e non si sente di dare una risposta decisa: Trump ha poco tempo per realizzare i suoi piani, Xi Jinping ne ha sicuramente molto di più. D’altra parte, il rifiuto del sistema politico del cambio al potere conduce alla necessità di fare pulizia profonda nella propria casta di intoccabili, come è avvenuto per le alte cariche militari della Cina negli ultimi tempi, per evitare il collasso del regime. Al punto che Šarogradtskij arriva a chiedersi: qualcuno avrà il coraggio di definire la Cina una “palude liberale”?
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